venerdì 26 luglio 2019

Il ritorno del paleolitico


Ogni cultura (o comunque ogni cultura urbano-agricola) coltiva due miti apparentemente contrastanti: il mito della decadenza e il mito del progresso. René Guénon e i neo-tradizionalisti sostengono che nessuna cultura antica ha mai creduto al progresso, ma naturalmente fingono, perché loro stessi lo hanno perseguito.

Una versione del mito della decadenza nella cultura Indo-europea è incentrato sull’immagine dei metalli: oro, argento, bronzo, ferro. Ma che dire del mito in cui Kronos e i Titani vengono distrutti per far posto a Zeus e agli dèi olimpici? — si tratta di una storia parallela a quella che di Tiamat e Marduk, o a quella di Leviathan e Jah. In questi miti del progresso, un originario pantheon “femminile”, ctonio e caotico (terrestre o equoreo) è sostituito (rovesciato) da un successivo, spiritualizzato e ordinato pantheon celeste “maschile”. Non è questo un passo in avanti nel tempo? E non hanno Buddhismo, Cristianesimo e Islàm tutti proclamato di essere migliori del paganesimo? 

In realtà, naturalmente, sia i miti della decadenza sia quelli del progresso, hanno lo scopo di esercitare un controllo, di introdurre una società del controllo. Tutti e due ammettono che prima del presente stato di cose qualcos’altro esistesse: un differente modo di fare società. In entrambi i casi pare esserci qualcosa come una sorta di “memoria genetica” [“race-memory” vision] del Paleolitico, del grande, immutabile tempo della preistoria dell’umano. Nel caso della visione progressiva, quell’età primordiale è vista come un’epoca di vasto disordine, brutale e orrenda. Il XVIII secolo non ha scoperto questo punto di vista, ma l’ha trovato già espresso nella cultura classica e in quella cristiana. Nell’altro caso, quello della decadenza, il primordiale è visto invece come momento prezioso, innocente, numinoso, felice, più facile di quello attuale, ma anche irrevocabilmente perduto, impossibile da recuperare se non attraverso la morte. 

Così, mentre per gli entusiasti fedeli adoratori dell’ordine, questo stesso si presenta come infinitamente più perfetto di ogni caos originario, per i suoi insoddisfatti e potenziali nemici, esso si presenta invece come qualcosa di crudele e di oppressivo (“ferro”), ma anche di fatalmente inevitabile e sostanzialmente onnipotente. 

In nessun caso i partigiani del mito dell’Ordine ammetteranno che “Caos”, o “Età dell’oro”, potrebbe esistere nel presente, o che esistono nel presente, qui e ora, fattivamente, benché dissimulati dall’illusoria totalità della Società dell’ordine. Noi però crediamo che il “Paleolitico” (che non è né più né meno che un mito, come il “Caos” o l’“Età dell’oro”) esista tuttora, come una sorta di inconscio sociale. Riteniamo inoltre che l’età industriale stia volgendo al termine con l’ultimo lasso della neolitica “rivoluzione agricola” e che anche le ultime religioni dell’Ordine stiano declinando e anche che tutto questo “materiale rimosso” tornerà in superficie. Cos’altro si potrebbe intendere quando parliamo di “nomadismo psichico” e di “scomparsa del sociale”? 

La fine del Moderno non significa un ritorno al Paleolitico, ma un ritorno del Paleolitico. 

L’antropologia post-classica (o post-accademica) ci ha preparati per questo ritorno del rimosso: di recente si è diffuso un sentire comune che spinge verso una ri-comprensione della società di raccolta e di caccia. Le grotte di Lascaux sono state scoperte proprio quando andavano scoperte — nessun antico romano, nessun cristiano medievale, nessun razionalista del XVIII secolo le avrebbe mai trovate belle o significative. In queste grotte (simbolo di una archeologia della coscienza) noi abbiamo invece trovato gli artisti che li hanno creati, scoprendoli come antenati e, anche, come noi stessi, vivi e presenti. 

Una volta Paul Goodman ha definito l’anarchismo come una sorta di “conservatorismo neolitico”. Definizione spiritosa, ma non troppa accurata. L’anarchismo (o, almeno, l’anarchismo ontologico) non simpatizza tanto con gli agricoltori bifolchi, quanto piuttosto con le strutture sociali non-autoritarie e con l’economia pre-capitalistica dei cacciatori e dei raccoglitori. Inoltre non possiamo definire questa ‘simpatia’ come ‘conservatrice’. Un aggettivo migliore, dal momento che abbiamo trovato le nostre radici nel paleolitico (una sorta di eterno presente), potrebbe essere “radicale”. Non vogliamo tornare alla tecnologia materiale del passato (non abbiamo alcun desiderio di proiettarci all’indietro, verso l’età della pietra), piuttosto siamo per il ritorno di una tecnologia psichica che abbiamo dimenticato di aver posseduto. 

Il fatto che noi troviamo Lascaux bella significa che Babilonia ha finalmente cominciato a disfarsi. L’anarchismo è probabilmente più un sintomo che una causa di questo sfacimento. A dispetto delle nostre immaginazioni utopiche, noi non sappiamo cosa aspettarci. Ma, da ultimo, siamo almeno preparati per la deriva verso l’ignoto. Per noi questa è un’avventura, non la fine del mondo. Noi accogliamo volentieri il ritorno del Caos, perché, con il pericolo che gli si avvolge intorno, arriva, alla fine, una nuova possibilità creativa. 

Peter Lamborn Wilson

mercoledì 24 luglio 2019

IL FUOCO E L’IDENTITÀ II


In maniera quasi musicale, Nietzsche sintetizza l’intuizione fondamentale di Eraclito di un mondo in eterno divenire contro la tendenza opposta di vedere in esso qualcosa di permanente, di fisso, di residuale:
….Per prima cosa negò la dualità di mondi del tutto diversi, che Anassimandro era stato costretto ad ammettere; non separò più un mondo fisico da un mondo metafisico, un regno delle qualità determinate da un regno della indefinibile indeterminatezza. Compiuto che ebbe questo primo passo, niente poté più trattenerlo da una ben più grande audacia di negazione: negò l’essere in generale. Questo unico mondo, infatti, che egli lasciò sussistere – custodito da una cintura di eterne leggi non scritte, abbandonato al flusso e al riflusso nel bronzeo pulsare del ritmo -, in nessun luogo mostra un permanere, una indistruttibilità, una diga nella fiumana.
Conformemente alla forma intuitiva del suo filosofare, Eraclito mostra avversione per il procedere freddamente logico. La massima forza della rappresentazione intuitiva è per Eraclito il suo regale possesso; mentre verso l’altra specie di rappresentazione che si realizza in concetti e in combinazioni logiche, dunque verso la ragione, si mostra freddo, insensibile, anzi ostile e sembra provare piacere allorché può contraddirla con una verità conquistata intuitivamente. Così fa in proposizioni come: «ogni cosa ha sempre in sé la propria antitesi», con tale spavalderia che Aristotele lo accusa, dinanzi al tribunale della ragione, del massimo crimine, quello di aver peccato contro il principio di contraddizione.
Ritornando all’eterno fluire del mondo secondo la lotta degli opposti:
A ciò giunse Eraclito osservando il caratteristico andamento di ogni divenire e trapassare, inteso da lui sotto la forma della polarità, come lo scindersi di una forza in due attività qualitativamente diverse, antitetiche e tendenti al ricongiungimento. Una qualità entra di continuo in discordia con se stessa e si divarica nei suoi opposti; di continuo questi opposti cospirano nuovamente l’uno verso l’altro. Il volgo crede invero di identificare qualcosa di rigido, di compiuto, di permanente; in verità luce e ombra, amaro e dolce sono in ogni momento vicini e avvinghiati l’uno all’altro come due lottatori, dei quali ora questo ora quello prende il sopravvento.
Dalla guerra dei contrari nasce ogni divenire: le qualità determinate che ci appaiono come durevoli esprimono solo la momentanea preponderanza di un lottatore, con ciò tuttavia la guerra non è mai finita, questo lottare si protrae in eterno.
E ora Nietzsche, con un’acutezza ed una sensibilità che appartengono solo ai grandi come lui, esprime quella massima intuizione di Eraclito secondo la quale questa guerra tra gli opposti non soggiace ad un caotico e amorale criterio materialistico ma, al contrario, è l’espressione di quell’eterna giustizia che regola ogni profonda contesa. Un concetto, quest’ultimo, conforme alla più profonda civiltà ellenica:
Tutto avviene secondo questa contesa, e appunto questa contesa manifesta l’eterna giustizia. E’ una concezione mirabile attinta alla più pura fonte dell’ellenico, quella che considera la contesa come il costante signoreggiare di una giustizia unitaria, rigorosa, vincolata a leggi eterne. Solo un greco fu capace di trovare in questa concezione il fondamento di una cosmodicea ……. è il pensiero agonale dei singoli greci e dello stato greco trasferito dai ginnasi e dalle palestre, dai certami artistici, dalla lotta dei partiti politici e dalle città tra di loro, sul piano della massima universalità, così che ora su di essa fa perno la ruota dell’ingranaggio cosmico.
Mentre l’immaginazione di Eraclito misurava l’universo nel suo moto incessante, la «realtà», con l’occhio dello spettatore gioiosamente appagato, che vede lottare in gaia tenzone innumerevoli coppie sotto la vigilanza di severi giudici di gara, sopraggiunse in lui un presagio ancor più alto; non poté più considerare separate tra loro le coppie e i giudici, gli stessi giudici sembravano combattere, gli stessi lottatori sembravano giudicarsi.
L’essenza del mondo come fuoco che si plasma in infinite forme ed infinitamente ritorna in se stesso:
Quel che costui (Eraclito) trovò è una rarità anche nell’ambito delle inverosimiglianze mistiche e delle inattese metafore cosmiche. – Il mondo è il giuoco di Zeus o il giuoco del fuoco con se stesso; solo in questo senso l’uno è al tempo stesso il molto.
Nel passo seguente, Nietzsche si interroga su come Eraclito, dopo aver definito una bramosia del mondo quella di ritornare nel puro fuoco, sia arrivato a giustificare il nuovo ed opposto desiderio, di quel fuoco stesso, di effondersi in una nuova «peccaminosa» molteplicità; e trova la risposta nel concetto greco di «hybris».
Il concetto di «colpa» sembra, dunque, attanagliare anche la filosofia di Eraclito, dell’emancipatore per eccellenza, del «Prometeo dei filosofi».
Il periodo in cui il mondo si affretta incontro a quella conflagrazione e alla dissoluzione nel puro fuoco è caratterizzato da Eraclito, in guisa estremamente incisiva, come una bramosia e un bisogno, il completo inabissarsi nel fuoco come sazietà. Resta a noi il problema di come ha inteso e chiamato il nuovo ridestantesi impulso alla plasmazione cosmica, all’effondersi nelle forme della molteplicità. Sembra venirci in aiuto il proverbio greco, con il pensiero che «sazietà genera delitto (la hybris)»; e in effetti ci si può chiedere un istante se Eraclito abbia forse derivato dalla hybris codesto ritorno al molteplice. Si consideri un po’ questo pensiero con serietà: alla luce di esso il volto di Eraclito si trasforma di fronte ai nostri sguardi, il superbo lampeggiare dei suoi occhi si smorza, una piega di dolorosa rinuncia, d’impotenza si rileva nei suoi lineamenti, si direbbe che ci sia chiaro perché la tarda antichità lo abbia chiamato il «filosofo piangente». Non è ora l’intero processo cosmico un atto di punizione della hybris? La molteplicità, il risultato di un delitto? La metamorfosi del puro nell’impuro, conseguenza dell’ingiustizia? Non viene posta ora la colpa alla radice delle cose, e di conseguenza non è affrancato da essa il mondo del divenire e degli individui, ma al tempo stesso sempre di nuovo a subirne le conseguenze?
Ma, poi, Nietzsche mette in evidenza come quel concetto di «colpa» appaia permeare la filosofia di Eraclito solo a chi non ha compreso il senso autentico della sua intuizione; ritorna con forza quel senso di giustizia eterna e di normatività alla base della contesa. Quella pericolosa parola, hybris, è in realtà la pietra di paragone per ogni eracliteo; è su questo punto che egli può mostrare se ha compreso o misconosciuto il suo maestro. V’è colpa, ingiustizia, contraddizione, dolore in questo mondo?
Sì, grida Eraclito, ma soltanto per l’uomo limitato che vede per parti staccate e non globalmente, non già per il dio contuitivo; per questi ogni contraddizione concorre ad un’unica armonia, invisibile, è vero, per il comune occhio umano, ma comprensibile per chi, come Eraclito, è simile al dio contemplativo.
…..E così come giocano il fanciullo e l’artista, gioca il fuoco semprevivente, costruisce e distrugge, con innocenza……
……Tramutandosi in acqua e terra, a somiglianza di un fanciullo innalza cumuli di sabbia sul lido marino, ammonta e fa ruinare: di tempo in tempo riprende di nuovo il giuoco. Un attimo di sazietà: poi lo riafferra nuovamente il bisogno, così come il bisogno costringe l’artista a creare. Non empietà, bensì il sempre risorgente impulso del giuoco chiama altri mondi alla vita.
Soltanto l’uomo esteta riguarda in questo modo il mondo, lui che nell’artista e nel nascere dell’opera d’arte ha appreso come la contesa del molteplice può portare in sé norma e diritto, come l’artista sia contemplativamente al di sopra e agisca all’interno dell’opera d’arte, come necessità e giuoco, conflitto e armonia debbano coniugarsi per generare l’opera d’arte.
Chi pretenderà ora da una siffatta filosofia altresì un’etica con i necessari imperativi «tu devi», o addirittura muoverà a Eraclito il rimprovero di una tale mancanza?
Sin nelle sue più profonde midolla l’uomo è necessità e assolutamente «non libero» – se si intende per libertà l’insana pretesa di poter mutare a talento la propria essentia a guisa di un abito, una pretesa che ogni seria filosofia ha fino ad oggi respinto con il dovuto sarcasmo. Soltanto coloro che non hanno motivo di essere soddisfatti della sua descrizione naturale dell’uomo trovano Eraclito cupo, malinconico, lacrimoso, accigliato, atrabiliare, pessimista e particolarmente detestabile. Ma con tutte le loro antipatie e simpatie, odio e amore, sarebbero costoro per lui egualmente indifferenti ed egli impartirebbe loro sentenze all’incirca di questo tenore: «I cani abbaiano a coloro che non conoscono»
…..Da questi insoddisfatti (della sua filosofia) provengono altresì le numerose lagnanze sull’oscurità dello stile eracliteo; verosimilmente mai un uomo ha scritto in modo più chiaro e luminoso. Molto stringato senza dubbio e perciò, a dire il vero, oscuro per chi va rapido nella lettura.

martedì 23 luglio 2019

LA RELIQUIA DELLA RIVENDICAZIONE


Il lupo solitario azzanna la preda
flotti di sangue dalla giugulare recisa
bagnano le terre dei boschi

Madre terra ha sete di sangue umano
mentre i topi di fogna cercano visibilità

Le nenie dei mantra della rivendicazione
si alzano in cielo
come fossero alla ricerca del Dio Anarchico

Si recita il Padre nostro
esibendo la reliquia
di un Dio che non vale neanche due lire

Le litanie delle chiese anarchiche
infamano l'estro del solitario

C'è chi si riempie la bocca di merda
pensando di andare a canestro
e sgretolare il gigante di argilla

In nome del Padre
vogliamo uccidere il mostro di argilla

Poveri topi di fogna
con le vostre rivendicazioni
non fate altro che resuscitare i Morti

La natura mi è maestra
non ho mai visto un lupo che rivendica
la sua voglia nel saziarsi di carne umana

Pregano tutti San Michele
mentre stanno sugli attenti
dando linfa ad un Mostro che non esiste

Ma cosa dici?
I tuoi son deliri
di chi non crede nei Mostri!

Illusi! I Santi si sono estinti
Tutti sanno che i Mostri si nutrono di paure

Corrono i titoli dei giornali
cosa non si fa per attimi di gloria
acqua santa per gli infami

Tutto per una reliquia
che non ha senso di esistere
se non per legittimare il gigante di argilla

Chiù Pac

sabato 20 luglio 2019

MORTE DI DIO O MORTE DELL’UOMO




L’uomo brutto per poter negare Dio doveva negare se stesso, ma la voglia di eternarsi lo costringe a surrogarsi con atto di devozione all’asino. L’uomo brutto è schiavo di se stesso, non sa sentirsi nemmeno come l’ultimo uomo, compiendo il deicidio si illude di completare un atto di liberazione, ma in realtà surroga involontariamente se stesso. Probabilmente, il suo dio era una riproduzione di una coscienza alienata e distorta.

Nietzsche non deve essere considerato né un ateo, né un cercatore di Dio, almeno nell’accezione della tradizione teologica. Il vero problema sta nel considerare il ruolo che lungo il corso della storia della filosofia hanno avuto le false rappresentazioni. Esisterebbe uno stretto legame tra dio e rappresentazione. Nietzsche ha cercato, per quanto attiene alla critica della teologia e della morale, di disantropomorfizzare il pensiero e la cultura, paradossalmente ogni tentativo di disantropomorfizzazione «è senza prospettiva di riuscita […] quindi alla fine una antropomorfizzazione elevata a potenza». Risulta evidente che antropomorfizzare è rappresentarsi il mondo e l’uomo stesso appunto come valori e interrogarsi sulla natura della rappresentazione implica chiedersi chi è che si rappresenta qualcosa? Heidegger è dell’avviso che «parlare di antropomorfizzazione senza aver deciso, cioè domandato, chi sia l’uomo è in effetti una chiacchiera, e tale rimane anche quando, per illustrarlo, si passano in rassegna l’intera storia universale e le civiltà più antiche dell’umanità. Per discutere dunque in modo non superficiale e non solo apparente la perplessità dell’antropomorfizzazione, la sua affermazione al pari del suo rifiuto, si deve per prima cosa farsi carico della domanda: chi è l’uomo?».

La filosofia avrebbe il compito di destrutturare e correggere l’errore del pensiero filosofico che non avrebbe insistito sulla distinzione di essere ed ente e sotto tale aspetto il divino convertito in ente avrebbe soppiantato il pensare Dio come essere. La correlazione tra il senso di Dio e il senso dell’essere potrebbe indicare una congettura antitetica alla costituzione positiva della teologia che avrebbe istituito il Dio-ente limitando e negando il senso dell’essere. La metafisica e il nichilismo non pensano l’essere in quanto essere, ma l’essere in quanto ente, partendo dall’ente e arrivando all’ente,traspongono l’essere in un ente, indipendentemente che si tratti di ente sommo nel senso della causa suprema o di ente come soggetto quale condizione dell’oggettività.

Un’altra domanda impellente recita: è la visione nichilistica del pensiero occidentale ad aver ucciso Dio o è la morte di Dio che ha prodotto il nichilismo?

Il nichilismo denota l’accettazione passiva, puramente formale di una potenza senza volontà, senza qualità ormai giunta ad essere semplicemente un niente. Il dio positivo indica un darsi come ente, sotto tale aspetto si assegna alla storicità quindi alla dispersione e alla nientità. Heidegger concepisce la morte di Dio come un momento fondamentale che testimonia solo in parte l’avvento del nichilismo. Dio muore con la tematizzazione e rappresentazione dell’Ente Sommo e una certa teologia ha attribuito all’Ignoto una presenza pre-costituita in base alle umane antroporfizzazioni. Quale filosofia si è insinuata all’interno della possibilità dell’ente-Dio? L’anti-platonismo. Non il platonismo, ma soprattutto l’antiplatonismo risulta essere più velenoso del platonismo. Il nulla di Dio annuncia la svalutazione del platonismo in tutti i suoi aspetti, l’antiplatonismo è un’altra forma di platonismo che rivive comunque con una trasposizione a vantaggio di valori umani o troppo umani ritenuti più tangibili. Tuttavia, platonismo e la sua trasposizione indicano un accadere fondamentale della storia occidentale, in questo senso essi rientrano nel piano generale della metafisica e al contempo indicano quanto il nichilismo sia essenziale e attivo nel pensiero filosofico. Platonismo come al di là e anti-platonismo come valore dell’al di qua indicano la stessa cosa e conservano la stessa logica – quel «Dio vuol dire qui in genere il soprasensibile che, in quanto mondo vero, al di là, eterno, rispetto a quello terreno di quaggiù si fa valere quale autentico e unico fine. Quando la fede cristiano-ecclesiastica si spossa e perde il suo dominio sul mondo, il dominio di questo Dio ancora non scompare. Piuttosto, la sua figura si traveste, la sua richiesta si sclerotizza fino a diventare irriconoscibile. All’autorità di Dio e della Chiesa subentrano l’autorità della coscienza, il dominio della ragione, il dio del progresso storico, l’istinto sociale». In effetti, se ripensiamo alle diverse tipologie nichilistiche ci rendiamo perfettamente conto che la morte di dio, in senso nietzscheano e heideggeriano, abbia a che fare con un atto di accusa non tanto al bisogno della trascendenza, quanto alla filosofia che ha tematizzato e giustificato, attraverso possibili varianti, certe religioni connesse a scuole di pensiero quali il platonismo, l’anti-platonismo, il nichilismo…, nelle diverse accezioni intrinsecamente legate.

Nietzsche è il pensatore che permette alla metafisica di compiersi totalmente, è l’ultima espressione del nichilismo e per questo impersonerebbe il pensiero ultra-metafisico; è il pensatore che permette alla metafisica di compiersi fino in fondo. Per comprendere tale aspetto, è necessario apporre a confronto e a giudizio la tesi secondo cui «l’uomo buono della morale, pensato in termini metafisici, è quell’uomo che nulla sa dell’origine dei valori ai quali egli si sottomette come a ideali incondizionati»alla tesi per la quale «La metafisica è antropomorfismo – il configurare e vedere il mondo a immagine dell’uomo». La prima citazione rimanda all’assolutezza dei valori ritenuti in sé e per se stessi evidenti e veri. L’uomo buono non si riferisce solo all’individuo cristiano-borghese, ma all’insieme di quelle teorie d’ordine pratico e teoretico che, lungo il corso del tempo, caratterizzano il pensiero occidentale. Gli ideali incondizionati sarebbero stati invalidati con la teoria fondata sul rimedio per una volontà che si costituisce in funzione dell’illusione, della menzogna per poter vivere senza esporsi all’impellenza del nulla o del caos. Tuttavia per Heidegger, Nietzsche non avrebbe avvertito l’esigenza di un semplice scambio di valori con altrettanti ritenuti più autentici e antimetafisici.

La trasvalutazione invece è rivolta a riesaminare le «determinazioni dell’ente in relazioni ai valori». Finché si rimane nella sfera dei valori, anche se rovesciati, si incorre nel rischio di chiudersi nell’ambito in cui prevale il dominio della metafisica come scienza dell’enticità e non più dell’essere. Nietzsche è impossibilitato a pensare in modo essenziale e differenziale la metafisica, perché egli stesso non può non pensare nichilisticamente. Il suo concetto di nichilismo sottende una valutazione nichilistica della vita. Nietzsche da parte sua si dichiara un nichilista alla massima potenza, ma nello stesso tempo nella sua persona,ilnichilismo sarebbe stato avversato e oltrepassato. L’immoralismo anche se in termini antitetici alla morale tradizionale, non avrebbe superato la soglia del valore, l’immoralismo sottenderebbe un pensare per valori anche se rivissuti alla rovescia.

venerdì 19 luglio 2019

IL MONDO COME DIVENIRE


Nietzsche considera il mondo come il divenire e respinge la tradizionale concezione metafisica della realtà come costituita da esseri immutabili. Come suggerisce la dottrina della volontà di potenza, il mondo non è un’unità stabile e immutabile, piuttosto è in un flusso costante, derivante dalle lotte di potere dei quanti di potere, che sono semplicemente volontà di potenza. In breve, Nietzsche sostituisce il “mondo dell’essere” della tradizionale metafisica occidentale con il “mondo del divenire”. Questa sostituzione porta al nucleo della sua epistemologia, cioè il prospettivismo.

 Secondo Nietzsche, il concetto di essere e il mondo stabile, non sono nient’altro che illusioni. Perché, nel mondo dei quanti di potere, che è costantemente in procinto di divenire, non c’è essere, e supporre che ci siano esseri immutabili, o considerare il mondo come un’unità ordinata e stabile, non è altro che un’illusione creata da noi per preservarci in questo mondo caotico. “[N]el mondo non c’è essere”, dice Nietzsche, “un certo mondo calcolabile di casi identici deve essere creato per prima cosa dall’illusione: un tempo in cui l’osservazione e il confronto sono possibili, ecc.” 

 Cioè, per prosperare, noi umani abbiamo imposto un tale ordine mondiale al mondo caotico dei quanti di potere: “Perché dobbiamo essere stabili nelle nostre convinzioni se vogliamo prosperare, abbiamo reso il mondo ‘reale’ un mondo non di cambiamento e di divenire, ma di essere. “Dopo questa imposizione, il mondo è diventato conoscibile e prevedibile ; il mondo del caos è diventato un mondo di ordine con leggi ottenibili da noi. In altre parole, diventa più facile per noi vivere in questo mondo del divenire; come dice Nietzsche “[la] dottrina dell’essere, delle cose, di tutti i tipi di unità fisse è cento volte più semplice della dottrina del divenire, della crescita” 

 Inoltre, dal momento che questa rappresentazione del mondo illusoria ha dimostrato di avere successo nel mantenere la nostra esistenza, la consideriamo come il mondo reale; cioè, la finzione che abbiamo creato alla fine diventa reale o una realtà per noi. Quindi, la concezione del mondo come luogo ordinato e stabile in cui vivere in sicurezza, che è calcolabile e formulabile per noi è un mondo illusorio; questo è “un mondo regolato e semplificato su cui i nostri istinti pratici hanno funzionato” e “ci sta perfettamente bene: viviamo in esso, possiamo vivere in esso – prova della sua verità per noi”. 

Esaminiamo la struttura dinamica del mondo nietzschiano del divenire, per capire perché la nostra concezione del mondo stabile è un’illusione per Nietzsche.

 Come è conosciuto, il mondo, per Nietzsche, è la volontà di potenza; tutto ciò che esiste o è un quantum o un quanto di volontà di potenza.

 Questi quanti di potere sono costantemente in lotta l’uno con l’altro per ottenere più potere. Al fine di estendere il loro potere collettivamente, possono costituire costellazioni di potere, in cui, mentre si sforzano di promuovere individualmente il loro potere, cercano anche di promuovere il potere della costellazione nel suo insieme.

 Sebbene queste costellazioni di potere possano essere considerate come un’unità di quanti di potere, questa unità non è omogenea. Affinché ogni quanto di potere continui a ricercare dopo aver conseguito più potere in e attraverso questa unità. In altre parole, sebbene costituiscano un’unità per aumentare collettivamente il loro potere, ogni quanto di potere lotta con ogni altro quanto per ottenere più potere.

 Questa costante brama di potere è ciò che sono; cioè, questi quanti di potere sono primordiali volontà di potenza. Quindi, il mondo è costruito con tali dinamici quanti di potere, che sono collegati in relazione alla lotta di potere. Ogni quantum di potenza è determinato attraverso questa lotta di potere. “Ogni quanto di potere è designato dal effetto che produce e ciò che resiste “.

 Pertanto, le costellazioni di questi quanti di potenza non sono omogenee; una costellazione di potere, come unità di quanti di potere, è un’organizzazione simile a una comunità umana o a una federazione politica. “Ogni unità è unità solo come organizzazione e cooperazione – proprio come una comunità umana è un’unità – in contrapposizione a un’anarchia atomistica, come un modello di dominio che indica un’unità, ma non è un’unità”.

 Inoltre, un quanto di potere o una costellazione può aumentare il proprio potere solo a scapito di altri; aumenta il suo potere assimilando, dominando e appropriandosi degli altri.

 Tuttavia, questo non significa che il quantum di potenza assimilato o incorporato cessi di esistere; è ancora un potere quantico, e cerca ancora i modi per aumentare il proprio potere. Tuttavia, in questo incontro, entrambi i centri di potere cambiano; il loro potere aumenta o diminuisce. “Si tratta di una lotta tra due elementi di potere ineguale: un nuovo assetto di forze viene raggiunto secondo la misura del potere di ciascuno di essi. . . la cosa essenziale è che le fazioni in lotta emergono con diversi quanti di potere “.

 La lotta di potere tra i centri di potere non si ferma a un certo livello di configurazione di potenza; non c’è alcun punto di equilibrio. Il gioco continua per sempre. Questa lotta conferisce al mondo un carattere dinamico. Il mondo o la realtà costruiti da tali centri di potere sono in un flusso costante; quindi, il mondo non è un mondo dell’essere, ma del divenire.

 In questo mondo dinamico di centri di potere, ogni quanto di potenza è determinato dalle sue relazioni con ogni altro quanto di potere. Pertanto, ognuno di questi quanti di potenza viene sperimentato da tutti gli altri in modo diverso; cioè, un quanto di potenza può apparire più potente per un quanto di potere, mentre per un altro appare debole.

 Quindi, non esiste una realtà costante e immutabile che sia vissuta come uguale da ogni centro di potere. Cioè, ogni centro di potere sperimenta il mondo in modo diverso in relazione al suo grado di potere; poiché c’è una continua lotta per il potere tra questi centri di potere, il mondo cambia costantemente, il che significa che anche le relazioni tra i centri di potere cambiano e, come sappiamo che un centro di potere è determinato attraverso le proprie relazioni con ogni altro centro di potere, e anche pure questo cambia.

 Per Nietzsche, la realtà è la la totalità delle azioni e delle reazioni dei singoli centri di potere su ogni altro centro nella loro lotta per il potere; “Il” mondo “è solo una parola per la totalità di queste azioni. La realtà consiste precisamente in questa particolare azione e reazione di ogni singola parte verso il tutto. “

 Secondo Nietzsche, quello che diciamo essere il mondo, è in continua evoluzione e il mondo dinamico è necessariamente falso; cioè, “Il carattere del mondo in uno stato di incapacità di formulazione, come” falso “, come” autocontraddittorio “.”

 Ciò che diciamo o pensiamo al mondo diventa immediatamente falso, poiché non esiste un ordine stabile nel mondo che ci consenta di comprendere e articolare adeguatamente il modo così come è. Non abbiamo mezzi adeguati di espressione o schemi concettuali per comprendere ed esprimere questo mondo di costante cambiamento. Quindi, la nostra conoscenza del mondo è necessariamente “falsa”, ma non nel senso che esiste un mondo stabile e immutabile come oggetto della nostra conoscenza e non siamo riusciti a comprenderlo.

 Piuttosto, è nel senso che ciò che diciamo o pensiamo il mondo presuppone un mondo vero, stabile e immutabile, e questo presupposto falsifica il mondo del divenire. Ciò che facciamo come centri di potere è imporre una regolarità e un ordine su questo caotico mondo del divenire per aumentare il nostro potere. “Non” sapere “ma schematizzare – imporre al caos la stessa regolarità e forma di cui necessitano i nostri bisogni pratici”.

 Il mondo o la realtà non sono qualcosa di immutabile, e non sono una cosa stabile una ordinaria unità; ma il caos, creato dalle lotte dei centri di potere.

 Ogni centro di potere cerca di costruire un mondo vantaggioso per il proprio benessere fuori da questo mondo caotico, e poiché ogni centro di potere è diverso l’uno dall’altro, ognuno di esso sperimenta il mondo in modo diverso; quindi, la costruzione del mondo si differenzia da ogni altro. In breve, ogni centro di potere interpreta il mondo dalla prospettiva in cui può aumentare il suo potere dominando o assimilando gli altri.

 Attraverso l’interpretazione, i centri di potere costruiscono un mondo, che possono aumentare il loro potere dominando e assimilando gli altri. In realtà, come dice Nietzsche “l’interpretazione è di per sé un mezzo per diventare padrone di qualcosa”. Il concetto di interpretazione è un altro importante costituente del prospettivismo di Nietzsche.

[Font - AbissoNichilista]

giovedì 11 luglio 2019

ABISSO NERO





Nella mia testa sento un sacco di voci
parlano, parlano e non smettono mai
non fanno altro che fare domande
e io non ho risposte alle loro domande
a dir il vero non so che cazzo vogliono da me

Chiudo gli occhi e mi sento trasportato in un abisso nero
cado in un vuoto senza fine
e tutto attorno il buio più profondo
in lontananza sento Mania che mi chiama

Stappo una birra 
due, tre, quattro, cinque
ma niente riesce ad anestetizzarmi 

Dovrei bere dell'arsenico
per risvegliarmi in un futuro postAtomico

La noia del presente mi avvolge
ogni giorno apro gli occhi per ritrovarmi in ZombyLand

Vorrei strapparmi il cuore nero dalla gabbia toracica 
impavido nella battaglia
ma vigliacco nei sentimenti

Sono il campione degli sproloqui
riesco a scrivere mentre i miei piedi affogano nel piscio

Tutti mi dicono che la vita è come un film
e di come gli Eroi vincano sempre

CAZZO perchè perdo sempre

Sono in guerra con il mondo intero
mentre i miei sentimenti si sono impiccati
ad un lenzuolo sporco di vomito e di sborra

Mi punto la pistola in testa per spararmi
come fosse una commedia
per mettere in scena tutto quello che non ho detto

Tremo mentre guardo i palloncini che volano via
seduto in un parco osservo la solitudine
di chi ha perso l'amore che mai sarà


Spengo la luce come fossi un idiota
e non mi accorgo del letto del fachiro
stringo il guanciale mentre i chiodi mi trafiggono le carni

Sono di nuovo preda dei miei deliri 
mentre scrivo delle mie follie
sono un pazzo a pezzi che segue il suo Ego

Chiù Pac

lunedì 8 luglio 2019

La geometrica della sostanza







“Una volta in movimento, continuiamo a muoverci, finché qualche ostacolo blocca il nostro percorso. La nostra capacità di sostenere il movimento è misurata dal nostro potere, e la natura di quel potere dipende dalla nostra stessa costituzione interna, che legge la natura delle tendenze inerziali. In un brano che evoca la lamentela di Bauer contro l’ipocrisia e l’inganno, Stirner sostiene:
Mi assicuro l’essere libero, per quanto riguarda il mondo nella misura in cui rendo il mondo mio, ” lo acquisisco e ne prendo possesso”; agisco, con qualunque cosa possa farmelo possedere, per mezzo della persuasione, della richiesta, della domanda categorica, e sì, anche per mezzo dell’ipocrisia, dell’imbroglio, ecc .; perché i mezzi che uso per questo, sono determinati da ciò che sono.
Il potere è inoltre distinto dalla libertà; non si tratta semplicemente di una pretesa su un oggetto irraggiungibile, secondo cui credono i liberali politici e sociali, come pensa Stirner, ma dalla concreta capacità di eliminare gli ostacoli che si sovrappongono; di nuovo, espongo questo, come mantenimento del nostro moto inerziale. Definendo il proprietario, come un unico essere e potere, Stirner si avvicina all’identificazione esplicita del sé con il conatus.
La libertà è e rimane un desiderio, un lamento romantico, una speranza cristiana per la perspicacia e la futilità; “Possedere” è una realtà, che di per sé rimuove solo innumerevoli obblighi, come se ci si impedisse di ostacolarci.
La proprietà, al contrario, è il mio intero essere ed esistenza, sono io stesso. Sono libero da ciò di cui sono liberato, proprietario di ciò che ho in mio potere o di ciò che controllo. Io sono sempre me stesso, in ogni circostanza, se so come avere me stesso, non facendomi influenzare dagli altri. L’essere libero, è qualcosa che non posso essere in nessun modo, perché non posso renderlo vero, non posso crearlo: posso solo desiderarlo e – aspirare ad esso, perché rimane un ideale, un fantasma. Le catene della realtà tagliavano in ogni momento i segni più acuti della mia carne. Ma io rimango il possessore.
Replicando la distinzione di attivo e passivo di Spinoza, Stirner afferma che siamo possessori, quando siamo totalmente autosufficienti e non dipendiamo da alcun ente esterno che possa determinare il nostro percorso. Inoltre, queste tendenze che impieghiamo non sono attivate da scopi di vasta portata, ma da immediata gratificazione, e il loro dispiegamento non costituisce sviluppo verso un ideale o un fine.
Per l’egoista solo la propria storia ha valore, perché vuole accrescere solo se stesso e non l’idea dell’umanità, non il piano di Dio, non gli scopi della Provvidenza, non della libertà e cose simili. Non si considera uno strumento dell’idea o un vaso di Dio, non riconosce nessun richiamo, non immagina di esistere per un ulteriore sviluppo dell’umanità, per dover contribuire con il suo contributo ad essa, ma vive fuori da tutto questo, incurante di quanto del bene o del male l’umanità possa raggiungere.
La cosa più sorprendente, non è l’indifferenza verso le conseguenze, ma il ripudio dei fini o delle concezioni teleologiche dell’azione. Come spiega De Ridder:
Stirner coglie la relazione tra “l’Unico” e “la sua proprietà” non come propriamente una relazione dialettica. La proprietà si dissolve nel “finito Io” e nulla viene elevato e conservato su un cosiddetto “piano superiore”. In contrasto con il “criticismo critico” di Bauer, dove non si parla mai di sviluppo. Perché lo sviluppo presuppone un telos, un fine e un mezzo per raggiungere il fine.
L’assenza di telos è almeno un’indicazione che ci troviamo in un mondo di movimenti inerziali, di sostanza spinozistica piuttosto che di soggettività hegeliana; e insieme alle idee del proprio essere come potere e costante spostamento, aiuta a confermare l’intuizione di Bauer sulla posizione meta-etica di Stirner. L ‘”Einziger” è causa sui in senso spinozista. È una rappresentazione della sostanza di Spinoza nella forma del sé finito.
Per Bauer, un individuo può essere autoreferenziale nel senso Stirneriano, senza essere completamente autonomo, poiché l’autonomia richiede che sottoponiamo i nostri impulsi momentanei e la nostra particolarità alla critica razionale, che manteniamo norme universali di giudizio alla luce dei quali approviamo alcuni desideri particolari e oggetti, ma non altri. Il risultato della immediata e astratta auto-relazione di Einziger, è che il suo contenuto è poi riempito empiricamente, e non in modo critico, come l’impulso momentaneo dirige. Penso che questo sia il significato della caratterizzazione di Stirner da parte di Bauer nel sostenere una “critica interiormente dominata”; L’etica di Stirner è essenzialmente eteronoma. Come Bauer sostiene altrove, “la concezione della sostanza è critica – vedi Spinoza – ma anche così ricade nel riconoscimento immediato del positivo – vedi Spinoza”.
Per Bauer, il particolare, in quanto materiale della volontà fornita da desideri ed esperienze contingenti, deve essere sottoposto a critica e può non valere come immediatamente valido. La particolarità nelle varie forme è eteronoma e plasmata dall’impronta dell’ordine esistente e dagli interessi materiali limitati ed egoistici che le corrispondono. Queste forme rappresentano lo spirito immerso nella sostanzialità e non ancora liberamente auto-determinante. Questioni di autonomia dalla critica del positivo e del particolare, e non dall’attuazione di interessi immediati. Diretto dall’appetito, il moto inerziale del sé Stirneriano è privo dell’autodeterminazione razionale. Bauer si oppone così alla “proprietà” di una concezione della libertà come universalista e critica, e non semplicemente come un desiderio ozioso.
Riassumendo la propria posizione su Spinoza, Hegel espone le critiche che Bauer offrirà anche di Stirner, e suggerisce inoltre la risoluzione di una complessità che avevamo notato in precedenza:
Nel sistema di Spinoza tutte le cose sono semplicemente lanciate dentro l’abisso dell’annientamento. . . . [La sostanza di Spinoza è caratterizzata da] rigida immobilità, la cui singola forma di attività è questa, per liberare tutte le cose nella loro determinazione e particolarità e rigettarle nell’unica sostanza assoluta, in cui sono semplicemente inghiottite e tutta la vita stessa è completamente distrutta.
L’analisi di Hegel è altamente pertinente alla posizione meta-etica spinozista di Stirner. Avevamo già anticipato un potenziale problema nel collegare Spinoza e Stirner, in quanto il primo sottolinea l’espressione della sostanza attraverso i suoi modi, il secondo la separazione o l’incommensurabilità tra di loro. Su questo Hegel fornisce una chiave interpretativa: sostiene che nonostante le intenzioni panteistiche ed espressioniste di Spinoza, la sostanza non può essere presente nelle sue modalità. Spinoza si limita ad affermare una tale continuità tra i livelli metafisici, mentre nel proprio sistema tutta la determinatezza è in realtà annullata, perché il nucleo rigido dell’identità come concepito da Spinoza non può essere genuinamente avvolto nel concreto, ma semplicemente rimane resistente ad essa. Ora possiamo concludere che Stirner, seguendo i suoi contemporanei appassionati, rende questa disconnessione tematica. Diventa emblematico della libertà stessa; da questa prospettiva, possedere significa non essere vincolati dalle proprie creazioni, ma mantenere un distacco derisorio da esse. Stirner rende così esplicito, che l’essenza della libertà, è ciò che semplicemente è un fallimento teorico in Spinoza, l’incapacità della sostanza di realizzarsi nei suoi modi. I romantici tedeschi sono essi stessi eredi di Spinoza in vari modi:
Stirner condivide con essi l’idea che nessuna azione può rappresentare la pienezza e la creatività del sé. La libertà per i romantici consiste nel riconoscimento di questa lacuna ontologica di sé e del mondo, e nel godimento della differenza. Questo senso di separazione e alienazione permanente è l’essenza del dileggio, che pervade la “proprietà” Stirneriana. Al contrario, Bauer approssima la posizione Fichteana, l’imperativo etico di trasformare il mondo dei sensi sotto l’egida dell’idea razionale, della razionalità libera. L’alienazione, o la non corrispondenza del pensiero e dell’essere, stabilisce un compito di risoluzione; non segna i limiti permanenti della libertà.
Alla conclusione della disamina su Spinoza, di come l’idea del pensiero è presa in maniera astratta, ma non nel suo dinamismo, Hegel descrive i requisiti per ulteriori progressi per la libertà razionale. La mancanza di autocoscienza nel sistema di Spinoza deve essere fornita da sviluppi sul lato dell’oggettività (mostrando che la relazione con i modi non è solo negativa, ma ha un’universalità positiva: cioè il riconoscimento che la soggettività razionale si manifesta se stessa nel mondo, nei modelli mutevoli della vita sociale e delle istituzioni come incarnazioni della libertà); e da ulteriori sviluppi nell’auto-coscienza, dove viene visto che il principio di individualità contiene l’universale. Questo è il programma che Bauer cerca di eseguire, sviluppando il lato Fichteano di Hegel nella propria causa. Bauer descrive il sé come mediatore degli estremi dell’universalità e della particolarità, ognuno dei quali cerca e respinge l’altro. Citando le conferenze sulla Filosofia della Religione di Hegel, egli elabora,
Nel pensare, mi elevo all’Assoluto su ogni cosa finita e sono una coscienza infinita, e allo stesso tempo io sono l’autocoscienza finita , anzi, lo sono secondo tutta la mia determinazione empirica. . . . Sono determinato in me stesso come infinito contro me stesso come finito e nella mia coscienza finita contro il mio pensiero come infinito. Io sono il sentimento, la percezione, la rappresentazione di questa unità e questa lotta reciproca, io sono ciò che tiene insieme gli elementi in competizione, lo sforzo di questa conservazione e il lavoro della mente [Gemüt] per diventare padrone di questa contraddizione. Non sono uno degli individui coinvolti nella lotta, sono entrambi gli avversari e la lotta stessa.
Questo processo è quello della soggettività razionale, in contrasto con la sostanza, l’immediatezza e la cosa. Il momento di universalità cosciente deve essere presente, non come un “fantasma” o un feticcio, ma come una caratteristica auto-evidenziata, una componente necessaria nella dialettica della volontà. Bauer insiste sul fatto che l’autocoscienza critica non è una consapevolezza immediata, particolare, ma deriva da un processo sillogistico altamente mediocre, la creazione della singolarità come unità dialettica di particolare e universale. L’universale si ripudia inizialmente da tutti i contenuti o particolarità dati, li sottopone a critiche e quindi convalida solo quei particolari che superano la prova della razionalità. Il linguaggio Fichteano dell’autocoscienza sottolinea il lato attivo e formale di questo processo: l’universale non è una forza trascendente, ma è immanente nelle azioni soggettive e nei giudizi degli individui.
I latori di autocoscienza critica sono soggetti empirici concreti, ma nei loro caratteri universali, non particolari.
Quando impieghiamo la categoria di autocoscienza, non intendiamo l’ego empirico, come se questo avesse costruito le sue concezioni [Anschauungen] per puro caso o combinazioni arbitrarie. . . . A differenza dell’ego immediato,. . . l’autocoscienza sviluppata. . . si riferisce alla realtà con una coscienza completamente diversa, una coscienza critica.
Il criterio del giudizio non è più un vantaggio immediato o egoistico, ma gli interessi universali dei soggetti razionali che comprendono e si trasformano nel flusso del divenire storico.
Questa transizione non consiste in nient’altro che la liberazione degli atomi che fino ad ora sono stati fissati a pieno titolo, ma che d’ora in poi possono solo ottenere la loro uguale giustificazione rinunciando all’immediata rigidità con cui si erano aggrappati al loro presupposto, configurando se stessi, e ponendosi in unità l’uno con l’altro attraverso la conquista di se stessi. L’abnegazione è la prima legge e la libertà la conseguenza necessaria.
Questo passaggio di un testo del 1841 anticipa i fallimenti che Bauer identificherà in Stirner quattro anni dopo: egli rappresenta il sé come fissato nel proprio diritto supposto (quindi confermando che egli è parte del vecchio mondo, dove la libertà equivale a privilegi e immunità); difende rigidamente la coscienza immediata al posto dell’autocoscienza critica; e non è in grado di concepire un’universalità autentica ed espansiva che permetta agli individui di mettersi in una unità. Il frequente ripudio dell’abnegazione nel testo di Stirner trova qui la sua risposta. Per Bauer, la coscienza particolare deve elevarsi all’universalità come condizione di autentica autocoscienza, liberata dalla determinazione da forme di vita alienate e meramente date. Questo nuovo tipo di libertà, l’autocoscienza universale, impone agli individui di disconoscere i loro interessi e le loro identità immediate ovunque questi si oppongano a scopi più elevati. Nel Vormärz, Bauer difende una libertà repubblicana globale, non esclusivista, come il nucleo di una dottrina dell’autocoscienza razionale. Il mero particolarismo, sia di setta religiosa, di interesse economico, di vantaggio nazionale o di egoismo Stirneriano, è una traccia del vecchio ordine, e non un precursore del nuovo.
Se, in conclusione, torniamo allo schema interpretativo di Bauer, questo suona fondamentale nel caratterizzare le tendenze opposte all’interno dell’Hegelianesimo di Vormärz. Non dovrebbe, tuttavia, essere letto come una semplice dicotomia tra Spinoza e Fichte, o come una rappresentazione assolutamente fedele di entrambi i filosofi, ma piuttosto di Spinoza e Fichte, ripresi da Hegel, lasciato in eredità ai suoi successori. Quindi sono disponibili diversi modi di combinare gli elementi fichteani e spinozisti della sintesi hegeliana.
In Bauer, l’immersione nella sostanza è una precondizione necessaria all’emancipazione da essa, attraverso l’abnegazione e la disciplina della particolarità; qui non c’è un’immediata auto-posizione Fichteana, ma un processo storico di alienazione e reintegrazione, un passaggio tantae molis attraverso la sostanza spinozista. In Stirner, un sé fondamentalmente spinozista, diretto non da scopi razionali, ma dalle sue stesse tendenze inerziali, non è privo di marcate iniezioni fichteane, come insiste Stirner stesso.