venerdì 23 agosto 2013

I MIEI RAPPORTI [ quinto frammento ]

'' L'UNICO E LA SUA PROPRIETA’ ''

PARTE SECONDA --- IO
I MIEI RAPPORTI [ quinto frammento ]



Mia è la stampa, quando io non riconosco sopra di me alcun giudice che mi vieti o conceda di usarne, vale a dire, quando non più moralità o religione o rispetto alle leggi dello Stato, ecc., mi determinano a scrivere, ma la sola mia volontà e il mio egoismo.
Che cosa replicherebbe a colui che vi desse una risposta cosi impertinente? — Forse la questione si farà più chiara esponendola in questo modo: A chi appartiene la stampa: al popolo (Stato) o a me? I politici a null'altro intendono fuorché a render la stampa libera dalle inframmettenze personali ed arbitrarie di coloro che hanno alle lor mani il potere, senza riflèttere che la stampa, per esser realmente aperta a tutti, dovrebbe esser anche libera dalle leggi, cioè dalla volontà del popolo (dello Stato). Essi vogliono farne ad ogni costo una causa del popolo.
Ma quand'anche fosse diventata proprietà di popolo, essa sarebbe ancor sempre ben lontana dall'essere proprietà mia, poiché per me continuerebbe ad avere il significato subordinato d'una concessione. Il popolo si erige a giudice dei miei pensieri, e io sono obbligato a rendergliene conto. I giurati, quando si toccano le loro idee preconcette, hanno delle teste e dei cuori altrettanto duri quanto i più feroci despoti o i loro impiegati servili.
Nelle "Aspirazioni liberali" (II, p. 91 seg.) E. Bauer sostiene che la libertà di stampa è, sì, impossibile nella monarchia assoluta e nello Stato costituzionale, ma può esser attuata nello "Stato libero". "Qui, egli dice, è riconosciuto che il singolo, quale membro della vera e ragionevole  universalità, ha il diritto di esprimere ciò che pensa". Ma dunque non già il singolo bensì il "membro" gode della libertà di stampa. Ma se il singolo per ottenere la libertà di stampa è tenuto a provare che fede nel popolo, nell' universalità, se quella libertà in somma egli non l'ottiene per propria forza, bisognerà pur concludere che codesta è una libertà di popolo, una libertà che al singolo non viene concessa se non perchè egli crede nel popolo di cui riconosce di esser parte. All'opposto, precisamente il singolo come tale deve aver la libertà di esprimere il suo pensiero Ma è ben vero ch'egli non ne ha il diritto: che quella libertà non è, cioè, "un suo sacrosanto diritto". Egli non ha che la forza; ma questa è sufficiente di per sé a farlo proprietario.
Io non ho bisogno di concessioni per stampare liberamente: non ho bisogno dell'autorizzazione del popolo, non ho bisogno "del diritto" e dell' "immissione nel possesso del diritto". Anche la libertà di stampa, al pari di ogni altra libertà, io devo prendermela da me stesso; il popolo, quale "unico giudice", non può concedermela. Può tollerare la libertà che io mi prendo, oppure, vietarmela; donarla o concederla esso non può.
Io la esercito, non ostante il popolo, quale singolo; io la strappo lottando, al popolo, al mio "nemico", e non la ottengo che quando toltala a lui, me la sono conquistata. E me la prendo perchè mi appartiene.
Sander, avversato da E. Bauer, vede nella libertà di stampa "il diritto e la libertà del cittadino dello Stato". E il Bauer, fa egli altrimenti? Anche per lui quella libertà non è che un diritto del libero cittadino.
Anche i "diritti umani universali" si invocano a sostegno della libertà della stampa. S'era obiettato che ogni uomo non saprebbe usarne giustamente; poiché non ogni singolo, in quanto tale, può esser chiamalo uomo. All'uomo — come tale — nessun governo negava un tale diritto.
Ma l'uomo nulla può scrivere, poiché esso è un fantasma. E così si rifiutava dallo Stato tale libertà ai singoli concedendola invece ad altri, p. es., ai propri organi. Richiederla per tutti senza eccezione non era possibile senza riconoscere ch'essa spetta al singolo, non già all'uomo in astratto. In tutti i casi — si diceva — chi non é uomo, p. es., un animale, è già per ciò stesso nell'impossibilità d'usarne. E così il governo francese, per citarne uno, non mette in dubbio che la libertà di stampa sia un diritto umano; ma vuole che il singolo dimostri d'esser veramente uomo; poiché non già al singolo, bensì all'uomo esso la concede.
Appunto col pretesto che quello ch'era mio non era cosa umana mi si spogliò di ciò che m'apparteneva. E non mi si lasciò che ciò spettava all' uomo.
La libertà della stampa non potrà produrre che una stampa responsabile. L'irresponsabile non può uscire che dalla proprietà della stampa.

* * *

I rapporti tra gli uomini che vivono religiosamente son regolati da una legge suprema, cui  si può talvolta contravvenire colposamente, ma di cui nessun oserebbe negare il valore.
E questa la legge dell'amore alla quale non divennero infedeli nemmeno coloro che sembrano combattere contro tal principio ed odiarne perfino il nome; poiché ancor essi serbano in sé medesimi una parte di amore, anzi amano, più intimamente e puramente, " l'uomo e l'umanità".
Se cerchiamo di determinare il significato di questa legge arriveremo all’incirca a questa conclusione: Ogni uomo deve avere qualche cosa da porre al disopra di sé stesso. Tu devi posporre i tuoi "interessi privati" a quello degli altri, al bene della patria o della società, al bene pubblico, alla buona causa, ecc. Patria, società, umanità, ecc. devono stare al disopra di te, e al loro il tuo interesse particolare deve cedere sempre. Poiché, in somma, tu non devi essere egoista.
L'amore è un postulato religioso ricco di affetti, che non si limita solamente all'amore di Dio e degli uomini, ma sta in cima a tutti i rapporti. Qualunque cosa noi pensiamo, facciamo, vogliamo, il motivo dev'esserne sempre l'amore. Anche di giudicare ci è permesso, ma con amore.
La Bibbia può certamente essere oggetto di critica, anche profonda, ma il critico anzitutto è tenuto ad amarla e a scorgere in essa il libro santo per eccellenza. Non significa ciò forse, ch'egli non deve permettersi d'esser inesorabile nella sua critica, ch'egli è tenuto a lasciar sussistere quel libro come qualche cosa di santo di inconfutabile? Anche della nostra critica a proposito degli uomini il tono fondamentale immutabile ha da esser l'amore. Per certo i giudizi ispiratici dall'odio non possono essere giudizi degni di noi, ma emanazioni del malanimo che ci domina cioè "giudizi odiosi". Ma forse che i giudizi che l'amore c'inspira possono chiamarsi a miglior diritto nostri? Anche questi sono emanazioni dell'amore dal quale sian dominati: sono giudizi indulgenti, dettati dalla benevolenza; dunque non possono dirsi dei veri giudizi. Chi arde d'amore per la giustizia esclamerà: fìat justitia pereat mundus. Egli potrà sì, domandarsi che cosa sia veramente giustizia, e che cosa essa esiga, e in che consista, ma non si domanderà mai se essa esista, se sia qualcosa di concreto. E molto vero "che chi rimane nell' amore, rimane in Dio e Dio in lui" (I, Giov., 4, 16). Il Dio rimane in lui ed egli non può liberarsene, non divenire senza Dio, ateo; egli resta perennemente nell'amore di Dio e non può esistere senza amore.
"Dio è l'amore". Tutti i tempi e tutte le generazioni riconoscono in queste parole il principio essenziale del Cristianesimo. Dio, che è l'amore, è un Dio pieno di esigenze: egli non può lasciar in pace il mondo, ma vuole renderlo beato. "Dio si è fatto uomo, per far divini gli uomini" (Atanasio). Egli ha parte in ogni cosa, e nulla succede senza che Dio voglia; da per tutto noi ci abbattiamo alle sue "migliori intenzioni", ai "suoi disegni imperscrutabili". Quella ragione, ch'egli stesso rappresenta, dev'esser favorita e attuata in tutto il mondo. Le sue cure paterne ci tolgono ogni indipendenza. Noi nulla possiamo fare di buono senza che ci si dica: Dio l'ha fatto!
Se ci casca addosso una disgrazia: Dio l'ha voluto! Nulla abbiamo che non sia mercè sua; egli ci ha dato tutto. Ma come fa Dio, così anche fa l'uomo. Dio vuol render beato il mondo ad ogni costo, e l'uomo vuol render il mondo ad ogni costo felice. Per ciò ogni uomo vuole infondere in tutti la ragione che crede d'avere in se. Tutti, assolutamente tutti, devono esser ragionevoli a modo suo. Dio è costretto a lottare col diavolo, e il filosofo a contrastar colla stoltezza e col capriccio Dio non permette a nessun essere di camminare pei proprî sentieri, e l'uomo vuole che noi abbiamo a condurci sempre "umanamente". Ma chi è pieno d'amore santo (religioso, morale, umano) non ama che il fantasma, il "vero uomo", e perseguita ciecamente e senza misericordia il singolo, l'uomo reale, con lo stupido titolo di diritto della procedura contro l' "inumano". Per lui è cosa commendevole, necessaria anzi, il mostrarsi a tal riguardo quanto più gli è possibile spietato; poiché l'amore dell'astrazione gli comanda d'odiare la realtà viva, vale a dire l'egoista, o il singolo. Questo e il significato di quell'apparenza d'amore cui si dà nome di "giustizia".
L'accusato non deve attendere pietà e nessuno stenderà un benigno manto sulla sua infelice nudità. Senza commuoversi, il giudice severo strappa di dosso al povero imputato gli ultimi laceri lembi della sua discolpa; senza pietà il carceriere lo trascina nella nuova cupa dimora e senza riconciliarsi con lui lo getta, espiata la sua colpa, in balia al disprezzo del mondo, in mezzo al suo buon prossimo cristiano e ligio al proprio governo. Un delinquente reo di morte, vien condotto sul palco fatale, e dinanzi agli occhi d' una moltitudine ebbra di gioia feroce la legge morale trionfa nella sua sublime vendetta. Dei due l' uno soltanto può vivere: o la legge morale o il delinquente sono impuniti, la legge morale ha cessato d'esistere: dove questa impera, quelli devono perire.
Appunto l'êra cristiana è quella della pietà, dell'amore, intesa ad ottenere che tutti gli nomini abbiano ciò che a loro spetta, sì da ridurli a compire la loro vocazione umana (divina). L'amore nei rapporti tra gli uomini fu dunque posto in cima d'ogni cosa; questo solo forma l'essenza dell'uomo e quindi la sua missione, alla quale fu chiamato da Dio, o, secondo i concetti moderni, dalla Specie. Donde lo zelo di convertire. Se i comunisti e gli umanitari s'aspettano maggiori cose dall'uomo, che non i cristiani, ciò non toglie che essi accolgano un principio in tutto conforme al cristiano. Ciò che è umano deve appartenere all'uomo. Se all'uomo religioso bastava l'avere la sua parte di divino, gli umanitari pretendono che l'umano sia lor dato interamente, senza restrizioni. Ma all'egoismo s'oppongono l'uno e gli altri con tutte le loro forze. Ciò è ben naturale, dacché ciò che è egoistico non può venir concesso o conferito all'uomo: ciascuno deve concederselo a sé stesso. Quello può esser conferito dall'amore, questo unicamente da me.
I rapporti erano sin qui fondati sull'amore, sul principio del1'uno per tutti. Allo stesso modo ch'era un dovere verso sé stessi l'argomentarsi a divenir santi, raccogliere insomma a sé la luce dell'Ente supremo per rivelarla ad altrui, così era un dovere verso gli altri l'aiutarli ad attuare il loro vero essere, la loro vocazione. Nell'un caso e nell'altro era un dovere verso l'essenza dell'uomo il far sì che essa potesse rivelarsi in ciascuno.
Ma in verità noi non abbiamo alcun dovere né di far di noi una determinata cosa, né di aiutare gli altri a svolgere la personalità loro in un modo piuttosto che nell'altro. I rapporti che si fondano sull'essenza umana sono rapporti con un fantasma, non con una cosa reale; se io comunico con l'Ente supremo non comunico con me stesso, e se comunico con l'essenza umana non comunico con gli uomini.
L'amor naturale dell' uomo verso il suo simile mercè l'educazione è un comandamento. Ma può essere un comandamento per l'uomo come tale, non già per me stesso. L'amore è una mia essenza, cui si dà un'esagerata importanza, ma non già una mia proprietà. L'uomo (vale a dire l'umanità) pretende da me l'amore e vuol impormelo quale un dovere. Ma così fatto esso non appartiene più a me bensì a un'astrazione, e diventa quindi una proprietà dell'uomo: "All'uomo (dunque ad ogni uomo) s'addice l'amare: Amate è il dovere e la missione d'ogni uomo; ecc."
Per conseguenza io devo nuovamente mendicare a me stesso l'amore, liberandolo dal potere dell'uomo.
Ciò che in origine era mio mi venne poi conferito quale proprietà dell'uomo; io divenni un vassallo, quando amavo, il vassallo dell'umanità, un esemplare della specie, sì che amando non agivo più quale io, bensì quale uomo, quale un semplice essere umano: agivo insomma umanamente. Tutta la civiltà odierna è fondata sul vassallaggio — da che la proprietà è dell'uomo, o dell'umanità, non mai mia. Si fondò per tal modo un immenso Stato feudale togliendo tutto al singolo, e tutto concedendo all'uomo.
Il singolo doveva finalmente assumere l'aspetto d'un "peccatore in ogni senso".
Non dovrei io forse prender alcun interesse per la persona d'un altro? non dovrebbero starmi a cuore la sua gioia, il suo vantaggio? dovrebbe il godimento che io posso procurargli esser per me uno inferiore a qualunque mia gioia particolare? Al contrario; io saprò sacrificargli non piacere innumerevoli miei diletti, rinunzierò ad infiniti miei vantaggi per accrescere la sua gioia, fin le cose a me più care io potrò sacrificargli in ogni pericolo: la mia vita, la felicità mia, la mia libertà. Si, ma per ciò soltanto che nel pensiero della sua felicità consiste la mia gioia. Ma me, me stesso io non gli sacrificherò mai, anzi resterò egoista e godrò di ciò che io ho fatto per lui.
Che io gli sacrifichi tutto ciò che, se non fosse il mio amore per lui, io conserverei gelosamente, è cosa semplice e molto più comune nella vita di quanto si creda; ma ciò altro non prova, senonché quella passione è in me più forte di tutte le altre. Sacrificare a questa passione ogni altra, è pur insegnamento del Cristianesimo. Ma quando io sacrifico ad una data passione le altre, ciò non avviene già perchè io rinneghi me stesso; nulla io sacrifico di ciò per cui sono veramente io, non il mio vero valore, non la mia personalità.
Che se questo brutto caso succeda, l'amore non è del tutto migliore delle altre passioni, alle quali ciecamente obbedisco. L'ambizioso, il quale trascinato dalla sua ambizione è sordo contro ogni ammonimento della riflessione nei momenti di tranquillità, ha fatto della sua passione un tiranno, cui egli rinunzia ad opporsi. Egli è un ossesso.
Anch'io amo gli uomini. Ma io li amo con la coscienza dell'egoista, io li amo perchè il loro amore mi rende felice, io li amo perchè l'amore è incarnato nella mia natura, perchè così mi piace.Io non riconosco alcuna legge che m'imponga d'amare. Io provo simpatia e compassione per ogni essere che sente, e le sue pene mi danno tormento, le sue gioie piacere; io saprei uccidere, ma non torturare. Invece il magnanimo, il virtuoso principe, filisteo, Rodolfo nei Misteri di Parigi, nella sua indignazione contro i malvagi, pensa al modo di farli soffrire. Quella compassione e atta soltanto a provare che ciò che sentono gli altri lo sento ancor io, che questo sentimento mi è proprio, mi appartiene; mentre il procedere spietato del "giusto" p. es. contro il notaio Ferrand)) rassomiglia all' insensibilità di quel brigante, che, legate sul suo letto le vittime, tagliava loro i piedi e le gambe, o le stirava finché raggiungessero la lunghezza del letto. Il letto di Rodolfo, secondo il quale egli accorcia o distende gli uomini, è il principio del "bene". Il sentimento del diritto, della virtù lo rende di cuor duro e intollerante. Rodolfo non pensa come il notaio: all'opposto di lui, egli sente che il malvagio ha avuto ciò che si meritava.
Voi amate l'uomo, e per ciò torturate il singolo, l'egoista; il vostro amore degli uomini non riesce in somma ad altro che a torturare gli uomini. Se io vedo soffrire l'oggetto amato, io soffrirò con lui e non avrò riposo prima d'essermi adoperato in tutti i modi a confortarlo, ad allietarlo; se lo vedrò giulivo, ne sentirò piacere ancor io. Ma da ciò non segue che la causa del dolore o della gioia sia a noi comune. Questo é palese sopra tutto nei dolori corporali che io non sento come lui: se egli ha mal di denti ad esempio, ciò che io sento non è quello stesso dolore che egli prova ma la pietà per quel suo dolore.
Soltanto perchè io non posso sopportare quella ruga dolorosa sulla fronte della persona amata — per me dunque soltanto, per amor di me stesso — io cerco di farla sparire con un bacio. Se io non amassi quella persona, le sue rughe non m'importerebbero più che tanto; io non cerco che di far cessare il mio dispiacere.
Ebbene v'è forse qualche cosa che io non amo la quale possa vantare il diritto d'essere amata da me? I genitori, i parenti, la patria, il popolo, la città natia, ecc., e poi in generale tutti gli uomini ("fratelli, fratellanza") pretendono d'aver un diritto al mio amore e ne dispongono addirittura senza domandarmene il permesso. Essi scorgono nel mio amore una proprietà loro e considerano me, se non rispetto quella proprietà, per un ladro che toglie loro una cosa alla quale hanno diritto. Io devo amare. Se l'amore è comandamento e legge, è necessario che io venga secondo questo principio educato, e, se contravvengo ad esso, punito. Perciò si esercitava su di me un'influenza morale potentissima, per costringermi ad amare. E senza dubbio si può col solletico dei sensi istigare, sedurre l'uomo all'amore, come anche, del resto, all'odio. L'odio si trasmette da intere generazioni alle future, soltanto perchè gli antenati delle une erano Guelfi, quelli delle altre Ghibellini.
Se non che l'amore non è un Comandamento mio, come ogni altro sentimento — una mia proprietà. Acquistatela ed io ve la cederò. Una chiesa, un popolo, una patria, una famiglia ecc. non hanno diritto al mio amore se non sanno acquistarselo: quanto al prezzo, spetta a me solo stabilirlo.
L'amore egoistico è ben diverso dall'amore disinteressato, mistico o romantico. Si può amare qualunque cosa; non soltanto gli uomini, ma anche il vino, la patria, ecc. L'amore diviene cieco e folle, quando, mutandosi in una necessità, sfugge al mio potere: diviene romantico quando vi si aggiunge l'idea del "dovere", in guisa che l' "oggetto" si fa per me sacro, ed io mi lego a lui con la coscienza, col vincolo del giuramento. D'allora in poi non più l'oggetto esiste, per me, bensì io esisto per l'oggetto.
Come sentimento, l'amore è una mia proprietà — quando il suo oggetto è concepito come un'entità astratta, esso diventa una ossessione. L'amor religioso consiste nel precetto di amare nell'oggetto una cosa "santa". Per l'amor disinteressato esistono degli oggetti degni d'esser amati in modo assoluto, pei quali il mio core ha l'obbligo di palpitare: p. es., pel nostro prossimo, per la moglie, per i parenti, ecc. L'amor religioso ama non l'oggetto in sé ma quel che v'ha in esso di sacro, e cerca di accrescere la santità si da rappresentarselo sempre più estraneo e astratto.
Mi si impone di amare una determinata entità e di amarla per sé stessa: L'oggetto amato non divien tale per mia elezione come la sposa, la moglie, ecc.; se anche io l'abbia prescelto una volta, egli s'è ora acquistato un "diritto al mio amore" ed io, per averlo amato, sono obbligato ad amarlo in eterno. Esso non è adunque un oggetto del mio amore, bensì dell'amore in generale.
L'amore gli è dovuto, gli compete, è un suo diritto; ed io sono tenuto ad amarlo. Il mio amore, vale a dire l'amore ch' io gli debbo, è in realtà il suo amore, ch'egli riceve da me quale un tributo.
Ogni amore, nel quale sia anche in minima parte una costrizione, è un affetto non più interamente mio e facilmente si converte in un'ossessione. Chi ritiene d'esser in debito di qualche cosa all'oggetto del suo amore, ama romanticamente e religiosamente.
L'amor della famiglia è un amore religioso; tale è pure l'amor di patria, "il patriottismo". Lo stesso avviene di tutti i nostri amori romantici; è in tutti la medesima illusione d'un amore "disinteressato", un affetto manifestato per un oggetto in sé, non per me o per amor mio.
L'amore religioso o romantico si distingue bensì dall'amor sensuale per la diversità dell'oggetto, ma non già per una differenza della nostra condotta verso ciò che n'è causa. Nell'uno e nell'altro c'è dell'ossessione; colla differenza che per l' uno l'oggetto è profano, per l'altro sacro.
La signoria dell'oggetto su me è in entrambi i casi egualmente intensa, con questa sola differenza: che nel primo esso è sensuale, nel secondo ideale. Ma l'amore non è veramente cosa mia se non quando esso consista in un interesse egoistico, si che l'oggetto del mio amore sia veramente un mio oggetto, un mio possesso. Verso il mio possesso io non ho obbligo di sorta, cosi come, per un esempio, io non ho alcun dovere verso il mio occhio; se ne prendo cura, ciò avviene unicamente nel mio interesse.
L'amore mancava cosi all'antichità come ai tempi cristiani; il dio d'amore è più vecchio del dio dell'amore. Ma l'ossessione mistica appartiene esclusivamente all'età moderna.
L'ossessione dell'amore deriva dal fare dell'oggetto dell'amore un'entità astratta. Per l'egoista nessuna cosa è tanto elevata da farlo cader in adorazione, nessuna tanto indipendente da poterlo obbligare a vivere unicamente per essa, nessuna tanto sacra da indurlo a sacrificarle sé stesso.
L'amore dell'egoista sgorga dallo interesse, si svolge nei termini dell'interesse, e riesce ancora all'interesse.
Può esso dirsi ancora amore? Se sapete esprimerlo con un'altra parola, sceglietela pure; e
allora la dolce parola "amore" tramonterà insieme col mondo privo della bua luce? Per me io non ne trovo alcuna adatta a definirlo nella nostra lingua "cristiana" e mi attengo per conseguenza all'antica denominazione e continuo ad amare l'oggetto ch'è mio, la mia proprietà.
Tò coltivo l'amore perchè è uno dei miei sentimenti, ma mi ripugna il considerarlo quale un potere superiore a me, quale una cosa divina (Feuerbach), quale una passione a cui devo cercar di sottrarmi o quale un dovere religioso e morale. Essendo un mio sentimento, esso m'appartiene, come principio al quale io voto e consacro la mia anima, esso è un dominatore; non è divino meglio che non sia diabolico l'odio; l'uno non vale meglio dell'altro. In somma il mio amore egoistico, vale a dire il mio amore, non è ne sacro né profano, né divino né diabolico.
Un amore circoscritto dalla fede è un falso amore. L'unica limitazione che s'addice all'essenza dell'amore è quella imposta dalla ragione e dall'intelletto. Un amore che disprezza la legge dell' intelletto è, teoricamente, un amor falso, in pratica un amor pernicioso (Feuerbach).
L'amore è per la sua essenza ragionevole — pensa Feuerbach. L'amore e per sua indole credente — pensa invece il cristiano. Quegli inveisce contro l'amore irragionevole, questi contro l'amore senza fede. Ma ambedue lo tollerano unicamente quale uno splendidum vitium. Non sono forse entrambi costretti a tollerare l'amore anche sotto le forme di irragionevolezza e di scetticismo? Essi non ardiscono dire: l'amore irragionevole e l'amore scettico sono un controsenso, non sono l'amore, allo stesso modo che non si arrischiano a dire; le lagrime irragionevoli e le scettiche non sono lagrime. Ma se anche l'amore irragionevole dev'esser tenuto in contò d'amore, e pure è stimolo indegno dell' uomo, ne segue semplicemente questo: non l'amore, bensì l'intelletto o la fede è la cosa suprema; amare possono anche gli esseri irragionevoli e i non credenti; sebbene non abbia pregio se non l'amore d'un essere che ragiona o che crede.
E’ un abbaglio il chiamare, come fa il Feuerbach, la ragionevolezza dell'amore la limitazione che questo da sé stesso c'impone; allo stesso modo potrebbe il credente chiamare col nome di fede "la regola dell'amore". L'amore separato dalla ragione non è né falso pernicioso; esso adempie al suo ufficio quale amore: ecco tutto.
Di fronte al mondo, e particolarmente agli uomini, io devo impormi un sentimento, e presentarmi loro ricco d'affetto e d'amore. Certo, così adoperando, io faccio prova di maggiore indipendenza, che non lasciandomi assalire da tutti i sentimenti più diversi e avvolgermi dalla rete inestricabile delle sensazioni che il caso mi reca. Io avvicino piuttosto il mondo con un sentimento preconcetto, con una specie di pregiudizio. Io mi sono di già tracciata la mia linea di condotta verso gli uomini, e, checché essi facciano, io non sentirò e penserò a lor riguardo se non nel mondo che ho già in precedenza stabilito. Io sono fatto sicuro contro il dominio altrui dal mio principio d'amore; poiché qualunque cosa possa accadere, io amo. Per esempio il brutto mi fa impressione spiacevole, ma risoluto come sono ad amare, faccio forza a me stesso, e vinco, con ogni altra ripugnanza, anche quell'impressione.
Ma un sentimento al quale io mi sia votato e condannato ancor prima di fare il mio ingresso nel mondo, è per l'appunto un sentimento angusto, limitato, perché è un sentimento predestinato, da cui non so più liberarmi. Sicché se il mondo non mi domina, io sono però in soggezione dello spirito dell' uomo. E’ un pregiudizio. Non sono già io che mi mostro al mondo, è il mio amore che gli si rivela. Ecco, io ho trionfato del mondo; ma son divenuto uno schiavo di quello spirito.
Se prima dissi: io amo il mondo; ora soggiungerò ancora, io non l'amo, poiché io l'anniento come anniento me stesso: io lo dissolvo. Io non mi limito ad un unico sentimento verso gli uomini, bensì mi do libero a tutti gli affetti, di cui sono capace. Perchè non dovrei esprimermi con tutta franchezza? Si, io sfrutto il mondo e gli uomini! E con tutto ciò posso conservarmi accessibile ad ogni impressione senza che l'una piuttosto che l'altra mi tolga a me stesso. Io posso amare, con tutta l'anima, senza veder nell'oggetto amato altra cosa fuorché un alimento alla mia passione, che in virtù di quello incessantemente si rinnova. Tutte le cure ch'io mi prendo sono rivolte unicamente all'oggetto del mio amore, a quell'oggetto di cui il mio amore prova bisogno, e che io amo ardentemente. Quanto indifferente mi sarebbe quell'oggetto se non si trattasse che del mio amore ! Io con esso alimento il mio amore, e solo per questo ne ho bisogno; io lo godo.
Scegliamo un altro esempio, che è alla nostra portata. Io vedo gli uomini angustiati, per cupa superstizione, da un lugubre nugolo di fantasmi. Se io mi argomento con ogni mia forza a portare la luce del giorno in quelle fitte tenebre, faccio forse ciò perchè il vostro amore mi vi spinge?
Scriverò io forse per amore degli uomini? No, io scrivo perchè voglio procurare ai miei pensieri un'esistenza nel mondo, e quand'anco potessi prevedere che questi miei pensieri vi toglierebbero la pace ed il riposo, e che dalla semente loro usciranno le guerre più sanguinose e la rovina di molte generazioni: — io spargerei nonostante a piene mani la mia semente. Fatene ciò che volete, e ciò che potete. Quest'è affare vostro: io non me ne curo. Pochi se ne gioveranno. Che mi importa? Forse voi ne avrete cordoglio, lotte, morte. Se mi stesse a cuore l'utile vostro io mi condurrei come la Chiesa, che sottrasse ai profani la Bibbia, o come i governi cristiani che credono di avere il sacrosanto dovere di difendere il "volgo", dai libri cattivi.
Ma vi è di più. Non solo io non scrivo i miei pensieri per amor vostro, ma nemmeno per amor della verità. No; io scrivo così come canta l'uccello che vive tra i rami; la canzone è sufficiente premio al cantore (Goethe).
Io canto — perché son cantore. Ma di voi ho bisogno unicamente perchè ho bisogno d'orecchi che m'intendano.
Dovunque il mondo m'attraversi il cammino — e ciò mi succede ad ogni passo — io lo distruggo per soddisfare la fame del mio egoismo. Tu non sei per me altro che un mio alimento, quantunque anch'io venga da te sfruttato a mia volta.
Tra di noi non esiste che un solo rapporto, un solo legame: quello dell'utilità, del profitto. Noi reciprocamente nulla ci dobbiamo, poiché ciò che in apparenza devo a te, lo devo in realtà tutt'al più a me stesso. Se ti mostro una faccia ilare, per dilettarti, ciò significa che mi sta a cuore la tua letizia e la mia faccia obbedisce al mio desiderio. A molti altri, che non mi curo di allietare io non farò quel viso.
Solo l'educazione può avviarci a quell'amore che si fonde sull' "essenza dell'uomo" e che pesa su noi quale un "precetto". Noi dimostreremo con esempi in qual modo l'influenza morale, ch'è il principale espediente della nostra educazione, cerchi di regolare i rapporti degli uomini tra loro.
Coloro che hanno cura della nostra educazione si danno anzitutto faccenda per toglierci l'abuso della menzogna e per inspirarci l'amore alla verità. Ora se a questa regola si ponesse per fondamento l'egoismo, ognuno comprenderebbe di leggeri com'egli mentendo corra pericolo di perder la fiducia degli altri, o quanto sia vero l'assioma, che chi ha mentito anche una sola volta non si presta fede più né pure quando dice la verità. Ma in pari tempo sentirà anche ch'egli non è tenuto a dire la verità se non a colui cui egli ha conferito il diritto di saperla. Se una spia s'aggira travestita pel tempo nemico, e viene richiesta del suo essere, coloro che l'interrogano sono certamente nel loro diritto di domandare, ma la spia travestita non concede loro quello di sapere chi essa si sia; essa dirà tutto, fuorché la verità. Eppure la morale impone: tu non devi mentire. La morale conferisce però a coloro un diritto di saper chi sia quella spia, ma non a questa il diritto di rivelarlo.
Io non riconosco altri diritti fuorché quelli che io stesso concedo, supponiamo che in un'adunanza rivoluzionaria la polizia domandi il nome dell'oratore: tutti sanno che essa ha diritto di conoscerlo, ma l'oratore, ch'è a lui nemico, dirà un nome falso e mentirà alla polizia. Anche questa non è tanto sciocca da rimettersene all'amore della verità dei suoi avversari, anzi essa cercherà se le vien fatto, di conoscere chi realmente sia la persona in questione. Sì, lo Stato si mantiene sempre incredulo di fronte agli individui, poiché nel loro egoismo riconosce il suo nemico naturale. Esso richiede sempre delle prove, e chi non può fornirle cade nelle sue mani. Lo Stato non crede al singolo, non si fida di lui, e si pone di conseguenza sullo stesso terreno della menzogna. Esso mi crede solo quando s'è convinto della verità del mio asserto, per ottenere la qual cosa molte volte è ridotto a rimettersi al mio giuramento. Con quanta evidenza non è dimostrato con ciò che lo Stato non conta sulla nostra sincerità, ma solamente sul nostro interesse, sul nostro egoismo: che solo si affida alla convinzione che noi non vorremmo con un falso giuramento incorrere nella disgrazia di Dio.
Immaginiamoci un po' un rivoluzionario francese dell'anno 1788 il quale tra amici si lasciasse sfuggire queste parole: "Il mondo non avrà riposo prima che l'ultimo re non penda appiccato dalle budella dell'ultimo prete". A quel tempo il re raccoglieva in sé ogni potere, e se si fosse saputo che si eran profferite quelle parole si sarebbe preteso che l'accusato le confessasse. Ora vi sarebbe egli tenuto? Negandole, egli mentirebbe, ma sfuggirebbe alla pena. Affermandole, egli dice la verità, e ci rimette la testa. Se egli tiene la verità in maggior conto di ogni altra cosa, ebbene muoia. Soltanto qualche poeta miserabile potrebbe sentirsi allettato e scriver sul quei soggetto una tragedia. Poiché qual interesse può esservi nel veder un uomo soccombere per viltà? Ma se egli avesse il coraggio di non essere schiavo della verità e della sincerità, egli chiederebbe a sé stesso presso poco: Che bisogno hanno i giudici di conoscere quello che ho detto in un circolo d'amici? Se io avessi voluto ch'essi lo sapessero l'avrei detto a loro medesimi nello stesso modo che l'ho detto agli amici. Ma io non voglio ch'essi lo sappiano. Essi vogliono impicciarsi dei fatti miei, senza ch'io li abbia chiamati né fatti miei confidenti: essi vogliono conoscere quello che io voglio nascondere. Ebbene, orsù, voi che volete spezzare la mia volontà colla vostra, provate le vostre arti. Voi potete mettermi alla tortura, potrete minacciarmi le pene dell'inferno, la dannazione eterna, mi potrete rendere tanto debole da prestarvi un giuramento falso, ma la verità voi non potrete costringermi a confessarvela, poiché io voglio mentire a voi perchè io non vi ho dato alcun diritto di disporre del mio pensiero. Possa quel Dio ch'è la verità, guardami dall'alto accigliato e minaccioso quanto gli aggrada, mi riesca pur difficile pronunciar una menzogna, io avrò tuttavia il coraggio di mentire; e quando pure fossi stanco della vita, e nulla mi fosse più gradito della scure del carnefice, nondimeno non vorrei darvi la gioia di aver trovato in me uno schiavo della verità, che voi con le vostre arti pretine riduceste al vostro volere. Quando pronunciai quelle parole di alto tradimento, io volli che voi nulla ne sapeste; ora mantenga ferma la mia volontà e non mi lascio intimidire dall'anatema della menzogna.
Sigismondo non è già un soggetto miserabile e spregevole perché ha mancato alla sua parola di re; anzi è vero l'opposto; egli mancò alla sua parola data perchè era un soggetto miserabile e spregevole; egli avrebbe potuto anche mantener la sua parola e sarebbe rimasto cionondimeno l'essere miserabile e spregevole che egli era.
Lutero, spinto da una forza superiore, infranse i suoi voti monastici; egli li infranse per amor di Dio. Ambidue, infrangendo i loro giuramenti, erano ossessi. Sigismondo, perchè voleva in apparenza professare sinceramente la verità divina, vale a dire la vera fede, la cattolica; Lutero, perchè voleva far testimonianza, sinceramente, in tutta verità, corpo ed anima, pel vangelo, l'uno e l'altro furono spergiuri. Per poter essere sinceri di fronte ad una "verità superiore". Con questa differenza però: che l'uno fu svincolato dal suo giuramento dai preti, l'altro se ne svincolò da sé stesso. Che altro hanno fatto entrambi se non tener conto dell'insegnamento contenuto nelle parole degli Apostoli: "tu non hai mentito agli uomini, bensì hai mentito a Dio"? Essi mentirono agli uomini, infransero i loro giuramenti dinanzi agli uomini, per non mentire a Dio, anzi per servirlo. In questo modo essi ci mostrano come si debba far conto della verità dinanzi agli uomini. Per la gloria di Dio — per amor suo — lo spergiuro, la menzogna, la fede infranta.
Ma se commettessimo uno spergiuro per amor nostro non ci si accuserebbe forse di furfanteria? In apparenza cosi è, ma in realtà quest'azione non sarebbe diversa dall'altra fatta per amor di Dio. Non si sono forse commesse tutte le atrocità possibili in nome di Dio, alzati i patiboli per amor suo, consumati in suo nome tutti gli auto da fé, imbecillità l'umanità in nome suo? Ed oggi ancora nei teneri bambini non si costringe lo spirito alla educazione religiosa? Non s'infranse in tutti i tempi ogni più sacro voto per amor suo? Non si mandano forse ogni giorno in giro pel mondo missionari e preti per indurre ebrei e pagani, protestanti e cattolici, a tradire la fede dei padri — sempre per amor di Dio? E le cose dovrebbero andar peggio se si trattasse di farle per amor mio? Che cosa significa "per amor mio"? Ecco che tosto si ricorre col pensiero alla "miserabile sete di lucro". Chi opera per amore di lucro opera per conto proprio (né v'ha cosa del resto che non sia fatta per amor di sé stessi; solo chi ricerca il lucro per sé stesso ne diviene schiavo, appartiene al lucro, e non già a sé stesso); non deve forse chi è dominato dalla passione dell'avidità obbedire ai comandi di questa sua padrona, e se talvolta dà prova di debolezza non è questa forse un'eccezione? Non altrimenti i fedeli perdono talvolta la guida del Signore e sono travagliati dalle arti diaboliche. Dunque l'avaro non è uno che possiede sé stesso, bensì uno schiavo, e non può far cosa alcuna per sé stesso senza farla per amore della sua padrona — la passione che lo domina — proprio così come la fede signoreggia l'uomo religioso.
E’ celebre l'infrazione del giuramento commessa da Francesco II contro l'Imperatore Carlo V. Non già più tardi, quando egli ebbe agio di meditare tranquillamente la sua promessa, ma nel momento stesso in cui prestava il giuramento, il re Francesco lo infrangeva con una restrizione mentale e poi con un documento segreto firmato dai suoi consiglieri: egli aveva pronunciato uno spergiuro premeditato. Francesco non era alieno dal riscattare la propria libertà; ma il prezzo richiesto da Carlo gli sembrava soverchio ed ingiusto. Se pure non dobbiamo dire che Carlo si sia dimostrato avido troppo, Francesco si comportò nondimeno da straccione col voler acquistare la propria libertà ad un prezzo inferiore al pattuito; e le sue azioni posteriori, tra le quali si annovera un secondo spergiuro, dimostrano a sazietà in qual modo egli fosse posseduto dallo spirito dell'avarizia che lo teneva schiavo e lo rendeva un miserabile truffatore. Però che cosa possiamo noi dire circa allo spergiuro che gli è imputato? Questo soltanto: che non lo spergiuro lo ha disonorato, bensì la sua spilorceria; ch'egli non merita disprezzo perchè sia stato uno spergiuro, bensì ch'egli s'è reso colpevole d'uno spergiuro per ciò solo ch'era un uomo spregevole. Ma lo spergiuro di Francesco considerato per sé stesso merita d'esser giudicato diversamente. Si potrebbe dire che Francesco non abbia corrisposto alla fiducia dimostratagli da Carlo quando gli rese la libertà. Ma se Carlo avesse avuto realmente fiducia in lui, gli avrebbe semplicemente indicata la somma del riscatto e poi gli avrebbe restituita la libertà, attendendo che Francesco versasse quella somma. Carlo non aveva tale fiducia; soltanto, era persuaso che la debolezza e la credulità di Francesco non gli avrebbero permesso d'infrangere il giuramento; e Francesco non fece che sventare quel calcolo mal fondato. Mentre Carlo V credeva di assicurarsi, mediante un giuramento, del suo nemico, appunto con quel giuramento lo svincolava da ogni obbligazione. Egli aveva calcolato unicamente sulla imbecillità del suo nemico, vale a dire sulla lealtà sua. L'aveva rilasciato dalla prigione di Madrid per renderlo più sicuramente prigioniero della sua coscienza, del grande carcere in cui la religione ha chiuso l'uomo. Per ciò lo rimandò in Francia avvinto da invisibili ceppi. Qual meraviglia dunque se Francesco cercò di fuggire, spezzando quelle catene? Nessuno gli avrebbe mosso un appunto se fosse evaso segretamente dalle carceri di Madrid, poiché si trovava in balia di un nemico; ed ecco che invece ogni buon cristiano si tiene licenziato a condannarlo perché egli abbia tentato di sottrarsi ai legami divini.
(Il papa solo più tardi lo sciolse dal suo giuramento). 

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