lunedì 19 agosto 2019

ZOMBIE


Mi preparo per la notte con un fiore in mano
Con la lama lucente lo trito
Cosi affilata da tagliar in due l'abisso nero
Fumo la Ganja mentre mi preparo per la vendetta
Tra le fiamme e il fumo cresce l'istinto omicida
Seduto sul letto guardo le mie vene recise
Tutto si tinge di rosso mentre il sole tramonta
La notte scende per le strade
Il buio mi avvolge nascondendomi da occhi indiscreti
Voglio uccidere tutti gli Zombie
Nella fucina del diavolo forgio la mia lama
Ha sete di sangue il pugnale affilato come un rasoio
Vago per le strade alla ricerca delle cervella sfatte
Devo essere veloce se non voglio infettarmi
La tela si dipinge di materia purulenta
Mentre danzo sull'orlo dell'abisso
Sento i tamburi dei miei antenati
Con il fuoco gli hashashish mi marchiano
Per non dimenticare le mie origini
Colpire per poi allontanarsi nascosto dalla bruma
Ogni passo mi avvicina al vuoto assoluto
I tremori svaniscono mentre uccido il Non-Essere
E' il mio mondo che voglio preservare
Nulla esiste al di fuori di esso
Voglio uccidere tutti gli Zombie
Le porte mi si aprono
Scardinate dagli artigli della Tigre
Il Non-Mondo mi diventa piccolo
Nessun segreto per l'Hashashish
Brucio la bibbia di Sant Errico
Come fosse una torcia per illuminare la strada
Gli anarchici non possono dare lezioni ad un assassino
Non cerco il paradiso
Voglio solo uccidere gli Zombie

Chiù Pac

domenica 18 agosto 2019

LE VERITÀ SONO ILLUSIONI


In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c’era una volta un astro, su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e più menzognero della «storia del mondo»: ma tutto ciò durò soltanto un minuto. Dopo pochi respiri della natura, l’astro si raggelò e gli animali intelligenti dovettero morire.
È con questo incipit che Nietzsche apre Su verità e menzogna in senso extramorale , breve testo scritto nel 1873 e pubblicato postumo, ponendoci davanti alla fugacità del nostro intelletto. Quest’ultimo viene concesso agli esseri più deboli, ai quali è interdetta una lotta fisica come quella tra animali feroci, per ingannarli sul valore dell’esistenza, usando come mezzo la finzione. L’uomo, e più di tutti il filosofo, considera orgogliosamente la propria esistenza e il proprio agire come dominante, centrale, unico; Nietzsche vuole mostrare come questo sia frutto dell’inganno della nostra conoscenza, la quale non ha più o meno rilevanza per l’universo dello svolazzare di una zanzara. Il primo passo che spinge l’uomo a distinguere tra verità e menzogna è il desiderio di vivere pacificamente uscendo dal rozzo «bellum omnium contra omnes». Viene così inventata una «designazione delle cose uniformemente valida e vincolante», ma in che senso l’uomo vuole la verità? L’uomo vuole la verità e respinge l’inganno fintantoché esso si rivela dannoso, ma respinge anche quelle verità che considera distruttive. La designazione delle cose avviene attraverso il linguaggio, che Nietzsche scompone in due passaggi, o meglio, due metafore: l’immagine prodotta dallo stimolo nervoso (prima metafora) viene plasmata in un suono (seconda metafora). Ogni parola diviene concetto, per adattarsi a innumerevoli casi diversi tra loro, ma comunque simili. Una foglia non sarà mai perfettamente uguale ad un’altra, ma abbiamo bisogno di un concetto che la designi in generale e così tralasciamo le differenze individuali: «ogni concetto sorge dall’equiparazione di ciò che non è uguale».
[…] la natura non conosce invece nessuna forma e nessun concetto, e quindi neppure alcun genere, ma soltanto una x, per noi inattingibile e indefinibile. […] Che cos’è dunque la verità? Un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente, che sono state trasferite e abbellite, e che dopo un lungo uso sembrano a un popolo solide, canoniche e vincolanti: le verità sono illusioni di cui si è dimenticata la natura illusoria, […] sono monete la cui immagine si è consumata e che vengono prese in considerazione soltanto come metallo, non più come monete.
L’uomo giunge alla verità attraverso l’oblio. Nietzsche riconosce lo sforzo dell’uomo nell’andare oltre semplici stimoli sensoriali e nel costruire concetti pur non essendo in possesso di alcun fondamento stabile. Allo stesso tempo ammette però che la verità in sé non esiste, che essa non è altro che l’irrigidirsi di una metafora, generata dalla capacità creativa dell’uomo, ma anche dal suo obliare.
Allo stesso modo un sogno, eternamente ripetuto, sarebbe sentito e giudicato interamente come realtà. Ma l’indurirsi e l’irrigidirsi di una metafora non offre assolutamente alcuna garanzia per la necessità e per la legittimità esclusiva di questa metafora.
Questo vale anche per quanto riguarda le leggi della natura, che noi conosciamo solo per gli effetti, ovvero per le relazioni che intercorrono tra esse. Quello che ci è realmente noto in queste relazioni è ciò che noi stessi aggiungiamo, cioè lo spazio e il tempo. I numeri e il rigore della scienza matematica sono senz’altro elementi stupefacenti, ma Nietzsche ci mostra come questa regolarità e conformità delle scienze, pur riconoscendone l’inviolabilità, non sia altro che un’imposizione che noi facciamo a noi stessi, introducendo proprietà nelle cose. Noi umani immettiamo regolarità nelle cose, imponendole anche a noi stessi.
L’uomo si costruisce un mondo regolare e rigido, ma al tempo stesso il suo impulso fondamentale a creare metafore trova sfogo nell’arte e nel mito. In questi ambiti l’uomo si sente come nel sogno, «con gusto creativo mescola le metafore e sposta le pietre di con fine dell’astrazione», lasciandosi guidare dall’intuizione. Nietzsche nell’ultima parte dello scritto fa riferimento agli antichi greci, un «popolo ispirato miticamente» e che risulta perciò simile ad un sogno. Attraverso il mito l’uomo si sottrae alla soggezione alla regolarità scientifica e concettuale e si inganna, ma lo fa senza ricevere alcun danno. L’intelletto umano infatti è «maestro di finzione» e, lasciandosi guidare dalle intuizioni, può far sì che la vita si fondi sull’arte, così che la finzione non sia più solo un mezzo per respingere esiti distruttivi, ma anche una modalità di espressione umana in grado di procurare una certa armonia. Ho posto questo testo, breve ma determinante, come punto di partenza in questo capitolo dove vorrei affrontare l’aspetto esistenziale del nichilismo. Come affermato nel capitolo introduttivo, nichilismo significa perdita dei valori, degli orizzonti e del significato della vita, a cui seguono smarrimento e pessimismo. Quello che viene illustrato da Nietzsche in Su verità e menzogna in senso extramorale è il processo con cui l’uomo crea la distinzione arbitraria tra verità e menzogna, dimostrando come non esista una verità in quanto tale, una verità in sé.
Proprio tale consapevolezza è il punto di partenza del nichilismo: non esiste qualcosa che sia vero in sé, tutto è arbitrario, convenzionale. Il linguaggio, mezzo di espressione e di unione degli individui, non è più l’espressione della verità, ma semplicemente la riduzione convenzionale di uno stimolo corporeo a un suono. Lo sfociare della creatività umana nell’arte può portarci, pur sempre nella finzione, ad un’armonia in un certo senso salvifica, questo non elimina però la consapevolezza della fugacità del nostro intelletto e lo smascheramento del suo inganno. L’uomo sembra non avere più alcun fondamento per la sua esistenza, alcuna direzione. In uno dei suoi frammenti (1888) Nietzsche spiega il nichilismo a livello psicologico, come il sentimento di mancanza di senso e di fondamenta:
Il nichilismo come stato psicologico subentra di necessità,in primo luogo, quando abbiamo cercato in tutto l’accadere un «senso» che in esso non c’è, sicché alla fine a chi cerca viene a mancare il coraggio. Il nichilismo è allora l’acquistar coscienza del lungo spreco di forze, il tormento dell’«invano», l’insicurezza, la mancanza dell’occasione di riposarsi in qualche modo, di tranquillizzarsi con qualcosa ancora– la vergogna di fronte a se stessi, come se ci si fosse troppo a lungo ingannati… […]

Il nichilismo come stato psicologico subentra,in secondo luogo, quando si è postulata una totalità, una sistematizzazione e addirittura un’organizzazione in tutto l’accadere e alla sua base, sicché l’anima assetata di ammirazione e venerazione gozzoviglia nella rappresentazione generale di una suprema forma di governo e amministrazione […].

Una specie di unità, una qualunque forma di «monismo»: e in conseguenza di questa credenza l’uomo ha un profondo sentimento della connessione e della dipendenza da un tutto a lui immensamente superiore, è un modus della divinità… «il bene dell’universale esige l’abbandonarsi del singolo» … ma, guarda un po’, un siffatto universale non c’è! In fondo l’uomo ha perduto la fede nel suo valore, se attraverso di lui non opera un tutto che abbia un infinito valore; egli cioè ha concepito un tale tutto per poter credere nel proprio valore
L’interpretazione della realtà creata dall’uomo nel linguaggio è un’illusione di verità, che viene ad avere un valore reale in quanto mezzo di conservazione fondamentale della vita. L’uomo si è a lungo ingannato e il nichilismo è la consapevolezza di questo inganno. Venendo meno la sistematizzazione del mondo, viene meno anche il valore che l’uomo ha attribuito a se stesso e alla sua conoscenza.

venerdì 16 agosto 2019

IL SACRO E LA GERARCHIA







Lo spirituale, fantasmagorico, ci è mostrato nello spirito con il carattere del sacro. È così che Stirner arriva all’uno e all’altro: “Cosa pensi, non è solo il tuo modo di pensare? Al contrario, è ciò che è più reale, ciò che è veramente vero nel mondo: è la verità stessa. Quando penso correttamente, penso alla “verità”. È vero, posso illudermi della verità, non riesco a capirla, ma quando la mia comprensione è vera, l’oggetto della mia comprensione è la ‘Verità’.
In questo modo, quindi, vuoi conoscere la verità? La verità è sacra per me. Può accadere che io trovi una verità imperfetta che devo sostituire con una migliore, ma non posso sopprimere la Verità. Credo nella verità ed è per questo che la cerco; niente la supera ed è eterna. ” Gli spiriti sono ritenuti nello spirito come “propriamente veri” in modo tale da essere ritenuti nello spirito come “intoccabili”. Il sacro è mostrato per la prima volta come il carattere inamovibile, superiore e sempre presente (eterno) degli spiriti. Si potrebbe riassumere dicendo che il sacro riassume la relazione dell’adoratore con il divino.
D’altra parte, il sacro è caratterizzato da “estraneità” (Fremdheit): “L’estraneità è una caratteristica del” sacro “. In tutto ciò che è sacro c’è qualcosa di misterioso, cioè strano, qualcosa che ci disturba. Ciò che per me è sacro non è “il mio” e se, ad esempio, la proprietà di qualcun altro non fosse sacra per me, la considererei mia e appropriata non appena avessi avuto un occasione migliore. ” Che lo spirituale sia sacro significa che è estraneo a me: non gioco alcun ruolo nel suo carattere sacro e non è mai completamente accessibile (è un altro) o, in altre parole, è rivelato.
Che il sacro sia “dato” o “rivelato” è ciò che distingue, ad esempio, il sacro da ciò che consideriamo semplicemente vero: “Perché non considero sacro una verità matematica indiscussa che potrebbe essere chiamata eterna, nel senso usuale della parola? Perché non è rivelato, non è la rivelazione di un essere superiore. “
Infine, è proprio del sacro sacralizzare il suo adoratore. Il sacro, come spirituale, sacralizza lo spirito che lo riconosce come tale: “Il Sacro è, quindi, il più alto tra le essenze e tutto ciò in cui esso si rivela o si manifesta, e anche sacro, sono coloro che riconoscono quell’essere supremo nel proprio essere, cioè nelle sue manifestazioni. Ciò che è sacro santifica a sua volta l’adoratore, che con il suo culto diventa sacro a se stesso; e allo stesso modo santifica tutto ciò che fa: santo commercio, pensieri santi, azioni sante, aspirazioni sante, ecc. “
Mentre queste tre caratterizzazioni del sacro ci permettono di capire che cosa Stirner intende con sacro, ci sono due osservazioni che dobbiamo prendere in considerazione. Il primo ha a che fare con il campo del sacro. Per Stirner è un errore considerare il sacro come appartenete solo alla sfera religiosa: “Comprendere solo le verità religiose rivelate sarebbe assolutamente errato, sarebbe completamente ignorato il significato del concetto” essere superiore “. Gli atei ridono di quell’essere superiore che è adorato sotto il nome di “altissimo” o “etre supremo” e riducendolo in polvere, uno dopo l’altro, in tutte le prove della sua esistenza, senza notare che essi stessi obbediscono al loro bisogno di un essere superiore e che non distruggono il vecchio ma per far spazio a uno nuovo “.
Quindi, il sacro a che fare, più che con i religiosi, con un comportamento di base della costituzione del religioso, di cui il religioso è solo una delle sue espressioni. La seconda osservazione ha a che fare con la genesi del sacro, che Stirner vede in una tendenza propria dell’io:
“Tutti i tuoi sforzi e tutte le tue preoccupazioni per separarti da te non sono altro che lo sforzo incompreso di dissolvere te stesso. Se sei incatenato a ciò che hai fatto in passato e se devi farfugliare con quello che hai fatto ieri, non puoi trasformarti in ogni momento. Allora ti senti intrappolato dalle catene della schiavitù e paralizzato. Per questo, in ogni istante della tua esistenza risplende un momento futuro che ti chiama, e tu, nel tuo sviluppo, ti separi da te stesso, dal tuo Io attuale. Ciò che sei in ogni momento è la tua stessa creazione e non devi separarti da questa creazione, tu, il suo creatore. Sei un essere superiore a te stesso, tu che superi te stesso. “
L’io per essere contingente, fugace, e tuttavia essere soggetto a fantasmi che lo fissano (rispondere ad errori del passato per esempio, facendo appello alla giustizia, non riconoscere l’attuale unicità) ha questa tendenza a separarsi da se stesso. Tuttavia, non riconoscendosi come unico, come un costante creatore di se stesso, non si riconosce come la propria attuale creazione ma proietta, questa creazione in un un altro (alieno, sacro) mantenendosi completamente legato al suo passato.
Quindi, ciò che alla fine non è altro che un’espressione del costante cambiamento dell’io, diventa la fissazione dell’io e il desiderio di un altro. Così il carattere dominante dello spirito, o più propriamente, del modo di avere lo spirito proprio dello spirito, ci è rivelato più chiaramente. In questo dominio stabilito dalla sacralizzazione viene indicato da Stirner, l’appellativo di gerarchia (Hierarchie), che deve essere inteso come “potere” sacro “:
“Gli uomini sono divisi in due classi, i colti e gli ignoranti. I primi, nella misura in cui erano degni del proprio nome, erano occupati con i pensieri, con lo Spirito, e come durante l’era post-cristiana, che ha avuto il pensiero per principio , erano i maestri, richiedevano la più rispettosa sottomissione ai pensieri riconosciuti da esso. Stato, Imperatore, Chiesa, Dio, Morale, Ordine, ecc. sono pensieri o spiriti che esistono solo per lo Spirito. Un essere semplicemente vivo, un animale, si prende cura di loro tanto quanto un bambino. Ma gli ignoranti non sono più che bambini e chi pensa solo a soddisfare i bisogni della vita è indifferente a tutti i fantasmi; ma, d’altra parte, mancando di forza contro di essi, finisce per essere dominato dai pensieri e cadere sotto il loro potere. Questo è il senso della gerarchia “.
Con questa divisione tra colti e incolti, riferisce Stirner, piuttosto che il fatto che “il popolo istruito” indirizza “il popolo ignorante”, a cui le idee o lo spirito indirizzano “il mondano” (i piaceri, la natura, l’interesse: in altre parole, tutto ciò che non è lo spirito). Per questo motivo, la gerarchia è direttamente associata al pensiero e può esistere all’interno dello stesso individuo:
“La gerarchia è il dominio del pensiero, il dominio dello Spirito! Fino ad ora siamo stati gerarchici, oppressi da coloro che si sono affidati ai pensieri. I pensieri sono il sacro. Ma in ogni momento il colto si scontra con l’ignorante, e viceversa, non solo tra due persone, ma nello stesso uomo. Perché nessun colto è così colto da non trovare alcun piacere nelle cose, essendo in quel caso un ignorante, e nessuna persona ignorante è totalmente priva di pensieri “.
Per questa ragione, la gerarchia è il “potere sacro” nella misura in cui l’istituzione della gerarchia è propria del sacro e quando Stirner afferma che “siamo stati gerarchici fino ad ora” significa che muovendo nel regno dello spirito non abbiamo fatto più che costantemente rinnovare e aggiornare il suo dominio. Ancora una volta, prima di passare al problema dell’ossessione e dell’idea fissa (dove approfondiremo la nozione di religione che Stirner gestisce), ci avvicineremo alla situazione metodica del sacro e della gerarchia.
Fino ad ora abbiamo vagamente affermato più o meno, che il sacro è un carattere spirituale e un modo per avere lo spirito proprio dello spirito. Dobbiamo dire che il sacro è soprattutto il modo in cui lo spirito è considerato come una relazione e come un contenuto. La ragione di ciò è che l’estraneità propria del sacro costituisce il contrario dell’egoismo, caratterizzato dalla proprietà (Eigentum).
Inoltre, come abbiamo visto, Stirner riconosce lo Spirito come un comportamento dell’io e riconosce la possibilità di desacralizzarlo. “Essere gerarchici” è l’opposto di “essere egoisti”: è un modo di detenere lo spirito in modo tale da riconoscerlo come incontestabile, inamovibile, superiore, fisso, ecc. e come tale è un’esecuzione specifica del comportamento spirituale. Il fatto stesso che il sacro sacralizza sia se stesso che il suo fedele dimostra che ciò che è considerato sacro lo è sia il contenuto che la relazione, tutto questo governato dall’esecuzione. Quindi, dobbiamo comprendere la gerarchia come un’esecuzione e il sacro come una caratteristica del contenuto e del comportamento spirituale (degli spiriti e dello spirito) appropriato per quell’esecuzione.
[Font: AbissoNichilista]

martedì 13 agosto 2019

Il Padre Sole e la struttura del cosmo


“Il Sole creò l’universo, per questo si chiama Padre Sole (pagë abé). Egli è il padre di tutti i Desana. Egli creò l’universo con il potere della sua luce gialla e gli diede vita e stabilità. Dal luogo dove stava, bagnato di riflessi gialli, il Sole fece la terra, con le sue foreste e i fiumi, gli animali e le piante. La sua creazione risultò perfetta.”


Il Creatore dell’universo, nella mitologia desana, corrisponde alla figura del Padre Sole. Questi può essere identificato come una forza creatrice, uno “stato” che si manifesta nella luce gialla emanata dal disco solare. Pagë abé è sempre esistito, ed emanò la Creazione senza una particolare intenzione. Una volta che la luce gialla ebbe eseguito questo atto, il Sole legiferò sul suo operato: stabilì i percorsi ciclici del processo della vita e impose le norme secondo le quali doveva vivere l’uomo e ordinarsi la società. Come vedremo in seguito, la legge fondamentale che i Desana avrebbero dovuto rispettare fu quella dell’esogamia. La stipulazione di questa legge avvenne in seguito all’incesto originario tra il Sole e sua figlia, che gettò il mondo nel caos.

“Il mondo nel quale viviamo ha la forma di un grande disco, un immenso piatto rotondo. È il mondo degli uomini e degli animali, il mondo della vita.La dimora del Sole è di colore giallo, il colore del suo potere, quella degli uomini e degli animali è di colore rosso, il colore della fecondità e del sangue degli esseri viventi. La nostra Terra è detta “piano di sopra” (vexkámaxa turí), perché in basso c’è un altro mondo, il “piano di sotto” (doxkámaxa turí), anche detto Axpikon-día, paradiso. Il paradiso è di colore verde, e lì vanno tutte le anime dei morti che sono stati dei buoni Desana durante la loro vita. Nel lato da cui sorge il Sole, in Axpikon-día, c’è un grande lago dove sboccano tutti ifiumi della terra, poiché tutti corrono verso est. In tale modo Axpikon-día è connesso con la nostra terra per mezzo delle acque dei fiumi. Nel lato dove il Sole scompare, in Axpikon-día, sta la Parte oscura. È la parte della notte ed è pericolosa. Vista da Axpikon-día la nostra terra è simile a una grande ragnatela. È trasparente e il Sole può guardarvi attraverso. I fili di questa ragnatela sono come le norme secondo le quali devono vivere gli uomini; essi si muovono lungo questi fili, cercando di vivere bene, e il Sole li guarda. Al di sopra della nostra terra il Sole ha creato la Via Lattea. Questa sgorga comeuna grande corrente spumosa da Axpikon-día e si dirige da est a ovest. Lungo la Via Lattea corrono i grandi venti e tutta quella parte è azzurra. È la regione intermedia tra il potere giallo del Sole e lo stato rosso della terra. Per questo è una zona pericolosa, perché è lì che la gente comunica con il mondo invisibile e con gli spiriti.”

In questo ultimo brano è presentata la struttura del cosmo generalmente accettata tra i Tukano. L’universo consiste in tre zone cosmiche sovrapposte: la Zona superiore o celeste, la Zona intermedia che è la nostra terra, e la Zona inferiore, quella del paradiso. L’elemento strutturale più importante della Zona superiore è la Via Lattea. Ognuna di queste zone è dominata da un particolare tipo di energia, a cui è associato un certo colore.
La Zona inferiore è la dimora del Padre Sole, che dopo la creazione e la promulgazione delle norme morali si è ritirato in Axpikon-día, la zona paradisiaca, continuando ad emanare la propria energia gialla. Il Sole visibile durante il giorno è un rappresentante di pagë abé nella Zona intermedia, e attraverso questi il Padre Sole continua ad inviare la propria energia fertilizzatrice sulla terra, permettendo la continuità della vita di tutte le creature, uomo compreso. La zona paradisiaca è ammantata di una tenue luce verde: il colore verde è quello delle foglie di coca, che se masticate fanno scomparire fame e fatica. Axpikon-día è quindi un luogo ove
uno degli stimoli che più tormentano la vita dei Tukano, quello della fame, cessa di esistere.
La Zona intermedia è invece quella terrena, un mondo in cui si incontrano due principi complementari opposti: la terra, maschile, e l’acqua, femminile. Tra i Tukano si ritiene infatti che la foresta (terra) fertilizzi i fiumi (acqua). Prendendo atto di questa dicotomia, come approfondiremo in seguito, è possibile far luce su moltissimi aspetti della cultura Tukano, in primis sulla distribuzione delle attività quotidiane tra generi. Nel paragrafo precedente era stato sottolineato come caccia e pesca fossero attività proprie dell’uomo, ma che la prima fosse ritenuta più virile della seconda. Ciò è spiegato dal fatto che i pesci, vivendo nell’acqua, sono associati a un principio femminile, mentre la selvaggina, vivendo nella foresta, è associata a un principio maschile. Ne consegue che alimenti dal marcato carattere femminile, come il pesce, non possono essere mescolati ad alimenti dal marcato carattere maschile, come la carne, perché intrisi di essenze opposte.
Alla Zona intermedia è associato il colore rosso, un colore dall’essenza uterina. All’intera Zona intermedia è quindi associato un carattere generalmente femminile, benché vi si incontrino comunque principi sia maschili che femminili.
Appare chiaro come l’energia gialla solare abbia un carattere seminale-spermatico, in grado di fertilizzare il mondo terrestre-uterino. È grazie al Sole se sulla terra si possono perpetuare i processi di fertilizzazione, incubazione, crescita e procreazione.
La Zona superiore è caratterizzata da un’essenza ambivalente. In essa risiede infatti la Via Lattea: questa è concepita come una corrente tormentosa che si inarca sopra la terra. Essa proviene dalla Zona Inferiore e si dirige da est a ovest.
Il colore che la contraddistingue è l’azzurro, associato al cielo, al soprannaturale e al fumo di tabacco, ma anche al vomito e alle ferite. La Via Lattea è la zona della comunicazione in cui si stabilisce il contatto tra gli esseri terrestri e quelli soprannaturali: tale contatto è reso possibile dall’utilizzo di sostanze allucinogene o da stati di profonda concentrazione. La Via Lattea è quindi la zona delle visioni, nella quale penetrano gli sciamani per mediare tra la sfera naturale e quella soprannaturale. Essa è però un luogo pericoloso, associabile ad un concetto seminale ambiguo. Qui circolano le malattie, identificate come scarti putrefatti che galleggiano nella corrente tormentosa: un payé malevolo può canalizzare questa corrente infettiva verso la terra, contaminandola. Nella Zona superiore è quindi possibile ottenere il bene, contattando il divino, ma anche causare il male al prossimo.
Prima di procedere all’analisi di altre parti del Mito della Creazione è necessario soffermarsi su un concetto essenziale per la buona comprensione della cosmologia tukano, ovvero il concetto di bogá.
Bogá è il principale tipo di energia pervadente il cosmo, associata ad una forza vitale di carattere spermatico. Bogá è emanata dal Padre Sole per mezzo del Sole visibile e si manifesta attraverso il colore giallo, colore simboleggiante il seme maschile. Questo colore si manifesta in molte forme, come nella saliva, nel miele, nel cristallo di quarzite, in alcuni animali di colore giallo (per esempio la gallina di montagna), nel cotone e nella fibra della palma cumare. Tutti questi elementi contengono in sé il potere fertilizzatore del Sole e sono, dunque, molto importanti nel pensiero religioso e nelle pratiche sciamaniche.
La divinità solare è associata ad una sorta di osso, di impalcatura che sostiene la struttura sociale umana e, più in generale, l’intero universo. Il Padre Sole può essere comparato ad un tubo che crea una connessione (copula) permanente tra i diversi livelli cosmici. Tale identità seminale non è però soltanto positiva, in quanto, come il seme umano, essa può essere veicolo di infezione. Questa sfumatura di significato può essere ben compresa con un esempio: il fulmine è l’eiaculazione del Sole, che fertilizza la terra, ma porta anche distruzione. Uno sciamano, nel momento in cui localizza un luogo dove si è abbattuto un fulmine, cerca nella terra piccoli frammenti di quarzo, che si occupa velocemente di nascondere. Questi cristalli sono infatti considerati agenti patogeni, possibile causa di malattie.
Tornando al concetto di bogá, va sottolineato che questo tipo di energia è limitato. Il circuito energetico del mondo è infatti un circuito chiuso, nel quale scorre una limitata quantità di energia seminale. Questa energia è ben distribuita tra uomini, animali e piante. Nel momento in cui un uomo uccide un animale e se ne ciba, diminuisce la quantità di energia spermatica posseduta dalla fauna, aumentando quella umana. Egli può però reimmettere energia nel sistema faunistico praticando l’astinenza sessuale, così da permettere la riproduzione animale. Anche per questo la sessualità incontrollata provoca grande terrore tra i Tukano: essa rappresenta un’interruzione nell’equilibrio del sistema e una degradazione dello stesso.
Riassumendo, bogá è un flusso energetico fertilizzatore, che mette in comunicazione diversi livelli cosmici e porta trasformazione e creazione.
Un’energia trasformatrice rimanda però a elementi uterini, come per esempio il focolare, che è detto “peamé bogá”. L’informatore di Reichel-Dolmatoff di Amazonian Cosmos, puntualizza sul fatto che bogá sia un concetto femminile, pur essendo associato ad un’energia seminale. Bogá è l’effetto trasformativo determinato da un’altra forza, rappresentante invece un principio puramente maschile: tulári. Tulári è forza, autorità, comando, potere di dirigere la bogá. Tulári è terra, l’energia maschile, bogá è acqua, energia femminile: assieme sono fertilizzazione e fecondità.

domenica 11 agosto 2019

L'individuo e il governo sociale della “mancanza”.


I vari tasselli dell'esistenza di un uomo sembrano confezionati in una scatola di montaggio dove c'è sempre un pezzo che viene a mancare.
Il sentore di un qualcosa che manca, già avvertito dall'uomo del paleolitico superiore nella sua incapacità di fare a meno dell'u-tensile e della riduzione a utensile di sé, degli altri e del mondo noto, si potrebbe considerare come la sola, vera costante storica delle dinamiche di ricompattamento sociale della memoria collettiva. Il sentore di questo qualcosa che manca, datato dall'alienazione originaria che portò gli esseri umani a strutturare la produzione in serie dei loro manufatti strumentali, può ben rappresentare ciò che ha segnato non solo miticamente, ma anche e soprattutto socialmente, il mettersi-in-opera degli uomini.
Il bisogno di colmare dei vuoti, diventato ben presto esso stesso oggetto della vita, ha spinto l'uomo a rendersi funzionale e a “dimostrarsi” attraverso l'oggettualizzazione dell'economia naturale e tramite il suo mettersi-in-opera, giorno dopo giorno, come doppio di se stesso.
A partire dal paleolitico superiore, la serializzazione dei gesti produttivi ai fini della fabbricazione del sociale necessario, riduce buona parte degli atti creativi dell'uomo al rango di semplici matrici nel luogo di produzione del valore. La creatività viene relegata tutt'al più in una dimensione sacrale agganciata anch'essa al quotidiano della sopravvivenza (si pensi qui ai graffiti propiziatori della grotta di Lascaux risalenti al 15.000 A.C.). L'atto creativo, fissandosi in una forma, in una figura definitoria, cerca molto spesso di dare un senso a ciò che manca o può mancare; ma così ponendosi, dando cioè corpo all'alienazione del creatore nella fissità paradigmatica dell'oggetto creato, finisce per diventare l'anticamera del “sacro”.
Il processo di alienazione della creatività finisce così per rappresentare essenzialmente un fenomeno mitopoietico. Il mettersi-in-opera – come il fare arte, il proiettare al di fuori di se stessi una scheggia del proprio mondo interiore, cristallizzandola in una forma, in una figurazione che da definitoria diventa quasi sempre definitiva e, quindi, “regolata” – concerne il divenire e il farsi comune di una strutturazione sacrale. L'oggetto creato diventa nella maggior parte dei casi l'oggetto di una contemplazione, e di una serie di repliche sociali dello stato di contemplazione, fondando in tal modo l'ideologia religiosa dell'economia umana.
L'opera-feticcio, ossia l'oggetto creato che assume un significato altro da quello della sua utilità immediata, stabilisce un canone della divinità quando assume un valore che lo mette in circolo al di sopra del movimento reale della comunità umana. Il dio dei cristiani, la macchina industriale che imbrigliava il vapore, la cartamoneta del dopo-bullionismo, l'apparecchio televisivo: sono tutti “oggetti” che veicolano un'idea o un progetto che l'uomo ha su di sé non proprio consoni alla voglia d'autonomia che c'è in lui.
L'uomo che si pensa, l'uomo che riesce a pensarsi come ente, malgrado l'incidenza delle ideologie dell'alienazione, non può permettersi di continuare a guardare l'“oggetto” senza vederlo, senza cioè penetrarlo con gli occhi della critica reale che nasce dal vivere la propria unicità organica. Al giorno d'oggi, i processi di controllo e fruizione mercantile dell'attività umana, nell'ennesimo inasprimento della divisione del lavoro, istituzionalizzano l'alienazione del singolo come perdita di sé nella capitalizzazione sociale delle volontà individuali. In un tale contesto, quando l'unica libertà che ci concedono sta forse nella personalizzazione singolare della propria alienazione, non bisogna tanto ripensare la rivolta, quanto metterla in pratica in quegli slanci insurrezionali che muovono dall'associazionismo “egoistico” di tutti coloro che intendono riscattarsi. L'uomo che insorge, l'uomo in carne ed ossa che dice “basta” e che tenta di affrancarsi dal mondo dell'utensileria sociale, mira alla soddisfazione completa del suo desiderio e alla difesa della propria unicità. E se prende vita la rivolta, prende quota la vita stessa.
A questo punto mi si potrebbe far notare che anche il sentimento di rivolta, come buona parte delle manifestazioni umane, può essere associato al bisogno di colmare un vuoto: un vuoto (una “mancanza”) che tuttavia è ben più pesante da soffrire perché creatosi in seguito ad una spoliazione di natura sociale. L'individuo che si vede aggiogato dai suoi simili a dinamiche sociali che non può sentire come sue, coltiva tutto l'odio che gli è possibile fino a quando non decide di alzarsi in piedi, finalmente responsabilizzato e pronto a dare corpo alla realtà del suo desiderio.
Il sentimento dell'unicità è già in parte esperienza dell'unicità. In altre parole, la valorizzazione individualistica dell'unicità ha un suo principio concreto nel sentirsi “unico”, nel ritrovarsi “unico” da parte del singolo. Questa valorizzazione, questa consapevolezza delle qualità che si sanno proprie, porta l'uomo a rendersi in qualche modo “unicista” e a eludere l'idea storica che presuppone il mondo di pensieri che lo circonda, godendo così personalmente della propria naturalità.
Con tutto questo, continuo a conservare dell'unicità una sensazione per niente riducibile al suo concetto: una sensazione come di pienezza, di soddisfazione, di validità nell'essere del singolo in un “certo” modo. In un modo che può essere il mio, il tuo, il suo, ma non il “nostro”; un modo che è fatto per unire alcuni uomini nell'affinità dei loro egoismi organici - e non certo per gestire la propria o l'altrui mediocrità.
L'unicità è la qualità individuale di quel singolo che rende se stesso in ogni cosa che fa o che si propone. Unicità, dunque, come senso di pienezza e d'ineffabile godimento dei propri rapporti con il mondo circostante.
L'esistenza non è soltanto un vuoto tormentato", scriveva Georges Bataille, e nemmeno un continuo mancare a se stessi, aggiungo io - se solo s'intuisse in modo positivo la possibile e luminosa sufficienza di quell'individuo che apre al mondo con il suo sorriso migliore. Questa apertura, questa piena partecipazione a ciò che si ritiene interessante attraverso l'esclusione di ciò che, interessante, non lo è affatto (cfr. Max Stirner, Scritti minori, Pàtron, Bologna 1983, p. 131) – in quanto parte, già essa, di un tentativo di superamento della religiosità residua che informa la vita quotidiana posta sotto il regime della sopravvivenza economica – è l'illuminazione che ci fa delegittimare il governo sociale della “mancanza” nel renderci la conoscenza di ciò che siamo: uomini unici per tutta una vita.
Il rendere comunicabili delle sensazioni personali, confidando nella significatività di un bel mucchio di parole, rimane tutto sommato un compito ingrato ed estremamente macchinoso (in particolar modo per chi lo fa con la coscienza dei limiti insiti nell'uso del mezzo linguistico).
I sofismi sul sentimento sono tra i peggiori, soprattutto quando le parole non riescono davvero a soccorrere chi ha voglia di farla finita con i miti oleografici dello spettacolo mercantile, con il “surrealismo” mediocre della vita di tutti i giorni e con il dover mostrare agli altri una faccia sempre così tristemente uguale alla loro.
Parlare e scrivere di rivolta o insurrezione, concettualizzandole e rendendole dei termini quasi del tutto avulsi dai loro corrispettivi fenomenici che si hanno nel sociale, ne fa delle parole “normali” e anche un po’ patetiche. Teniamo perciò sempre presente questo: il singolo che insorge fa, bene o male, una precisa scelta di campo, scelta che presuppone l'esistenza di diversi schieramenti sociali e che costringe il nostro uomo a non prescindere dalla determinata configurazione dei fattori materiali che gli tocca subire. D'altra parte, l'uomo che desidera piazzare qualche buon colpo ai danni del sistema di potere che lo domina, finisce immancabilmente per “associare” il proprio egoismo a quello di altri suoi simili. Naturalmente, quest'associazione di cui parlo, fondata sul libero e incessante aggiustamento dinamico dei rapporti che intercorrono tra i suoi componenti e tra questi e l'esterno, non ha niente di letterario. La metafisica qui non c'entra. Nelle pratiche di libertà, il fatto dell'associazione mette in gioco, in modo chiaro, la capacità di sentimento di coloro che vi partecipano (cfr. ibidem, pp. 151-153) - e i sentimenti di chi si riconosce come “unico” non possono non essere ricondotti al desiderio di una liberazione reale dai processi alienanti.
Per che cosa lotta l'uomo che insorge? Per difendere la propria unicità, certo, ma anche per annientare quegli uomini che vorrebbero strappargliela oggi e per sempre. Le guerre degli insorti – le loro violente manifestazioni di poesia totale – non mirano che ad inceppare i cicli produttivi dell'alienazione. L'uscita dal cerchio magico della “mancanza” presuppone necessariamente una sua rottura insurrezionale. Chi si limita a scrostarne il muro di cinta dal didentro, magari con la segreta speranza di portarsene un pezzetto a casa, non fa altro che legittimare la propria e l'altrui reclusione.
Se il rivoltoso vuole possedere tutto un mondo è perché lo sente di già come una sua appartenenza. L'insorgere degli uomini, il loro porsi il problema della sofferenza e della gioia, significa la crisi dell'umanesimo mercantile e del governo sociale della “mancanza”. La loro lotta è la lotta di chi si propone il superamento della mimica e del senso morto delle parole che gli vengono imposti dalla platealità di un presente che non fa più storia.
Le rivolte – tutte le rivolte dell'uomo – non sopravvivono alla parola che le nomina. La rivolta viene detta e interdetta, ma sempre nell'ambito dell'apparato mitografico che la riguarda. Le scritture storiografiche dei gruppi sociali dominanti, così come le fraseologie della retorica rivoluzionaria, non hanno fatto altro che tipizzare il modulo e il ricordo della rivolta.
L'azione dell'uomo che insorge, mentre se ne parla, assume il senso morto di ciò che potrebbe essere e non è stato. “Dire” la rivolta serve a ben poco, perché le parole, ponendo il senso di una misura, non rendono che la rappresentazione ideologica di un moto. La rivolta che si dice, rappresenta la sua mistificazione o l'impotenza di chi ne parla – la rivolta così detta finisce per diventare, inevitabilmente, un affare culturale.
In fatto d'insurrezione, non bisogna mai avere il senso della misura. La misura è la parola che fa della realtà una finzione pertinente – restando la cifra normativa di tutti quei linguaggi che esprimono l'umanesimo fondato sul valore di scambio.
L'insurrezione è la rottura di ogni metro, ovvero l'adozione contemporanea di tutte le misure. In altri termini, l'azione insurrezionale, ponendo in essere la critica reale di quei movimenti che lottano contro l'alienazione della vita quotidiana, rompe con tutte le ideologie e va ad attaccare, sul piano della pratica sovversiva, le strutture definitorie e “misurate” del sociale. Tali strutture governano le “mancanze” della società che si è storicamente fissata sull'alienazione del lavoro. Il governo sociale delle “mancanze” gestisce la realtà di ciò che manca e il mito di ciò che sembra mancare, cercando di curare l'insoddisfazione della maggior parte degli individui attraverso la vendita al dettaglio di un virtuale appagamento.
La lotta insurrezionale è la messa in pratica di un materialismo semplice semplice. Il bisogno di sentire veramente la vita, il bisogno di farla propria e di goderla nella sua unicità, spingono l'uomo a prendere coscienza di tutte le possibilità che può costruirsi dentro il corpo. La sua carnalità, il suo desiderio, la sua ricerca della gioia lo pongono in uno stato di frenesia da cui parte la conquista di tutto un mondo. Gli ostacoli che si oppongono allo spiegarsi della gioia vengono da qui individuati, smascherati e attaccati con intelligenza e passione. Nulla è lasciato al caso. Tutto viene vissuto nell'immediato e nella prospettiva della gioia. Anche la sofferenza, anche gli errori, anche gli stessi limiti oggettivi della lotta diventano elementi di un gioco che va significando tutta una vita.
La lotta insurrezionale è la pratica di un egoismo “illuminato”. L'egoismo di chi si propone un amore estremo per la vita che gli viene negata ogni giorno; un amore talmente violento da apparire senza scampo, e che predispone l'individuo all'eccesso della rivolta.

Carmine Mangone

giovedì 8 agosto 2019

Il richiamo delle Guerriere


Mia madre mi ha richiamato molto tempo fa ... Mi sono resa conto che non chiama nessuno per difenderla, essa ama il sangue delle guerriere, quelle che sono in grado di dare la vita portando attacchi agli abitanti progressisti/civilizzati; tra questi ci sono donne e uomini, poveri e ricchi, differenze di sesso o economiche non contano per essa, né per noi, siamo istinto che devasta come un tornado e prima di noi non c’è nulla che ci possa fermare, tranne nostra madre che ci accoglierà nella sua terra e se questo spirito rinascerà, tornerà a dare guerra.
Mi sento così disgustata e scrivo per sfogarmi, perché è come mettere il dito nella piaga, gridare la verità in faccia, per quelle che si considerano "guerriere"; la loro guerra non oltrepassa mai gli schermi o le fantasie cibernetiche, e di queste ce ne sono mille tipi; quelle che credono di essere misantropiche a causa della stampa sulla maglietta, quelle che pensano di essere bianche come la neve amando tutti gli animali e le piante ma non escono mai dalla loro città putrida, quelle che rivendicano la natura selvaggia ma sono più addomesticate della madre e cosi via... potrei continuare con un elenco infinito delle vostre menzogne, quella in cui vivete tutti i giorni, ma a cui non credete.
Tutte brulicano di depressione, vittimismo, ridicolezza, svalutazione di se stesse, vendendosi attraverso le reti sociali, dimenticando ciò che è ORGOGLIO, ONORE, FEDELTÀ, RISPETTO, RETTITUDINE, EGO, DIGNITÀ, VERSO SE STESSA, e questo è ciò che cancella il pensiero occidentale; la saggezza femminile ancestrale che risiede ancora, per le quali è più forte, più profondo dare un'offerta alla terra perché sappiamo già che il ciclo è vita / morte / vita; sentiamo e vediamo, in ogni essere nelle città disgustose un falso pulsare, un battito artificiale che dipende dalla tecno-industria ... ecco perché non ci sentiamo in colpa e togliamo le vite.
Che cosa hanno nelle ovaie? Se non solo la codardia, che si riflette nei modi in cui si difendono, denunciando? Accusando? Alla stessa società che vale quanto la loro vita mediocre? Ponendo tutta la merda che hanno appreso dall'Occidente, femminismo per tutte? Un'altra identità del consumo? Dove si rifugiano tutte per giustificare il muovere il culo "schiacciando il patriarcato" e ... hanno una causa politica per farlo? AH AH AH
Il vostro nemico può solo ridere di queste mediocrità, che alla fine è creata dalla accecante modernità, volete uccidere i vostri amici, ma tutto ciò che potete fare è condividere un hash tag su Facebook ...
Non mettono in discussione tutto ciò che non possono vedere, come se la loro causa fosse la più importante, l'umano, i loro poveri, poverette, sono così bravi ... Ecco perché il pagliaccio li incarica, perché stanno ancora cercando di essere così BUONE ... ADDOMESTICATE è la parola che pagano.
Dimenticando il ricordo della stirpe selvaggia, le donne che prima di esse uccisero per vivere, perché la vita è così, la vita è guerra ed è la legge del più forte, quindi è molto ingenuo e idealista rivendicare la vulnerabilità di una donna moderna con un corpo atrofizzato per combattere, dato che ora basta essere obese, per essere rivoluzionarie ...
Quindi continuate a inventare lotte di due pesi due misure, come hanno fatto i bianchi, dato che se no il cervello sta male per così tanto tempo libero.
Da questo lato è stato difficile riaprire le ferite, strapparle finché non sanguinano di nuovo, capire che il conflitto esistenziale va oltre una semplice assurda dicotomia, dove c'è qualche cattivo che ci fa sempre male ... confrontandoci oltre ciò che è stato appreso, lasciando dietro la madre così cattiva o così buona che abbiamo avuto, il padre così cattivo, portandolo sulla schiena finché questa non si spezza.
Ho lasciato questa irresponsabilità per iniziare a curare ferite che hanno mangiato le mie meravigliose abilità, devo uccidere questa famiglia psichica. Apprezzo la durezza, il freddo del mio lignaggio maschile, mi ha insegnato molto ... la completezza con cui sono stata in grado di sopravvivere viene da questo, i miei genitori e nonni, che mi hanno lasciato per dirmi che sarei stato sola, che la vita sarebbe stata dolore ... una guerra costante in cui è possibile scegliere tra due aspetti; vivere su un'illusione così falsa da farti venire in gola le ovaie ogni volta che affronti una realtà più dura della tua, o qualsiasi predatore che può prenderti alla sprovvista e immergerti nell'ignoranza di te stessa; ignoranza così grande, che non accetterete mai la responsabilità che avete per tutto ciò che accade nella vostra vita, perché quella costante evasione di se stesse, vi fa respingere tutta l’ombra per incolpare altri in ciò che scelgono, incolpando il lignaggio, commettendo questo errore per tutta la vita.
È successo che essi mi insegnarono a combattere, anche a uccidere, lo so, lo sento in queste mani che vanno ad avvertire questa familiarità della lotta in tutto il corpo.
Le guerriere devono uccidere ogni giorno lo stereotipo che si è formato e continua a formarsi in questa oscenità in cui continuano a pensare di vincere ogni volta che ottengono un privilegio / diritto in più dall'uomo civilizzato.
Ogni giorno in guerra contro noi stesse, rompendo le nostre paure, sentendoci uguali ai nostri compagni sul campo di battaglia, perché non riconosciamo quell'inferiorità in questo, sappiamo che chiunque abbia sicurezza delle proprie capacità e agisca costantemente, saprà vincere le proprie battaglie. Siamo anche diverse perché il nostro istinto ci guida e comprendiamo che ogni essere è costantemente differenziato. Ci stacchiamo da questa vita sopravvalutata, la viviamo intensamente, la intendiamo, la offro, perché la mia strada è la guerra e in essa mi rinnovo in ogni attacco. Non abbiamo bisogno di nessuno che ci difenda o ci garantisca di far saltare la testa di coloro che cercano di farci del male. La mia vita non fa parte di nessuno spettacolo, né di una moda, né di una corrente ideologica, sono guidata dagli spiriti, dalla foresta, dalla montagna, dalla mia immensa madre, da questa terra, da mio nonno il fuoco, da mia nonna le pietre, dal fiume, la tempesta, il tuono.
Assassiniamo fino alla fine, come spietate guerriere.
Le fustigazioni morali ci fanno ridere da tempo, che siamo misogine, che siamo macho, difendiamo i maschi, che non valiamo un cazzo di nulla; cosa possono pensare queste “cape in testa”, queste puttane mediocri che sanno solo parlare, scrivere, riprodurre tutto ciò che hanno loro insegnato nella accademia delle cazzate, perché non si possono rifare a nulla, perché non ci aspettiamo altro da voi, dato che continuerete a produrre pena, vergogna, disgusto e desiderio di mettere lo zucchero in alcune delle vostre marce, dove amano mostrare lo spettacolo che lo stato ha per quelle addomesticate come voi, che stanno zitte a pane e cazzo.

GUERRIERE


mercoledì 7 agosto 2019

Gerarchia, ironia, rivolta. Da Stirner a Camus


Mais Sisyphe enseigne la fidélité supérieure 
qui nie les dieux et soulève les rochers. 
 Albert Camus


Dispetto

«Potesse prenderselo il rimorso!», sussurra impotente Sganarello alla fine del primo atto del Don Giovanni. Al padrone, immoralista e scandalosamente ironico, rimprovera il rifiuto della costanza – che «n’est bonne que pour des ridicules» – e la mancanza di fede – tranne nel fatto che «deux et deux sont quattre». Don Giovanni si fa beffe del cielo: quello stesso cielo cui Sganarello di continuo si appella a sostegno della moralità. Un sospetto: che Sganarello provi dispetto per il suo padrone? Di certo, non è geloso né invidioso in senso stretto: perché lo fosse, si dovrebbe supporre che Don Giovanni lo derubi di qualcosa che gli appartiene o che, comunque, gli sottragga qualcosa che egli stesso vorrebbe per sé. Ma Don Giovanni deruba altri, non lui. Del resto, se volesse, Sganarello potrebbe imitarlo, passando anch’egli d’avventura in avventura. 
Sganarello non sopporta che il suo padrone abbia: non che (lo) abbia (derubato di) questa donna – si tratterebbe di gelosia –; né che abbia una donna che perciò lui stesso non può più avere – si tratterebbe di invidia –; ma proprio solo che il suo padrone abbia una donna qualsiasi o più donne qualsiasi. Ecco il dispetto: «l’invidioso desiderio di un oggetto non perché sia di per sé particolarmente desiderabile per il soggetto, ma soltanto perché l’altro lo possiede». È il libero desiderio di Don Giovanni quello che Sganarello desidera. Se si preferisce: è la libertà, è l’occhio disincantato di Don Giovanni al cospetto del cielo, quel che scatena il suo dispetto. 
Cerca di placarsi, il dispetto del servo, con una speranza: che il padrone, di vittoria in vittoria, giunga all’estrema sconfitta, alla rinuncia della sua scandalosa libertà, al rimorso appunto. È questa una speranza che non costa nulla e che trova la solidarietà dei più, timorosi di seguire Don Giovanni nel suo cammino incostante, senza fede. 
Non c’è da stupirsi se, in Molière, Don Giovanni è visto con gli occhi morali, troppo morali di Sganarello: sono gli stessi del pubblico che, alla fine della «commedia», giungerà a scambiare per sconfitta e per punizione la più grande vittoria dell’ironico immoralista: la vittoria contro la troppo facile prepotenza del cielo, contro la volgare teatralità delle sue folgori e delle sue fiamme.

Il cielo sopra di noi

Quello che Sganarello chiama cielo, il linguaggio più esangue e mediato dei filosofi chiama assoluto. Entrambi, il cielo e l’assoluto, esercitano un dominio sui più che – avverte Max Stirner – viene dal sacro timore (heilige Scheu), dal timoroso rispetto per il sacro. Ossia: per quello che all’io è stato sottratto – la sua dignità, la sua autonomia –, e che poi all’io viene imposto di nuovo come superiore ed estraneo (unheimisch, unheimlich). Immoralista e ironico è chi non prenda troppo sul serio il cielo di questa estraneazione, chi passi inaffidabile e irridente da una verità all’altra, attratto da ognuna, amante di tutte. 
Il sofista – dice Platone – è un imitatore eironikòs (spesso tradotto con «insincero») . Non riconoscendo distinzioni tra vero e falso, confonde ad arte realtà e apparenza. Con il discorso – con le belle parole, direbbe invece Friedrich Nietzsche – crea «immagini parlate di tutto». È un «mago prestigiatore, imitatore delle cose»: appartiene alla dimensione «dello scherzo e del gioco». La sua è «un’arte degli inganni», e se vi è inganno, «dove esso è, per necessità tutto è per ciò stesso pieno di immagini». 
Il sofista – il filosofo ironico – crea immagini che pretendono d’essere reali, di valere come verità. La sua arte è quella «di creare apparenze, e questa a sua volta dipende da quella di fare immagini». Perciò, è assimilabile alla pittura, «che operando imitazioni omonime delle cose che sono [può] ingannare i giovani fanciulli ignari [...]». 
Il filosofo che non si subordini al cielo, starebbe dunque sulla superficie delle cose, come il pittore che, nella sua presunzione, ricrea il mondo. Chiunque – si legge nella Repubblica – può tessere questo inganno: «Basta che tu voglia prendere uno specchio e farlo girare da ogni lato. Rapidamente farai il sole e gli astri celesti, rapidamente la terra e poi te stesso e gli altri esseri viventi, i mobili, le piante e tutti gli oggetti [...]». 
La verità non sarebbe dunque da lasciare agli imitatori ironici, agli "artisti"? Apparterrà forse a più gravi chierici, che conoscano il sentiero stretto che dalla superficie delle apparenze conduce giù giù, nelle profondità delle essenze, o magari su su, fino al cielo? Che sia il convitato di pietra il suo custode? 
L’ironia eventuale di costoro – si sa – non è nulla più che espediente retorico, strumento di conversione alla verità. Non più leggerezza, non più gioia e belle parole, non più creazione del mondo: quando il chierico si impone, l’ironia diventa pedante, intollerante macchina didattica. Il suo fine – argomentiamo da Hans Kelsen – è la volontà di potenza. Essa diventa socratica, direbbe Nietzsche. 
Questa ironia è fondata dall’autorità del chierico nei confronti del laico, e insieme la fonda, ne è prodotta e la riproduce. Da un lato, presuppone una consolidata gerarchia – nel senso stirneriano di dominio del sacro (ma si potrebbe anche dire «dei colti») –; dall’altro la conferma. Essa rafforza quello stesso cielo che la legittima. 
In ogni altra forma, per l’ironia non c’è spazio sotto il cielo che ci sovrasta, sotto il dominio del sacro. Se solo tende a manifestarsi nella sua autonomia creatrice, subito i chierici provvedono a bollarla come soggettività infinita, «autocoscienza soltanto formale, che si sa in sé assolutamente [...] che sa ridurre a niente, a qualcosa di vano, ogni contenuto oggettivo [...] e [...] ricade nell’arbitrio vuoto». 
«Non la cosa è superiore – si direbbe dunque quest’ironico "soggettivista" –, ma son io superiore [...] e in questa coscienza ironica, nella quale io lascio perire il Sommo, godo soltanto di me». Questa coscienza sarebbe addirittura «il male, cioè il male del tutto universale in sé». Con essa, l’anima bella, cioè la sua «coscienziosità è del tutto libera da ogni contenuto in genere; essa si assolve da ogni contenuto determinato che debba valere come legge; nella forza della certezza di se stessa [...] ha la maestà dell’assoluta autarchia, la maestà del legare e dello sciogliere». L’ironia, dunque, sarebbe autodeterminazione che, come tale, «sa di dominare qualsiasi contenuto; essa non prende nulla sul serio, scherza con tutte le forme». 
Godere di sé, non prendere nulla sul serio, autodeterminarsi: eccoli, alla fine, i peccati capitali, i peccati mortali di Don Giovanni.


La fedeltà di Don Giovanni

A lui la sentenza del cielo – di inappellabile condanna, essendo egli colpevole del male del tutto universale in sé – è comunicata dal Convitato di Pietra: «l’insistere nel peccato porta con sé una morte funesta, e la grazia del Cielo che si rifiuta apre la strada alla sua folgore». 
Se si trattasse di Sganarello – o di uno dei moralistici spettatori che con lui danno sfogo alla indignazione morale –, il rimorso sarebbe immediato. Se il cielo scomoda lampi e saette, la prudenza suggerisce di sacrificare l’ironia e di evitare la collera divina. 
Ma Don Giovanni non è Sganarello. Non ha costanza, non ha fede. Il suo servo è sicuro che non abbia morale. Tuttavia, almeno un valore egli tiene fermo: quello del senso di se stesso, della sua soggettività. Per questo valore non assoluto – transeunte, direbbe Stirner –, e dunque a lui tanto più caro, ritiene che valga la pena di affrontare l’ira del cielo. 
In questo, l’ironia mostra la propria grandezza: non conosce fedi, ma certo pratica la fedeltà a se stessa, alla propria dimensione precaria, nonostante e contro qualsiasi gerarchia (ancora una volta: dominio del sacro), nonostante e contro qualsiasi prepotenza di chierici. 
Don Giovanni è in senso stretto ateo, negatore di Dio. La sua ironia può affermare la propria dimensione solo contrapponendola a quella del cielo. Come ribelle e spregiatore, ha alcuni tratti aristocratici, che permangono intatti nel suo mito attraverso tutti i mutamenti e tutte le versioni che sembrano addirittura risalire alla Grecia e alla Roma classiche. D’altra parte, in lui permangono anche tratti popolari. «Nella struttura della leggenda – osserva Giovanni Macchia – c’è una separazione inesorabile tra il cielo e la terra, e [...] questo è di marca popolare. Don Giovanni rappresenta la terra senza il cielo». In questo «senza» sta la verità di Don Giovanni, che ha bisogno del suo cielo: è questo che dà senso alla sua rivolta. Gli Sganarello e i Tartuffe, sempre, aggiustano i loro rapporti con il cielo secondo la massima per cui: 

«Le ciel défend, de vrai, certains contentements; 
Mais on trouve avec lui des accommodements». 

Don Giovanni, invece, unisce al senso popolare della terra un bisogno tutto aristocratico d’affrontare direttamente il cielo, di contrapporglisi. È un moralista di segno negativo, un immoralista. 
In lui, nella sua ironia, si fa valere una soggettività eroica e negatrice dell’oggettività e dell’assoluto morale, del sussistente direbbe Stirner. Tale soggettività è astratta: l’uomo in rivolta si distacca dal proprio mondo, ne "astrae", e così può rivolgersi contro di esso. Egli però non nega solo: negando, afferma pur sempre. Lo comprese Camus: «Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi». Questo fa Don Giovanni: la sua ironia e la sua incostanza sono insieme un no e un sì: negano la gerarchia e il dominio estraneo dell’heilige Scheu, affermano la dignità propria.
Qualcuno, preoccupato di edificare sistemi e di consacrare visioni del mondo, potrà anche osservare che essa è "sterile". Tuttavia, vi sono epoche in cui la prima tensione verso il nuovo si esprime proprio in questa ironia aristocratica e "negatrice"; nelle quali, ancora, gli uomini possono ritrovare se stessi solo contrapponendosi al cielo.


Lo stato 

«Qui n’a point de loi vit en bête brute», dice di Don Giovanni il suo servo. Agli occhi dell’osservante Sganarello – e soprattutto a quelli del pubblico che nei suoi vede riflesso il mondo – Don Giovanni, ironico e incostante, è un bruto. L’Uomo – come genere, come Gattungswesen, come essenza generica – è costituito e fondato dalla legge: così suona la filosofia politica à la Sganarello. L’uomo è Uomo in quanto sopra di lui vi sia il potere, la gerarchia, il cielo del dover essere. 
«Lo Stato – scrive Hegel – è la realtà dell’idea etica [...] Nell’ethos [...] ha la sua esistenza immediata, e nell’autocoscienza del singolo, nella conoscenza e attività del medesimo, ha la sua esistenza mediata, così come questa [l’autocoscienza] [...] ha in esso, in quanto sua essenza, fine e prodotto della sua attività, la sua libertà sostanziale». Dunque: l’autocoscienza del singolo, "elevata" al cielo dell’universalità vive la libertà sostanziale. In tal modo l’uomo diventa Uomo. E – come ben sa Stirner – l’Uomo produce anche la propria ombra, la propria immagine riflessa, rovesciata, mostruosa: il Non– Uomo. Il Mensch produce l’Un–Mensch, in esso si specchia necessariamente, come il Tipo nell’Anti–Tipo. C’è in questo una strana aria di Lager. È proprio solo un caso che in tedesco Unmensch significhi mostro? 
Tutto questo – con le sue terribili conseguenze starebbe dunque nella filosofia spicciola di Sganarello? E perché mai non potrebbe? Forse, quello che ci impedisce di crederlo è che, in noi, c’è sempre uno Sganarello o magari un Tartuffe che si sentono rassicurati dalla sacralità normativa del cielo, che se ne sentono strutturati e sorretti. 
Sganarello e Tartuffe, appunto, non sanno, non possono pensare a una legge che non sia sacra, che non venga dal cielo (magari per venire poi con essa «ad accomodamenti»). La sua doverosità appare loro garantita e fondata proprio da folgori e lampi: ancora una volta, dalla teatralità kitsch con cui Molière mette in scena il Commendatore. 
Per loro, dominati e insieme rassicurati dal sacro timore, chi neghi questa dimensione di estraneità sacra della morale e del diritto, semplicemente nega moralità e diritto. Dunque, immediatamente, deve essere un bruto pericoloso, un bestemmiatore: un mostro, appunto. 
Per loro, ancora, l’Uomo è più affidabile dell’uomo proprio perché in esso non hanno più parte gli uomini. Sganarello e Tartuffe si mostrano per quel che sono: perfetti animali del gregge, incapaci di pensarsi se non in riferimento subordinato all’animale capo, magari sublimato in un sistema filosofico o in un cielo. 
A proposito del capo: Elias Canetti ci ha insegnato che il suo potere, meglio che il suo dominio si fonda sulla morte: è una sua lotta contro la propria morte a mezzo della morte degli altri. Potente è chi accumula morti e a essi sopravvive. In tale sopravvivenza, egli trova conferma del proprio essere-ancora-invita, mentre i suoi vi scorgono la legittimazione fascinosa del suo comando. Per chi sia sensibile a quel fascino, niente è più dolce che morire per il capo.


Il tordo beffeggiatore 

Ma come può accadere che la paura della propria morte venga superata, annientata? Come può accadere che si obbedisca in lieta coscienza, accettando così di incorporare la morte che – ancora secondo Canetti – sta in ogni singolo atto d’obbedienza e che si fissa dentro l’osservante come «spina del comando»? Non accade forse che, chi muore contento di morire per il capo – o per il cielo –, s’immagini di non morire davvero? Anzi: di conquistarsi l’immortalità, la vita vera? «"Quel che sono non è che ombra e fumo; quel che sarò è il mio vero io". Dar la caccia a questo io – scrive Stirner – [...] costituisce il difficile compito dei mortali, che muoiono solo per resuscitare, che vivono solo per morire, che vivono solo per trovare la vita vera». 
Riconosciamolo, è questo un calcolo tipico di Sganarello, del suo utilitarismo spicciolo. Don Giovanni ama questa vita, che si brucia mentre la viviamo. Per questo affronta la morte con coraggio, con orgoglio e con ironia. Sganarello invece rinuncia a vivere perché vuole vivere in eterno, in cielo. 
Ma se questa ipotesi è attendibile, allora dobbiamo concluderne che la differenza tra l’animale capo e l’animale del gregge è minima, per quel che riguarda la morte. Non sta, questa differenza, nel fatto che uno voglia sopravvivere e l’altro no; sta piuttosto nel modo in cui, entrambi, mirano allo stesso fine. L’ipotesi, allora, sarà che la morte, il sacro timore che essa suscita, fondi tutta la dimensione del dominio, del suo lato attivo e del suo lato passivo. 
Obbedire significa «differire il bene», rinunciare a vivere ora – in questo istante in cui si brucia lo stirneriano io che-mai-è, l’iomai-ente – per essere-ancora-in-vita poi, ossia per sopravvivere. «Si vive una sola volta – scrive Epicuro –, rinascere è impossibile, e dovremo non essere in eterno. Tu invece, pur non essendo padrone del domani, differisci il bene e così la vita va perduta nell’indugio, e ciascuno di noi muore senza conoscer quiete». 
L’ironia può vincere la morte? Può liberarci dalla speranza della sopravvivenza, della vita postuma, e dunque dall’entusiasmo per l’obbedienza?
Leggiamo l’ironico Charles Bukowski: 

il tordo beffeggiatore aveva seguito il gatto 
per tutta l’estate 
burlandosi di lui 
dispettoso e sicuro di sé 
il gatto strisciava su verande sotto sedie a dondolo 
la coda ritta 
e dava al tordo beffeggiatore 
risposte stizzite che non capivo. 
ieri il gatto calmo calmo è venuto su per il viale 
col tordo vivo in bocca, 
le ali a ventaglio, un ventaglio leggiadro e cascante, 
le penne aperte come gambe di donna, 
e l’uccello non motteggiava più, 
chiedeva, implorava 
ma il gatto scavalcando i secoli 
non ascoltava. 
l’ho visto strisciare sotto una macchina gialla 
con l’uccello 
prima di portarlo in un altro posto. 
l’estate era finita. 

Vivendo, finché ha vissuto, il tordo ironico e incostante ha fatto come se fosse possibile motteggiare la morte. Poi, scavalcando i secoli, la morte è arrivata. Non più ironia, non più estate: definitivamente, un altro posto. «Contro tutte le altre cose è possibile procacciarsi sicurezza, ma quanto alla morte tutti gli uomini abitano città senza mura». 
La mitologia biografica. 
Un ultimo cielo ci sta, qui, sopra la testa. L’uomo in rivolta ha negato il cielo del sacro, ma gli resta da fare un altro passo, il più difficile. 
«Se l’uomo volgare – osserva Nietzsche – prende questa spanna di essere in modo così melanconicamente serio, quelli [che] seppero giungere [...] a un riso olimpico, o per lo meno a un sublime scherno, spesso scesero nella tomba con ironia – poiché che cosa c’era in loro da sotterrare?». 
Il soggetto soprattutto, l’io soprattutto merita ironia e autoironia. Anch’esso è un cielo, l’estremo Assoluto. Così almeno appare, al di qua della sua maschera. Al di là, invece, è un artificio che unifica, “puntualizza” l’accadere dell’esperienza. È un prodotto di sintesi, l’io, è un’illusione tanto radicata (e tanto utile) da avere dalla sua il potere enorme del linguaggio: l’io è un pregiudizio della grammatica, come ben sa Nietzsche. Io, diciamo, e in quello stesso istante ci immaginiamo come un centro immobile di un accadere altrimenti privo di ordine e di significato. 
Ma – ci ha insegnato Stirner – il solo io di cui facciamo esperienza è l’io momentaneo, l’io transitorio e dell’istante, che-maiè. Ogni biografia ha dietro di sé un’ingenua fiducia in un qualche supporto metafisico dell’accadere. Noi ci pensiamo come eroi: abbiamo una storia, veniamo da un inizio, avremo una fine e un fine, ossia avremo un significato suggellato dalla morte. Il nostro significato ci appare, in ogni istante, il riflesso di quel significato che ci attende. Ogni biografia in fondo è una mitologia.
Questa mitologia – seguendo e interpretando quel che scrive Jean Fallot – è legata al costituirsi del «problema dell’essere», opposto a quello della felicità, anzi di esso sostitutivo: «rafforzando o creando artificialmente un desiderio della vita [meglio, diremmo noi, della sopravvivenza] [...] si crea anche il timore della morte. L’io sostituisce al suo bisogno di un piacere puro quello di una sussistenza pura, di un essere puro dalla morte». «Chi si preoccupa solo di vivere – scrive Stirner – dimentica facilmente, a causa di questa preoccupazione angosciosa, il godimento della vita. Se gli interessa solo di vivere e pensa: ‘Purché resti in vita!’, non dispiega tutte le sue forze per usare la vita, cioè per goderla». 
L’io-che-è, l’io-ente è l’eroe della mitologia biografica: garantisce la sopravvivenza ed è il cielo più pesante sopra di noi. Ci induce a prenderci troppo sul serio. Contro di esso si infrange l’ironia di molti ironisti. Anche il tordo di Bukowski smette di motteggiare il gatto, quando questi lo tiene in bocca: chiede, implora... Non così fa Don Giovanni, troppo aristocratico per cedere al nemico. E infatti affronta il Convitato di pietra pur sapendo di non avere scampo. 
«Io farò quel che potrò», dice il Don Giovanni di Lorenzo da Ponte e Wolfgang Amadeus Mozart, accettando la sfida del suo strapotente antagonista. E qui, in questa consapevole accettazione, in questo orgoglioso rifiuto del pentimento estremo, sta la sua vittoria, per quanto impossibile. 
Non siamo sicuri, però, che Don Giovanni sfugga all’altro pericolo dell’io-ente che non riesce a essere autoironico. 
L’ironista inconseguente si arresta di fronte al fantasma dell’io, pronto ora a un’adorazione del tutto non ironica. Eccolo, il pericolo estremo: che egli diventi a sua volta un chierico. La religione che è tentato di professare è "personale", ma non per questo meno assoluta e estranea. Come ogni altra, anche questa religione fonda e legittima un dominio del sacro, una gerarchia: l’io momentaneo e mai-ente è pronto a negarsi, a “morire” affinché l’io assoluto, l’io-ente sopravviva. 
L’individualismo – questo individualismo sacro – è il calco, l’impronta, il negativo dell’osservanza o eteronomia à la Sganarello. Dunque, è anch’esso eteronomo, e per identiche ragioni.
La sola differenza è che il rapporto di dominio e la gerarchia dell’obbedienza sono prima di tutto interni al singolo. La sua rivolta s’è infilata in un vicolo cieco. Anche l’ironista individualista si lascia determinare da un valore assoluto, o dal valore di un Assoluto. Anche in lui l’heilige Scheu è dei questo cisivo. È cinismo, la sua ironia: si manifesta a danno degli altri, perché sulla loro svalorizzazione, talvolta sulla loro morte, ancora una volta fonda la sopravvivenza, la propria valorizzazione. In questo modo, la gerarchia interna al singolo viene proiettata all’esterno, e può anche tradursi in gerarchia politica vera e propria, in dominio.


Ridiamo insieme 

Per non prendersi troppo sul serio – per non ricostituire dentro di sé lo stesso rapporto di dominio che si rifiuta fuori di sé –, occorre leggerezza, occorre avere «della farfalla e della bolla di sapone». Cercando, amando la superficie si evitano le abissali contraddizioni del sottosuolo. Come «animule lievi scioccherelle leggiadre volubili» uccidiamo lo spirito di gravità che ci trascina per sprofondarci. «Chi sale sulle vette dei monti più alti, ride di tutte le tragedie, finte e vere». 
Essere leggeri significa fuggire? significa condurre la rivolta ad acquietarsi nel giardino della nostra solitudine? Se anche l’io è osservato dalle vette dei monti più alti, anche di esso si riderà. Ne verrà una rinnovata capacità di vedere, sentire, ammirare gli altri, di incuriosirsi delle loro ragioni: non più per rispettare un precetto del cielo, ma perché questo sarà parte del nostro godere la vita. Non importa se l’estate, ogni estate deve finire. Importa ogni attimo vissuto in questa bella terra. 
Sisifo – ce lo insegna Albert Camus – si contrappone agli dèi; addirittura, incatena la morte. Per questa sua rivolta, per questa sua colpa al cospetto del cielo, è condannato a sospingere un masso, che continuamente torna a rotolare a valle. L’Olimpo lo condanna a essere quello che è, un uomo. Gli uomini – che non siano puri accidenti dell’Uomo – non possono non essere uomini. Di fronte alla morte, non possono non essere città senza mura. 
Sisifo ha tentato, con coraggiosa ironia. La sua sconfitta è necessaria? In ogni caso, la sua sconfitta può essere anche la sua vittoria. Quello che conta non è la meta, perché una meta gli è preclusa, che non sia la morte. Conta invece il cammino: lungo quel cammino – ironico e coraggioso – c’è «la sûreté toute humaine de deux mains pleines de terre».
Certo, Sisifo continuamente deve tornare a valle, in una fatica senza fine – una fine e un fine. Ma questo ritorno, che sembra una sconfitta, è la sua vittoria: «quest’ora è quella della coscienza. In ciascun istante, durante il quale egli lascia la cima e si immerge a poco a poco nelle spelonche degli dèi, egli è superiore al proprio destino. È più forte del suo macigno». 
Durante il ritorno Sisifo è ironico: la sua coscienza soggettiva, astratta, negatrice, dissolve la superiorità dei suoi aguzzini. Giunto a valle, libero da qualsiasi gerarchia, può tornare a salire. Ora egli sente suo il compito – tutto umano – di risospingere il masso. La sua rivolta supera la cieca e stupida necessità con il disprezzo: «Il n’est pas de destin qui ne se surmont par le mépris». 
Ma il disprezzo e l’ironia non sono una prigione in cui Sisifo si lasci incatenare. Se così accadesse, egli sarebbe davvero sconfitto: abiterebbe in negativo quello stesso cielo che bestemmia. Al termine della sua discesa ironica, al culmine del momento "negativo" della sua rivolta, dal no nasce un sì. Sisifo si congeda dagli dèi, si sottrae all’ombra minacciosa che dall’Olimpo si allunga sul suo (e nostro) mondo. In questo modo, non più solo ateo, ma ormai compiutamente se stesso, Sisifo sa che il macigno è cosa sua e che il destino gli appartiene: «Se vi è un destino personale, non esiste un fato superiore o, almeno, ve n’è soltanto uno, che l’uomo giudica fatale e disprezzabile. Per il resto, egli sa di essere padrone dei propri giorni». 
Questa consapevolezza è la grande vittoria della sua rivolta conseguente, del suo fedele coraggio di fronte ai lampi e alla messa in scena rumorosa di dèi e convitati di pietra. Se nella discesa Sisifo è distruttore, nella salita è creatore: crea il suo mondo come un artista eironikòs, o come un fanciullo che gioca, che ride.
La sua misura non è più l’obbedienza, la sua dimensione non è più il dominio. Non ha bisogno di valori "celesti" per darsi e per praticare una morale, per condividerla e per con-crearla con gli altri. Egli sa bene, ormai, che «la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice». Era questo, era questa felicità, che Sganarello intuiva come immensa possibilità nel destino del suo padrone? Se così fosse, ce lo spiegheremmo bene, quel suo tal moralistico dispetto.

Roberto Escobar