venerdì 7 settembre 2012

ANARCHISMO VERDE E ANARCHISMO CLASSICO



ANARCHISMO VERDE E ANARCHISMO CLASSICO

Dopo averci riflettuto parecchio alcuni di noi hanno deciso che è importante fare una critica di quello che ha dominato il pensiero anarchico fin dalla sua nascita: l’antropocentrismo, una visione del mondo in cui gli esseri umani (soprattutto maschi civilizzati dominanti) sono i più importanti. Mentre l’anarchismo sembra essere intrinsecamente contro il dominio, per la maggior parte della sua storia ha taciuto sulle molte forme di dominio sulle donne, sugli animali e sulla natura. Dal momento che questa pubblicazione si chiama Green Anarchy, crediamo valga la pena di scrivere questo editoriale che tratta di come Green contestualizza Anarchy.
Per quanto gli anarchici classici siano stati importanti a loro tempo, oggi di sicuro non lo sono per varie ragioni che ora discuteremo. Anche senza un’analisi dei loro approcci (Proudhon, Godwin, Bakunin, ecc) si può fare un sunto generico. Tanto per cominciare, tradizionalmente l’anarchismo si è concentrato sul dominio all’interno della società umana.
Questo approccio opera come se la nostra fosse l’unica specie del pianeta, e come se la sua liberazione dai ceppi dell’oppressione di classe fosse l’unica forma di oppressione da considerare. Come ce ne accorgiamo tutti, con un’immediatezza forse non presente ai tempi dell’anarchismo classico, oggi la biosfera sta collassando per colpa della civilizzazione.
L’Anarchismo, una lotta per la liberazione umana, non necessariamente si rivolge contro questo. Per portare a buon fine la visione anarchica, non è richiesta alcuna considerazione circa la sostenibilità ecologica. Nella visione classica tutto quello che si deve mettere in dubbio è l’esistenza dello Stato e della gerarchia umana. L’ambiente è visto essenzialmente nello stesso modo dagli anarchici come dai governanti della civilizzazione, una pianura passiva su cui scrivere il copione della lotta e dell’esistenza umana, che sia sotto uno Stato o meno.
I pensatori occidentali delle nazioni industriali del 19° secolo non potevano avere una consapevolezza ecologica olistica. Quindi dovremmo prendere dai loro scritti storicamente contestualizzati solamente quello che è tuttora realizzabile, ed essere disposti ad abbandonare quello che non lo è. Dovrebbe essere chiaro che un’utopia operaista in cui la natura è sottomessa al progresso umano è ecologicamente impossibile e quindi irrilevante. Dovrebbe essere chiaro che un programma anarchico rivoluzionario che offra con disonestà un futuro in cui gli attuali sei miliardi di esseri umani possano calpestare il pianeta da esseri sovrani e autonomi è irrilevante e di certo non verde. Non è verde nel contesto di farla finita con il dominio della natura da parte dell’uomo.
Quello che devono considerare adesso gli anarchici e le anarchiche è che resta ben poca natura per viverci “in armonia”, e c'è anche la possibilità che quel poco di natura rimasta non voglia saperne più di noi né potrà continuare a sostenerci. Considerate: l’unico modo approssimativamente “biocentrico” di esistenza gli esseri umani l’hanno vissuto come raccoglitori/cacciatori - e in alcuni casi con l’orticoltura itinerante – ed era lo stile di vita condotto per il 99% della nostra storia collettiva. All’apice della popolazione mondiale i nostri antenati raccoglitori erano alcuni milioni, con tutti gli ecosistemi del pianeta intatti e fiorenti.
Oggi siamo sei miliardi con una parte significativa della natura distrutta. Questa realtà, non tenuta presente dagli anarchici classici, per noi è innegabile, perciò la nostra resistenza non può più continuare a basarsi sul presupposto che una vivibilità di base ci sarà sempre. Non ci si può più permettere di pensare di avere di fronte a noi l’eternità per fare l’impossibile – la creazione di un utopico paradiso operaio di sei milioni di persone senza gerarchia. Quello che ora sappiamo a differenza degli anarchici classici è che, storicamente e preistoricamente, tutte le società più grandi di 100/500 unità sono basate su governo e autoritarismo. Circa 800 miliardi di persone sulla Terra sperimentarono quello che noi possiamo chiamare anarchia.
Non è stata solo l’assenza dello Stato a permettere a questo stile di vita di durare per tre milioni di anni e fiorire in tutto il pianeta. È stato molto di più. Ha compreso tecniche di estrazione di energia e nutrimento dall’ambiente in un modo sostenibile, modo che non includeva l’addomesticamento e l’ecocidio. L’anarchismo classico non tiene molto in conto i problemi di popolazione e di sostenibilità se presume che la natura durerà in eterno e che la lotta umana potrà riprodursi all’infinito. Gli anarchici tradizionalmente pensavano come se noi non fossimo degli organismi, degli animali, non soggetti al processo della biosfera globale e delle comunità ecologiche. Per allontanarci da questa comprensione incompleta del nostro ruolo come specie sul pianeta, è necessaria una comprensione dell’esistenza umana sostenibile e libera basata sulla conoscenza, sulla storia, sui fallimenti e i successi del passato. L’utopia, il sogno anarchico di questo progetto irrealizzabile di un futuro speculativo, visionario, olistico non è di nessuna importanza per la lotta in atto. L’Anarchia Verde, secondo noi, deve portare l’anarchismo a un nuovo livello, incorporando delle dimensioni che si occupano di strategie umane di sussistenza, come hanno agito e in quali condizioni.
Non è più sufficiente dare per scontato che gli esseri umani debbano prima liberare sé stessi per poter poi raggiungere la sostenibilità. Dobbiamo supporre che la sostenibilità sia sempre esistita, in contesti e modelli universali. La nostra identità è in primo luogo Verde, successivamente Anarchica. Siamo anzitutto verdi perché la libertà umana nel deserto civilizzato per noi è insignificante. Valutando la nostra storia e il fatto che ci sono stati 3,5 miliardi di anni di caos vitale selvaggio e libero, non possiamo fare a meno di privilegiare questo approccio rispetto al progetto di un futuro irrealizzabile per la società umana odierna.
Come per tutte le altre entità, dalle corporazioni alle cooperative, gli approcci "verdi" al futuro si integrano nell'anarchismo della nostra epoca. Ma è la profondità di questa colorazione che questo giornale mette in discussione. Se la “natura” viene ancora vista dagli anarchici come sfondo passivo delle nostre fugaci lotte, non impareremo mai che libertà, liberazione a autonomia sono contestuali, e che come organismi questo implica una convivenza pacifica con la biosfera. A differenza degli anarchici classici, noi non abbiamo il privilegio di avere una sensibilità ambientale minima. Se proclamiamo che gli esseri umani liberi possano scegliere di vivere in armonia con la natura, faremmo meglio a scoprire dieci nuovi pianeti Terra ecologicamente fiorenti e muoverci verso di loro, altrimenti dovremmo iniziare a mettere in discussione il presupposto secondo cui questo singolo pianeta possa sostenerci con l’attuale popolazione, che sia socialista, anarchica, capitalista o fascista.
Mentre non paventiamo in nessun modo un genocidio di massa per garantire la conservazione ecologica, dobbiamo però riconoscere che l’umanità civilizzata stessa sta volontariamente (anche se forse non intenzionalmente) commettendo il suicidio collettivo attraverso il suo comportamento insostenibile. La maggior parte dell’umanità ha sempre scelto il proprio destino, e non ci consideriamo obbligati a salvarla dall’impatto delle proprie decisioni.
Sosteniamo quelli che nuotano controcorrente resistendo all’assalto persistente della civilizzazione alla loro autonomia e alla salute – e sosteniamo quelli che lottano in difesa degli esseri selvaggi e dei luoghi che non sono ancora stati distrutti.
L’impatto ecologico della civilizzazione è solo una delle tante manifestazioni del dominio.
Con le future pubblicazioni intendiamo approfondire anche altre manifestazioni del dominio della civilizzazione. Infatti la distruzione della natura selvaggia è legata indissolubilmente alla distruzione della natura interiore degli esseri umani e all’erosione delle relazioni sociali egualitarie, quindi è altrettanto importante criticare la civilizzazione a livello sociale. Questo deve includere l’analisi dell’alienazione e della gerarchia all'interno delle costruzioni della società umana.
Ad ogni modo, questi sono alcuni pensieri del momento. Continuate a leggere e preparatevi a decostruire ogni reminiscenza dei sogni di sinistra e liberali di un paradiso terrestre industriale – nazionale – mediato. Continuate a combattere perché la terra sia libera….

Tratto da "Green Anarchy"




giovedì 6 settembre 2012

CONTRO LA SOCIETÀ DI MASSA



CONTRO LA SOCIETÀ DI MASSA



Molte persone desiderano un'esistenza libera dalla coercizione dell'autorità, in cui ognuno sia libero di determinare la propria vita scegliendo sulla base dei propri bisogni, valori e desideri personali. Affinché tale libertà sia possibile, nessun individuo può estendere la propria sfera di controllo sulle vite altrui senza il loro consenso. Molti fra quelli che contes
tano l'oppressione nel mondo moderno si sforzano di realizzare la loro idea di "società libera" tentando solo di riformare le istituzioni più potenti e coercitive dei nostri giorni, oppure di sostituirle con governi a "democrazia diretta", municipalità controllate dalla comunità, federazioni industriali di proprietà dei lavoratori eccetera. Quelli che danno la precedenza ai valori di autonomia personale e di esistenza selvaggia e priva di controllo, hanno tutte le ragioni di opporsi e rifiutare qualsiasi organizzazione e società su vasta scala, perché esse necessitano imperialismo, schiavitù e gerarchia, quali che siano gli scopi per cui verrebbero progettate. 
Gli esseri umani sono naturalmente socievoli, ma selettivi quando si tratta di associarsi con qualcuno. Per amicizia e mutuo soccorso, le persone sviluppano relazioni naturali con quelli con cui condividono delle affinità. Tuttavia, solo in tempi recenti le persone si sono organizzate in gruppi molto numerosi composti da estranei che hanno ben poco in comune gli uni con gli altri.
Nel 99% della storia dell'umanità, gli esseri umani hanno vissuto in piccoli gruppi egualitari di famiglie allargate, traendo il loro sostentamento direttamente dalla terra. È risaputo che queste bande dedite alla raccolta e queste comunità nomadi che hanno praticato l'orticoltura, nel passato e nel presente hanno goduto, e godono, di molto "tempo libero" e hanno avuto raramente bisogno di più di 3/4 ore giornaliere per soddisfare le loro necessità di sussistenza.
La fame e la guerra erano molto rare in queste società. Inoltre nelle comunità su piccola scala la salute fisica, la qualità dei denti e la durata della vita sono marcatamente più alte rispetto alla società prima agricola e poi industriale. I capi sono temporanei e non possiedono altro potere oltre la loro abilità di persuasione. Mentre è vero che la caccia/raccolta e la coltivazione taglia e brucia alterano gli ambienti locali e sono talvolta distruttive, nel tempo rappresentano adattamenti ecologicamente stabili. La raccolta è servita all'umanità per tre milioni di anni mentre l'orticoltura è stata usata in Amazzonia per quasi 9.000 anni. Le culture su piccola scala che ancora oggi rimangono, in genere preferiscono il loro modo di vivere tradizionale e molte di loro oggi attuano un'impressionante resistenza politica alle corporazioni e ai governi che vogliono assimilarli con la forza per sfruttare la loro terra e manodopera. Le persone raramente aderiscono alle organizzazioni di massa senza esservi costrette, dato che portano a un declino della libertà e della salute.
Il sorgere della civilizzazione è stato reso possibile dalla produzione forzata di massa. Quando certe società hanno iniziato a rendere prioritaria la produttività agricola in quanto valore massimo, a questo proposito hanno iniziato a sottomettere con la forza tutte le forme di vita che si trovavano nel raggio d'azione delle loro città. Le comunità che volevano continuare a raccogliere o coltivare la terra per il proprio sostentamento sono state massacrate o fatte schiave senza pietà, e gli ecosistemi in cui vivevano convertiti in coltivazioni per nutrire la città. Le persone incaricate a tempo pieno della produzione di cibo vegetale e animale vivevano nelle campagne vicine mentre i pubblici ufficiali, i mercanti, gli ingegneri, il personale militare, i servi e i detenuti abitavano nelle città. Il compito di creare un surplus di cibo per nutrire una crescente classe di specialisti ha provocato la necessità di aumentare la produzione alimentare, e nel contempo il bisogno di una maggiore quantità di terra sia per l'agricoltura sia per l'estrazione di materiale da costruzione e carburante. Gli esseri umani sono stati ridotti in schiavitù per il beneficio delle istituzioni della loro cultura produttivista, come presupposto per continuare a sopravvivere, e la vita non umana è stata addomesticata oppure eliminata per garantire il compimento dei progetti umani. Per occupare la terra si dovevano pagare di continuo tributi in natura o in tasse (e più di recente sotto forma di rendite e ipoteche), fino a richiedere a ciascuno di dare gran parte del proprio tempo e delle proprie energie in un impiego lavorativo politicamente accettato. Dovendo soddisfare le richieste dei proprietari terrieri e dei datori di lavoro in cambio di spazi personali e merci, diventa impossibile vivere attraverso la caccia o la coltivazione di sussistenza. Benché le comunità su piccola scala possano resistere o evitare l'intrusione di forze militari o commerciali, chi fallisce sarà assimilato. Di conseguenza dimenticheranno presto le proprie pratiche culturali e la loro sopravvivenza dipenderà dai loro oppressori.
Il capitalismo è l'attuale manifestazione dominante della civilizzazione. L'economia capitalista è controllata soprattutto da corporazioni riconosciute dallo Stato: queste organizzazioni sono di proprietà di azionisti che sono liberi di prendere decisioni commerciali senza essere personalmente responsabili per le conseguenze. Legalmente le corporazioni godono dello stesso status degli individui, quindi una parte lesa può attaccare in tribunale solo le risorse della compagnia e non i possedimenti e le proprietà del singolo azionista. Gli impiegati delle corporazioni sono obbligati per legge a creare profitto prima di ogni altro criterio (come la sostenibilità ecologica, la sicurezza dei lavoratori, la salute pubblica, ecc.) e se fanno altrimenti possono essere licenziati, citati per danni o perseguitati. Il capitalismo, come forma di civilizzazione tecnologicamente avanzata, è invadente e utilizza territori sempre più ampi, provocando l'ulteriore diminuzione dello spazio disponibile al vivente per poter fiorire
liberamente. Come la civilizzazione, il capitalismo riduce in servitù la vita umana se non la considera utile, se ne sbarazza se la considera inutile. Per soddisfare le necessità basilari sotto il capitalismo molte persone spendono la maggior parte delle loro giornate (dalle 8 alle 12 ore) in un lavoro senza senso, monotono, irregimentato, e spesso dannoso per la psiche e il fisico.
Anche gli industriali privilegiati tendono a lavorare molto e intensamente, ma con il fine tipico di rispondere alle pressioni sociali o per soddisfare il bisogno di maggiori merci e servizi. A causa della monotonia, dell'alienazione e dell'impotenza che caratterizzano la normale esperienza quotidiana, la nostra cultura esibisce alte percentuali di depressione, malattia mentale, suicidio, dipendenza della droga e relazioni malfunzionanti e abusive, insieme a numerosi modi di esistenza surrogata (attraverso la TV, i film, la pornografia, i videogiochi).
La civilizzazione, non il capitalismo di per sé, è stata la genesi dell'autoritarismo, dell'asservimento forzato e dell'isolamento sociale. Quindi un attacco al capitalismo che come obiettivo tralasci la civilizzazione non potrà mai abolire la coercizione istituzionalizzata che alimenta la società. Mirare a un'industria collettivizzata con lo scopo di renderla democratica significa il mancato riconoscimento del fatto che ogni organizzazione su vasta scala adotta una direzione e una forma indipendente dalle intenzioni dei suoi membri. Se un'associazione è troppo grande cosicché i membri non possano relazionarsi faccia a faccia, per raggiungere gli obiettivi dell'organizzazione diventa necessario delegare le responsabilità decisionali a dei rappresentanti o specialisti. Anche se i delegati sono eletti di comune accordo o con il voto della maggioranza, i membri del gruppo non possono controllare ogni azione dei delegati se la l'organizzazione non è piccola a sufficienza in modo che ognuno possa monitorare chiunque altro. I capi delegati o specialisti non possono assumersi la responsabilità degli ordini né possono essere ripresi per comportamenti irresponsabili o coercitivi, se non mantenuti sotto frequente controllo da parte di un settore ampio e rappresentativo del gruppo. Questo è indispensabile in un'economia basata su di una divisione del lavoro altamente stratificata dove l'individuo non ha la visione dell'insieme e ancor meno dell'azione degli altri. Inoltre, ai delegati eletti viene assegnato più tempo e risorse per preparare e presentare le ragioni dei loro obiettivi, facilitando in tal modo l'assunzione di ulteriore potere tramite l'inganno e la manipolazione. Anche se il gruppo nel suo insieme determina tutte le politiche e le procedure (di per sé impossibile se sono richieste delle conoscenze specialistiche) e i delegati non hanno il compito di attuarle, agiranno sempre indipendentemente se non saranno d'accordo con le decisioni e se possono confidare nel fatto di evitare qualsiasi punizione se le ignoreranno. Se praticata su vasta scala la democrazia è necessariamente rappresentativa e non diretta - incapace di creare organizzazione senza gerarchia e controllo.
Dato che le organizzazioni di massa devono incrementare la produzione per mantenere la loro esistenza ed espandersi, cercano di espandere il loro raggio d'influenza con l'imperialismo. 
Dato che le città e le industrie dipendono dall'esterno, mirano a impadronirsi delle aree circostanti per uso agricolo e industriale, rendendole inospitali sia per l'ecosistema sia per le comunità umane autosufficienti. Quest'area si espanderà in relazione e in funzione di ogni aumento della popolazione o di specializzazione del lavoro che la città sperimenterà. Si potrebbe argomentare che la produzione industriale potrebbe essere mantenuta a un certo livello o addirittura verrebbe abbassata, lasciando qualche spazio di coesistenza per gli ecosistemi e i non industrializzati. Per prima cosa, questa proposta fa nascere il problema di come mai i confini li debba determinare la civiltà e non le vittime della sua predazione. 
Secondo, non esistono esempi storici di economie di produzione che non si espandono, soprattutto a causa del fatto che una volta esaurite le risorse disponibili si devono espandere.
La complessità strutturale e la gerarchia della civilizzazione devono essere rifiutate insieme all'imperialismo politico ed ecologico che si propaga in giro per il mondo. Istituzioni gerarchiche, espansione territoriale e meccanizzazione della vita sono indispensabili affinché possano realizzarsi l'amministrazione e il processo di produzione di massa. Solo le piccole comunità autosufficienti possono convivere con gli altri esseri, umani o no, senza imporre loro la propria autorità.

Contro la società di massa fa parte dell'opuscolo Our Enemy Civilization.

mercoledì 5 settembre 2012

GUERRA SOCIALE CON ALTRI MEZZI



GUERRA SOCIALE CON ALTRI MEZZI



tratto da "Green Anarchy"


Credo fosse Clausewitz a dire che la guerra è semplicemente politica portata avanti con altri mezzi. Credo che il contrario sia un'espressione più veritiera della realtà sociale. La politica è semplicemente guerra sociale portata avanti adoperando mezzi meno sanguinosi. Se consideriamo che è sempre la classe dirigente e i suoi leccapiedi a 

invocare la pace sociale, pretendendo che gli sfruttati e gli emarginati si astengano dalla violenza contrattando le loro condizioni sociali, diventa ovvio che la pace sociale fa semplicemente parte della strategia di guerra sociale. Per queste ragioni il movimento pacifista deve essere rifiutato in quanto strumento per trattare con l’attuale richiamo americano alla guerra.

Il movimento pacifista è basato su di una ideologia della non-violenza, su di una posizione morale pacifista che ignora la realtà delle relazioni sociali. Invece di esaminare i reali rapporti di potere, dominio e sfruttamento, chiede semplicemente che lo Stato continui ad eseguire le sue funzioni, ma senza violenza né spargimenti di sangue. Ma quali sono queste funzioni? Non sono quelle del mantenimento dell’ordine, della protezione della proprietà, del rafforzamento (selettivo, ovvio) dell’azione della legge? E un'attività del genere può essere necessaria solo se ci sono persone che pensano che questo ordine sociale non soddisfi le loro esigenze e i loro bisogni, non offra loro la vita che desiderano, ma li metta nella condizione di dover scegliere tra l’accettazione rassegnata di condizioni spesso intollerabili oppure la resistenza alle autorità e la lotta costante con lo spirito e con le armi contro il mondo dominante. Ma non sono stati questi esclusi a dare inizio a questa guerra sociale. La classe dirigente ha sempre usato la violenza del terrore della violenza e la violenza per rivendicare il diritto sulle vite di tutti noi. Se i regimi democratici si sono dati da fare per creare un metodo più sofisticato di dominio della partecipazione, questo non cambia il fatto che dietro le schede elettorali ci sono sempre i proiettili per garantire il mantenimento della pace sociale, che è perciò chiaramente la faccia pubblica della guerra sociale che tiene molti di noi passivamente al loro posto. Dicendosi addirittura contenti di questa obbedienza chiamata libertà. Così, sia che gli Stati continuino le loro attività in modo pacifico o attraverso una violenza spudorata, viene portata avanti la politica della guerra sociale che ci tiene sottomessi e al nostro posto.
Alla luce di tutto questo, le proteste pacifiche diventano delle farse. È ovvio che la richiesta che lo Stato americano e gli altri Stati del mondo portino avanti la loro "guerra contro il terrorismo" si basa sull'assunto che lo Stato debba in effetti esistere e che la violenza insita nell'attuale ordine sociale debba quindi continuare – quella violenza che uccide milioni di persone ogni giorno con la fame in Africa e in molti altri posti, con l’inquinamento e i cibi adulterati, gli incidenti sul lavoro, con nuove malattie sempre più aggressive, con la desolazione spirituale della cultura mercantile o con i proiettili dei cani da guardia in divisa. La “guerra contro il terrorismo” in corso non è che la continuazione della quotidiana politica del terrore a basso livello utilizzato dallo Stato per mantenerci in riga. Non c’è grande differenza se lo Stato usi mezzi più o meno sanguinari. Il risultato è lo stesso: le nostre vite non ci appartengono e prima o poi moriamo senza aver davvero e pienamente vissuto.
Un’opposizione alla guerra in atto può avere senso solo come opposizione all’intero ordine sociale dalla quale scaturisce. Tale opposizione non può nascere da un movimento orientato alla non-violenza. Il pacifismo in ultima analisi serve allo Stato e al suo fine di renderci ciechi sulla sua natura. Contro la violenza del terrorismo, la violenza della guerra, la violenza dello Stato, è necessario imbracciare la violenza rivoluzionaria – la completa sovversione di tutti i rapporti che mantengono la violenza istituzionale di chi ci comanda. Non vogliamo né la loro guerra né la loro pace, ma la loro distruzione.

CONTRO IL PACIFISMO
CONTRO IL MILITARISMO
CONTRO IL TERRORISMO
CONTRO LO STATO

LA PAZZIA DELL'ASTRONAUTA


LA PAZZIA DELL'ASTRONAUTA 

Dobbiamo continuamente reiterare la banalità della disciplina civilizzata: le atrocità e le brutalità prese come capro espiatorio e spettacolarizzate sullo schermo sono solo dei punti di riferimento nel continuum dell'onnipresente azione disciplinare. La civiltà è disciplina; la nostra carcerazione è solo una questione di gradi.
Il continuum carcerario è il ventaglio variegato di luoghi controllati. In Sorvegliare e punire Foucault ha introdotto il termine "continuum carcerario" per collegare l'intera gamma di spazi istituzionali esistenti nella cultura industriale/capitalista. Il monastero, la scuola, l'esercito, la fabbrica e la prigione sono tutti utilizzati come esempi di spazi complementari che si influenzano a vicenda per lo sviluppo e l’esercizio della pratica disciplinare.
Tuttavia non solo gli spazi istituzionali ma anche l’assetto costruito della vita quotidiana sono territori controllati. Se respingiamo la nozione ridicola secondo cui le tecnologie sono politicamente neutrali, ne consegue che ogni elemento di un ambiente costruito è un’espressione di potere.
1) Le nostre aspettative sono formate da mitologie e fantasie, da immagini e ideali manipolati, ma anche da geografie manipolate, ovvero questi ambienti artificiali nei quali viviamo. Di fatto le tecniche sono speculari l'una all'altra, separate solo dal numero delle dimensioni. La città è la realtà virtuale originaria. Qualsiasi cosa artificiale, sia essa bi o tridimensionale, è un riflesso e un'incarnazione degli interessi di coloro che sono coinvolti nella sua costruzione. È inoltre un'espressione concreta della prospettiva inerente alle tecniche e alle tecnologie utilizzate per crearla. Questi valori vengono trasferiti a chi consuma questa struttura, agli abitanti di questo spazio creato. In questo modo un sistema di valori può replicarsi, almeno in parte, senza l’uso di una parola. Questo è uno dei motivi per cui le parole non saranno mai sufficienti per cambiare le menti.
Le manipolazioni dell'immagine e della geografia lavorano convergendo da opposti estremi del campo sociale; il nostro desiderio ardente di uno stato naturale dell’umanità (lavoro zero, economia del dono, stupore, intimità reciproca e con il mondo naturale) è dirottato verso il consumo tramite un "tracciato utopico" sempre vuoto e falso; la memoria della vita reale viene trasformata in un regno fatato e in mitologia, mentre le mitologie naturalizzate della vita artificiale trovano un’approvazione priva della coscienza delle loro contraddizioni interne; e attraverso tutto questo siamo circondati dall’artificio fisico che ci condiziona ad accettare la struttura come preesistente da sempre, inevitabile, fuori dal nostro controllo.
In altre parole, le manipolazioni dell'immagine impongono una percezione del naturale come artificiale, mentre le manipolazioni geografiche impongono un'esperienza dell’artificiale come naturale.
La perfezione delle forze tecniche che effettuano questa imposizione ha reso possibile l’espansione della disciplina dagli spazi istituzionali alle nostre "vite private", espansione mascherata da tempo libero e divertimento o da ambienti di vita politicamente neutrali. Il concetto di Foucault di continuum carcerario deve perciò essere esteso al di là dell'azione distinta ma simbiotica di capitale e Stato per includere anche il nostro tempo libero.
2) Con tutto il rispetto dovuto a George Clinton, è semplicemente troppo poco "liberare la tua mente" - non è detto che il tuo culo la seguirà. Un'ideologia liberatoria non dovrebbe essere confusa con la liberazione stessa: la liberazione è un processo fisico. Una persona liberata non è una che ha certe idee sul mondo, ma piuttosto una che è libera dagli atti di oppressione compiuti da altri e lei stessa non agisce in modo oppressivo. Un individuo non può essere liberato indipendentemente dalla sua posizione culturale e materiale. Testa e culo sono co-determinate e si determinano simultaneamente.
Se, come discusso sopra, le manipolazioni dell’ambiente influiscono sulle aspettative e sul comportamento, allora non saremo liberi finché la geografia costruita dalla nostra comunità non sarà espressione di una decisione che proviene dal consenso della comunità. Questo non vuol dire ovviamente che non deve esserci spazio per l'espressione individuale; ma significa semplicemente che nessuna manipolazione geografica dovrebbe essere imposta da un individuo a un altro contro la sua volontà, dato che tale imposizione diventa coercizione.
In effetti la Rivoluzione è un ciclo ruotante, un prodotto dell’interazione tra l'intenzione e la situazione (posizione, aspettative, comportamento). La situazione apre il varco a delle idee che servono come progetto per la creazione di situazioni che aprono la strada a delle idee. Non possiamo pianificare la rivoluzione a priori perché le motivazioni e i desideri cambiano come cambiano i paesaggi. La stasi, come l'uniformità, significa morte. Non dobbiamo temere né la pianificazione né l'azione; non possiamo trascurare né l’una né l'altra, malgrado il timore di scadere in un’ulteriore ideologia limitante.
Non abbiamo bisogno di convertirci: lasciamo le nostre parole e le nostre azioni a chi è già pronto. Non abbiamo soluzioni, solo gesta esemplari lontane dall'assenza, verso una presenza sempre crescente; dalla mediazione, dall'isolamento e dalla standardizzazione verso una vita reale.

Denmark Trace

martedì 4 settembre 2012

È TEMPO DI DISORGANIZZARE


È TEMPO DI DISORGANIZZARE 

Se c’è qualcosa che dimostra il fallimento della sinistra, e in particolare dei sindacati (da UAW, AFL-CIO fino a IWW), è che ogni teoria “rivoluzionaria” che non metta in discussione gli elementi chiave della civilizzazione non farà nulla di più che spostare l’ordine sociale in una versione leggermente “modificata”. Solo a questo può portare il loro lavoro. Non possiamo più pensare che le riforme, quali esse siano, portino alla fine di questa macchina mortale che è la civilizzazione. Per molto tempo negli ambienti “rivoluzionari” è stata radicata l’idea che il successo richiede organizzazione. Il secolare appello dei Wobblies, “Urge organizzare!”, suona falso quando l’ambiente di sinistra lo spreme dalle pagine della storia dei movimenti sociali radicali morti e sepolti. Cosa ci ha portato il nostro passato di “organizzazione”? Possiamo dire che ci ha portato qualche successo perché quelli che sono in cima alle gerarchie sociali create di recente ci dicono che è stato così. L’organizzazione ci ricaccia nelle stesse gerarchie dell’alto e del basso contro cui tentiamo di rivoltarci per spazzarle via. Cosa ci porta questo? Addio vecchio padrone, saluti a quello nuovo: c’è qualche differenza? Può esserci un po’ di verde in più (o più probabilmente di rosso) ma è sempre lo stesso ordine sociale che in generale non mette in dubbio il modo di vivere distruttivo dei civilizzati. Ma anche nell'immediato offrono poco più che l’insediamento di nuovi capi che ci dicono quando e come agire e se abbiamo vinto. Non ci porta da nessuna parte. Questi giochetti riformisti di sinistra portano solo a tante chiacchiere e nessuna azione. Riunioni di "consenso", tenute dietro porte chiuse da delegati scelti o predeterminati, definiranno le linee guida per stabilire l'entità delle riforme che le masse saranno disposte ad appoggiare. Non abbiamo possibilità di scelta in materia e non capiamo la realtà a due facce di coloro che dispongono di vuota retorica. Non ci ha mai e non ci porterà mai da nessuna parte.
Se veramente desideriamo la fine dell’ordine sociale civilizzato, possiamo farlo solo mettendo in atto  l’insurrezione e la rivolta con mezzi che siano privi degli aspetti dell’attuale ordine sociale e che non siano speculari ad esso. L’unica speranza che abbiamo sono gli atti di rivolta spontanei che vengono dalla passione e dalla rabbia degli individui. Nessun ordine dall’alto né “piano d’azione” può risvegliare l’insorgente affogato nella totalità del pensiero civilizzato.
L’unica vera rivoluzione vincente non sarà fatta con dei giochetti predeterminati, con le marcette silenziose e le bandiere, e men che mai con delle nuove gerarchie. Verrà dai cuori di quelli che soffrono i colpi della civilizzazione (che siamo tutti, esseri non umani compresi).
Quelli i cui sogni sono stati distrutti, quelli che non vivranno mai autonomamente e non repressi nella totalità delle gabbie concrete civilizzate dentro le quali siamo nati. Quelli che fin dalla nascita sono stati esclusi sia dal loro diritto innato di fiorire come individui e come comunità, sia dalla comunità della Natura che offrirebbe loro molto più amore di quello che possiamo concepire nel nostro stato di oppressione attuale. Il fallimento delle gerarchie si fa ogni giorno più evidente. Il collasso costante dell’ordine sociale dispotico porterà sempre più persone a voler trovare dei punti catalizzatori, e perciò alla loro rivolta. L’insurrezione è in aumento e la civilizzazione sta cadendo. Dagli la spinta finale usando le tue parole e le tue azioni. Infrangere il sortilegio dell’ordine civilizzato è l’unico modo per farla finita con il Leviatano, e ogni giorno ci avviciniamo a questa fine.

Kevin Tucker

lunedì 3 settembre 2012

Signori


Signori,
adesso sapete chi sono: un ribelle che vive del ricavato dei suoi furti. Di più. Ho incendiato diversi alberghi e difeso la mia libertà contro l'aggressione degli agenti del potere. Ho messo a nudo tutta la mia esistenza di lotta e la sottometto come un problema alle vostre intelligenze. Non riconoscendo a nessuno il diritto di giudicarmi, non imploro né perdono né indulgenza. Non sollecito ciò che odio e che disprezzo. Siete i più forti, disponete di me come meglio credete. Ma prima di separarci, lasciatemi dire l'ultima parola...


Avete chiamato un uomo: ladro e bandito, applicate contro di lui i rigori della legge e vi domandate se poteva essere differentemente. Avete mai visto un ricco farsi rapinatore? Non ne ho mai conosciuti. Io, che non sono né ricco né proprietario, non avevo che queste braccia e un cervello per assicurare la mia conservazione, per cui ho dovuto comportarmi diversamente. La società non mi accordava che tre mezzi di esistenza: il lavoro, mendicità e il furto. Il lavoro, al contrario di ripugnarmi, mi piace. L'uomo non può fare a meno di lavorare: i suoi muscoli, il suo cervello, possiede un insieme di energie che deve smaltire. Ciò che mi ripugnava era di sudare sangue e acqua per un salario, cioè di creare ricchezze dalle quali sarei stato sfruttato. In una parola mi ripugnava di consegnarmi alla prostituzione del lavoro. La mendicità è l'avvilimento, la negazione di ogni dignità. Ogni uomo ha il diritto di godere della vita. "Il diritto a vivere non si mendica, si prende".

Il furto è la restituzione, la ripresa di possesso. Piuttosto di essere chiuso in un'officina come in una prigione, piuttosto di mendicare ciò a cui avevo diritto, ho preferito insorgere e combattere faccia a faccia i miei nemici, facendo la guerra ai ricchi e attaccando i loro beni. Comprendo che avreste preferito che fossi sottomesso alle vostre leggi, che operaio docile avessi creato ricchezze in cambio di un salario miserabile. E che, il corpo sfruttato e il cervello abbrutito, mi fossi lasciato crepare all'angolo di una strada. In quel caso non mi avreste chiamato "bandito cinico" ma "onesto operaio". Adulandomi mi avreste dato la medaglia al lavoro. I preti promettono un paradiso ai loro fedeli, voi siete meno astratti, promettete loro un pezzo di carta.

Vi ringrazio molto di tanta bontà, di tanta gratitudine. Signori! Preferisco essere un cinico cosciente dei suoi diritti che un automa, una cariatide.

Dal momento in cui ebbi possesso della mia coscienza mi sono dato al furto senza alcuno scrupolo. Non accetto la vostra pretesa morale che impone il rispetto della proprietà come una virtù, quando i peggiori ladri sono i proprietari stessi.

Ritenetevi fortunati che questo pregiudizio ha preso forza nel popolo, in quanto è proprio esso il vostro miglior gendarme. Conoscendo l'impotenza della legge, o per meglio dire, della forza, ne avete fatto il più solido dei vostri protettori. Ma state accorti, ogni cosa finisce. Tutto ciò che è costruito dalla forza e dall'astuzia, l'astuzia e la forza possono demolirlo.

Il popolo si evolve continuamente. Istruiti in queste verità, coscienti dei loro diritti, tutti i morti di fame, in una parola tutte le vostre vittime, si armeranno di un "piede di porco" assalendo le vostre case per riprendere le ricchezze che hanno creato e che voi avete rubato. Riflettendo bene, preferiranno correre ogni rischio invece di ingrassarvi gemendo nella miseria. La prigione... i lavori forzati, la prigione... non sono prospettive troppo paurose di fronte ad un'intera vita di abbruttimento, piena di ogni tipo di sofferenze. Il ragazzo che lotta per un pezzo di pane nelle viscere della terra senza mai vedere brillare il sole, può morire da un momento all'altro vittima di un'esplosione di grisou. Il lavoratore che lavora sui tetti, può cadere e ridursi in briciole. Il marinaio conosce il giorno della sua partenza, ignora quando farà ritorno. Numerosi altri operai contraggono malattie fatali nell'esercizio del loro mestiere, si sfibrano, s'avvelenano, s'uccidono nel creare tutto per voi. Fino ai gendarmi, ai poliziotti, alle guardie del corpo, trovano spesso la morte nella lotta ai vostri nemici.

Chiusi nel vostro egoismo, restate scettici davanti a questa visione, non è vero? Il popolo ha paura, voi dite. Noi lo governiamo con il terrore della repressione; se grida, lo gettiamo in prigione; se brontola, lo deportiamo, se si agita lo ghigliottiniamo. Cattivo calcolo, Signori credetemi. Le pene che infliggete non sono un rimedio contro gli atti della rivolta. La repressione invece di essere un rimedio, un palliativo, non fa altro che aggravare il male.

Le misure coercitive non possono che seminare l'odio e la vendetta. È un ciclo fatale. Del resto, fin da quando avete cominciato a tagliare teste, a popolare le prigioni e i penitenziari, avete forse impedito all'odio di manifestarsi? Rispondete! I fatti dimostrano la vostra impotenza. Per quanto mi riguarda sapevo esattamente che la mia condotta non poteva avere altra conclusione che il penitenziario o la ghigliottina, eppure, come vedete, non è questo che mi ha impedito di agire. Se mi sono dato al furto non è per guadagno o per amore del denaro, ma per una questione di principio, di diritto. Preferisco conservare la mia libertà, la mia indipendenza, la mia dignità di uomo, invece di farmi l'artefice della fortuna del mio padrone. In termini più crudi, senza eufemismi, preferisco essere ladro che essere derubato.

Certo anch'io condanno il fatto che un uomo s'impadronisca violentemente e con l'astuzia del frutto dell'altrui lavoro. Ma è proprio per questo che ho fatto la guerra ai ricchi, ladri dei beni dei poveri. Anch'io sarei felice di vivere in una società dove ogni furto fosse impossibile. Non approvo il furto, e l'ho impiegato soltanto come mezzo di rivolta per combattere il più iniquo di tutti i furti: la proprietà individuale.

Per eliminare un effetto, bisogna, preventivamente, distruggere la causa. Se esiste il furto è perché "tutto" appartiene solamente a "qualcuno". La lotta scomparirà solo quando gli uomini metteranno in comune gioie e pene, lavori e ricchezze, quando tutto apparterrà a tutti.
Anarchico rivoluzionario, ho fatto la mia rivoluzione, L'anarchia verrà! »

(Alexandre Marius Jacob)
Bibliografia

"Abolire le prigioni"



"Abolire le prigioni"

Il regno odioso delle prigioni non finirà senza che ciascuno impari a non imprigionarsi più in un comportamento economizzato dai riflessi del profitto e dello scambio.

Meno l'animalità si ingabbierà nella rigidità del carattere, arrabbiandosi per frustazioni perpetue, più aprirà le porte del godimento a progressivi affinamenti, e più apparirà a tutti l'orrore di rinchiudere

 in cella dei condannati che vi languiscono non per i loro misfatti, ma perché esorcizzano i demoni che le persone oneste imprigionano in loro.

I progressi che l'umanesimo auspica fanno rabbrividire. Se le prigioni spariranno senza che il godimento sia restaurato nei suoi diritti, esse cederanno soltanto il posto ad istituzioni psichiatriche ariose, in accordo con le terapie che anestetizzano nei condannati al lavoro quotidiano la violenza delle frustrazioni.

Non è forse giunto il tempo di stabilirsi talmente nell'amore di sé che, arrivando ad adeguarsi dal fondo del cuore molta felicità, ci si affezioni agli altri per la felicità stessa che tocca loro in sorte, amandoli per il favore di amare che dispensano a se stessi?

Non sopporto di essere abbordato per il ruolo, la funzione, il carattere, l'istantanea che mi fissa e mi imprigiona in ciò che non sono. Quale incontro sperare in un luogo in cui l'obbligo di essere in rappresentazione impedisce sempre che io esista?

Mi importa soltanto la presenza del vivente, in cui convergono tutte le libertà che nessun giudizio ha il potere di arrestare.

Raoul Vaneigem