martedì 5 giugno 2012

perchè sei anarchico?

Stasera come al solito, stavo leggendo, quando un passo della lettura mi colpì vivamente ed io allora per riflettere cessai dal leggere. Stavo appunto cogitabondo, quando volgendo distrattamente lo sguardo per la camera vidi, anzi mi vidi seduto sul letto. Non io, ma pure ero io, perchè era assolutamente come me. Stupito guardavo in silenzio e anch’esso, l’altro io, mi guardava; ma con un certo risolino ironico.
«Chi sei?» gli domandai. «La tua ombra», mi rispose. «Sono venuta quì per discutere un po’!» «E discutiamo», dissi, allettato da una così straordinaria avventura.
«Bene: perchè sei anarchico?» «Ma, perchè oggigiorno siamo sfruttati, calpestati dai dominatori».
«Rettorica, rettorica caro mio. Senti: tu sei anarchico, e non sai neanche tu il perchè. Io ho sempre visto questo: che in qualunque società ci sono stati degli innovatori che finirono sul rogo, in croce, ecc. ecc.... Quindi questi novatori con tutti i loro sogni e i loro sacrifici fecero un buco nell’acqua, perchè è fatale che qualsiasi rinnovamento precorso da un individuo qualsiasi, accada molto tempo dopo la morte del medesimo. E così accadrà di voialtri anarchici. Voi morrete senza vedere attuato nulla del vostro ideale, e le generazioni che verranno dopo di voi, viventi magari in regime anarchico, aneleranno un Ideale più alto e per questo morranno alla loro volta senza nulla ottenere. È un circolo vizioso, un eterno rincorrersi....».
Bruno Filippi

lunedì 4 giugno 2012

SONO PER LA DISTRUZIONE

SONO PER LA DISTRUZIONE
Una radicale critica corrosiva rivolta contro il ciarlare di certi preti travestiti, sempre più intenti a costruire nella conservazione dell'esistente,piuttosto che a distruggerlo






Ebbene si. Lo ammetto,Io sono per la distruzione.
Forse soffro di uno spaventoso impulso di morte,cosa volete che vi dica?So solo di poter sottoscrivere le parole di Louis Bunuel: ”L'idea di incendiare un museo,per esempio,mi ha sempre allettato più dell'apertura di un centro culturale o dell'inaugurazione di un ospedale. Non c'è confronto”.
Già,non c'è confronto. Mi rendo ben conto di firmare così la mia condanna..Verrò definito immaturo ed infantile,ed i miei desideri verranno presi per uno stato patologico con tendenze suicide.
Ma non importa. Meglio finire suicidi che finire preti.
Da pessimo contabile quale sono,mi rifiuto di fare i conti con la propositività dell'anarchismo. Sbattermela in faccia ed accusarmi di nichilismo,eccola qui,la simpatica reazione dei piazzisti dell'anarchia.
Ma a differenza dei preti e dei papi,io credo ciecamente nella mia mortalità. E quindi non vedo perchè dovrei buttare via il poco tempo a mia disposizione facendo reclames pubblicitarie per il non-autoritarismo.
Mettere il piacere sempre prima del dovere:è il solo progetto a cui mi sonto di aderire.
Le disquisizioni sul “vero” aspetto qualificativo dell'anarchismo,sul suo essere “a favore di” e non “contro” mi annoiano.
Tutto ciò è solo il ciarlare del prete-operaio(o dell'intellettuale travestito da prete-operaio),che vorrebbe farmi lavorare come un muratore nel gran cantiere del socialismo. Che orrore!
Quanto al paradiso,non ci credo proprio. E nemmeno lo desidero. Nè quello cristiano in cielo,nè quello libertario sulla terra.
E poi non sopporto la malafede di tutti questi buffoni della vita alternativa. La loro sola abilità consiste nel parlare di un qualcosa che non esiste(il futuro “mondo nuovo”),che non esiste.
Cosa che torna decisamente comoda dal momento che li esclude dalla possibilità di sbagliare. Il sogno della libertà mi interessa se stimola a conquistarla. Se mi deve servire da surrogato alla libertà stessa,non so cosa farmene. Del resto tutti costoro si guardano bene dal dire quale sarà il passaggio che porterà dalla vita autoritaria esistente alla futura esistenza liberata.
Ma il loro silenzio su questo punto è in fin dei conti comprensibile:è uno dei misteri della fede.
Io no amo questa vita. E non mi interessa crogiolarmi nell'autocompiacenza, immaginando nuovi tipi diversi di vita.
Mi posso considerare un prigioniero sociale,detenuto fin dalla nascita galera dell'esistente.
Il mio più grande desiderio è vedere saltare in aria il carcere di questa vita quotidiana.
s.m.
tratto da vertice abisso N°0

domenica 3 giugno 2012

SCHIACCIAMO IL BOLSCEVISMO

SCHIACCIAMO IL BOLSCEVISMO

Io non credo, con Windelband, che esista una coscienza normale che sopra la relatività delle valutazioni individuali e della moralità dei singoli popoli, pone e fissa i valori assoluti. Non credo, con Paulsen, nella necessità di un tipo normale di uomo o di vita umana che costituisca la misura per l’apprezzamento del valore delle azioni e delle doti. Accetto invece la varietà e le attitudini diverse e, nelle contrastanti manifestazioni dell’esistenza e nella singolarità dei pensieri e delle condotte, ammiro la ricchezza della realtà e la sua feconda produzione di tipi genuini e di valutazioni antinomiche.
V’è però un modo d’intendere la vita che non ha, secondo me, diritto di cittadinanza nella moltitudine delle forme etiche e dei giudizi discordanti: ed è il modo bolscevico, quel modo che riduce l’uomo all’animalità, anzi all’automatismo materialista, e lo priva di ogni sentimento e d’ogni passione.
L’essere inanimato, il pezzo di legno che abiterà la simmetrica città del sole del futuro comunista, sfugge ad ogni classificazione morale e ripugna ad ogni coscienza. Francesco d’Assisi è comprensibile: risponde ad un sentimento umano, la pietà. Federico Nietzsche è anch’esso comprensibile; risponde ad un altro sentimento, la volontà di potenza. Ma il fantoccio che non ama e non odia, e che non è spinto da nessun impulso buono o cattivo, e non è attirato, come dice Dostoevskij, né dall’ideale di Sodoma, né da quello della Madonna, ma vive meccanicamente per produrre e consumare, evade dall’umanità e non è concepibile che nel mondo vegetale.
Le morali della generosità e della rinunzia coesistono con le morali della lotta, della conquista, dell’aggressione, perché rispondono alle diverse tendenze della nostra natura; e non è possibile creare una morale unica o un solo tipo di uomo, senza impoverire la vita riducendola a qualcuno dei suoi molteplici aspetti.
Tuttavia un apprezzamento delle azioni che ignora i sentimenti, gli slanci dell’anima, i tormenti del cuore e si basa soltanto sui bisogni fisiologici e sulla loro materiale estrinsecazione, ci trasporta fuori i limiti della nostra realtà, fuori dell’antropologia e della zoologia, nel dominio della botanica. La morale comunista aspira alla creazione dell’uomo automatico, scevro di passioni, privo di scatti, esente da spontaneità. Questa gelida creatura che non si sentirà mai attirata verso i suoi simili dall’amore e dalla simpatia ma accederà a rapporti necessari di produzione determinati dal bisogno economico; questa macchina umana che non conoscerà il sogno, l’ideale, l’ambizione, l’odio, la lotta, ma si unirà agli altri per riempirsi il ventre e rendere la vita comoda; questo brutto congegno che non avrà pensieri e idee all’infuori di quelle confacenti ai suoi interessi materiali e inspirate dallo stomaco; sarà il cittadino dell’avvenire, il campione del grigio mondo marxista. Egli si muoverà oltre il bene ed oltre il male, non nel senso dell’abbandono alle varie ed opposte tendenze dell’anima e della natura umana, ma nel senso più mostruoso della mancanza d’ogni tendenza psichica, d’ogni anima, d’ogni natura. Sarà il rappresentante d’una vita ridotta a pura fisiologia e l’incarnazione di un amoralismo derivante non dal riconoscimento delle azioni e delle valutazioni diverse, ma dalla realtà di un’azione e di una valutazione unica, in un’umanità spaventosamente uguale, nel generale abbrutimento.
Per realizzare, in un prossimo futuro, questo tipo meccanico ed insensibile la morale comunista crea immediatamente un altro tipo che spianerà la strada al primo: la bestia fanatica e sanguinaria, assetata di dominio e desiderosa d’impadronirsi del mondo con tutti i mezzi, con la strage e la calunnia, la menzogna e l’ipocrisia. Il bolscevismo deve precedere il marxismo e la teocrazia dei preti rossi preparare la snaturalizzazione del genere umano sul quale potrà meglio imperare. Quando l’uomo sarà ridotto un fantoccio senza sentimenti e senza volontà, una macchina che avrà bisogno del solo lubrificante, l’oligarchia bolscevica dominerà eternamente senza temere rivolte.
Da oggi fino ad allora, violenze e lusinghe, pervertimenti e illusioni, per piegare la natura. E si riuscirà nello scopo. Cavat gutta lapidem.
Molti, allettati dal paradiso terrestre che il comunismo promette, si raccolgono intorno alla sua bandiera senza comprendere che l’eudemonismo sociale e l’armonia generale della città futura s’identificheranno, nella pratica, con la passività e l’inerzia dei pezzi di legno usati despoticamente dalla bestiaccia trionfante e da questa arbitrariamente riuniti nell’assurda disposizione di un ordine artificioso e tirannico. Le folle, quasi sempre, respingono le idee sincere che non promettono felicità chimeriche, non rinnegano la lotta e il dolore e cercano migliorare la vita nei limiti del possibile; invece sono attirate da quelle altre idee, risplendenti e false, che ingannano col miraggio dell’Eden in cui la libertà non si conquista ma si ottiene senza sforzo, in cui la pace regna sovrana e il benessere e la gioia allietano tutti.
Gli uomini, affascinati dall’illusione, somigliano ai prigionieri nella caverna che Platone ricorda nel libro 7° della Repubblica: incatenati nel desiderio dell’età dell’oro essi non possono voltarsi e guardare la realtà della quale non vedono che l’ombra sulla parete di fronte. Le masse, gabbate dai pastori ed ebbre di cuccagna, considerano le promesse della demagogia come mete raggiungibili e precipitano nell’abisso nell’istante in cui credono toccare il fine ultimo, lo scopo definitivo, il punto di confluenza dell’amore e del piacere. Esse non sanno ciò che Dostoevskij insegna, cioè « che il fine al quale l’umanità tende sulla terra consiste in questo slancio ininterrotto verso un fine, ossia nella vita stessa, piuttosto che nel fine vero che, evidentemente, deve essere una formula immobile del genere di due e due fanno quattro. Perché due e due fanno quattro, non è più la vita ma è il principio della morte (1)».
Il bolscevismo vuole distruggere la vecchia civiltà non per sostituirla con una civiltà nuova o con una barbarie eroica come quella della saga odinica ma bensì con una barbarie piatta, vile e nauseante. L’era futura che promette all’umanità, non è che l’era dell’ultimo uomo di cui parla, con disprezzo, Zarathustra e nella quale tutto è rimpicciolito, castrato, suinizzato. Ed è questo regno dei porci, questo mondo meccanico dove non si vive che per mangiare, che le folle stupide invocano credendo che apporterà il nuovo paradiso terrestre, il trionfo benefico della fratellanza e della libertà.
Ma, per fortuna, vi sono ancora pochi uomini che sentono l’orgoglio e la bellezza della vita e stimano l’acre gioia della lotta più della rammollente beatitudine della quiete. E a questi uomini lancio il mio grido di guerra: Schiacciamo il bolscevismo! Schiacciamo l’eudemonismo falso ed ipocrita! Distruggiamo la menzogna del bene universale! Facciamo sì che la vita diventi sempre più grande ed eroica, tumultuosa e proteiforme, eterna sorgente d’imprevisto, feconda matrice di novità!

Nel crepuscolo del vecchio mondo borghese e pavido, sulle rovine degli idoli consacrati dall’ignavia delle masse, saluteremo la morte della bestia rossa, ripetendo con Nietzsche:

« Noialtri filosofi e spiriti liberi alla notizia che il dio antico è morto, ci sentiamo illuminati da una nuova aurora; il nostro cuore trabocca di riconoscenza, di stupore, d’apprensione e d’attesa; finalmente l’orizzonte ci sembra nuovamente libero, anche ammettendo che non sia chiaro; finalmente le nostre navi possono di nuovo spiegare le vele, vogare incontro al pericolo; tutti i colpi d’azzardo di colui che cerca il sapere sono nuovamente permessi; il mare, il nostro alto mare s’apre di nuovo davanti a noi, e forse non vi fu mai un mare altrettanto pieno (1)».
(1) F. Nietzsche, La gaia scienza.
Enzo martucci
tratto da "la setta rossa"

Il me faut vivre ma vie

Il me faut vivre ma vie

Bruno Filippi


Io non credo al diritto. La vita, che è tutta una manifestazione di forze incoerenti, inconosciute e inconoscibili, nega l’artificiosità umana del diritto. Il diritto nacque quando ci fu tolto infatti in origine l’umanità non aveva nessun diritto. Viveva, ecco tutto. Oggi invece di diritti ve ne sono migliaia; si può dire senza errare che tutto ciò che ci manca si chiama diritto.

Io so che vivo e che voglio vivere.
È molto difficile mettere in azione questo voglio. Siamo circondati da un’umanità che vuole quello che vogliono gli altri. La mia affermazione isolata è delitto de’ più gravi.
Legge e morale, a gara, m’intimoriscono e persuadono.
Il “biondo rabbi” ha trionfato.
Si prega, s’implora, si bestemmia, ma non si osa.
La vigliaccheria, carezzata dal cristianesimo, crea la morale, e questa giustifica la viltà e genera la rinuncia.
Ma questo desiderio di vivere, questa volontà, vuole pure svolgersi. Il cristiano si guarda bene in giro, osserva se nessuno lo guarda, e tremando compie il peccato. Così la vita è peccato; il desiderio: peccato; l’amore: peccato. Ecco l’inversione.
«Sgualdrina, femmina da tutti, non vergognarti del mondo. Tu sei franca e leale. Offri ciò che è tuo a chi compra, non dai né togli illusioni.
La società, invece, onesta e pulita nel viso, e incancrenita orrendamente nel corpo, m’eccita il vomito, l’orrore, mi fa schifo, m’uccide …».
Io invidio i selvaggi. E potessi gridare loro a gran voce: «Salvatevi, arriva la civiltà!»
Sicuro: la nostra cara civiltà di cui andiamo tanto alteri! Abbiamo abbandonato la libera e felice vita delle selve per questa orrenda schiavitù morale e materiale. E siamo maniaci, nevrastenici e suicidi.
Che m’importa che la civiltà abbia dato le ali all’uomo per bombardare le città, che m’importa di sapere le stelle del cielo e i fiumi della terra?
Ieri non c’erano i codici, è vero, e a quanto pare si faceva giustizia sommaria.
Barbari tempi! Oggi invece si accoppa la gente con la sedia elettrica, a meno che la filantropia di Beccaria non la torturi per tutta la vita entro un ergastolo.
Ma io ve la lascio la vostra sapienza e i vostri 420, vi lascio Sottomarini e Caproni. Ma ridatemi la bella libertà, la mia ignoranza, la mia vigoria. Ieri il cielo era bello da guardare; lo mirava lo sguardo dell’inconscio.
Oggi la volta stellata è un velo plumbeo che ci sforziamo invano di passare, oggi non si ignora più, si dubita.
Tutti questi filosofi, questi scienziati, che fanno?
Che delitti meditano ancora verso l’umanità? Io me ne frego del loro progresso, io voglio vivere e godere!
«Scimmia delle foreste bornesi, Darwin ti ha calunniato!»
Intanto tutto il mio essere mi urla: «Voglio vivere!»
Mi strappo dalla fronte le spine della rinuncia cristiana e bevo il profumo delle rose.
Sto bene ora. Sono lieto di vivere!
Fischiano le sirene e la folla beata va allo scannatoio.
E tu pure o ribelle sali il tuo calvario, tu pure sei bacato!
Come invidio il grande Bonnot!
«Il me faut vivre ma vie!»
È inutile, sono bacato. La società mi ha vinto. E odio. Odio forsennatamente questa umanità bruta che mi ha ucciso, che ha fatto di me una scorza d’uomo.

Vorrei potermi mutare in lupo, per affondare denti e artigli, in un'orgia di distruzione, nel ventre putrido della società.

[da Iconoclasta!, n. 4 del 2 luglio 1919]

Abolizione della società Feral Faun

Abolizione della società
Feral Faun



Niente di quello che sappiamo può essere preso per vero. Nessuno dei nostri concetti del mondo è sacro e faremo bene a metterli tutti in questione. Molti anarchici parlano di creare una "nuova" o "libera" società. Solo pochi mettono in questione l'idea stessa di società. Il suo concetto è amorfo, è dunque più difficile analizzarne gli aspetti particolari, come il governo, la religione, il capitalismo o la tecnologia. Questo concetto è così radicato in noi che metterlo in questione sembra minacciare la nostra stessa natura, cosa che ne rende ancora più necessaria la messa in questione.
Liberarci dell'armatura caratteriale che reprime i nostri desideri, le nostre passioni, potrebbe richiedere non semplicemente la trasformazione della società, ma la sua abolizione.
I dizionari definiscono la società come singola entità composta da individui che sono nella condizione più o meno di dipendenza l'uno dall'altro, cioè che non sono completamente se stessi. Io vedo la società come sistema di rapporti tra esseri che vengono trattati e agiscono interpretando ruoli sociali, con lo scopo di riprodurre sia il sistema che loro stessi in quanto individui sociali.
La dipendenza di individui sociali non è la stessa cosa della dipendenza biologica dei neonati. Quest'ultima finisce quando il bambino raggiunge un'adeguata mobilità e una buona coordinazione tra mano e occhi, più o meno verso i cinque anni. Ma in questo periodo i rapporti sociali della famiglia reprimono i desideri del bambino, instaurano la paura del mondo e così sommergono la sua potenzialità di sviluppo in senso libero e creativo sotto strati di armature che compongono l'individuo sociale, sotto dipendenze psichiche che ci fanno aggrappare l'un l'altro nel momento stesso in cui ci disprezziamo reciprocamente. Tutti i rapporti sociali hanno il proprio fondamento nell'incompletezza prodotta dalla repressione delle passioni e dei desideri. La loro base è il nostro bisogno dell'altro, non il nostro desiderio dell'altro. Ci utilizziamo reciprocamente. Dunque ogni rapporto sociale è un rapporto del tipo: datore di lavoro/impiegato, da cui derivano piccoli attacchi scherzosi, litigi veri e propri, scontri feroci. Com'è possibile non disprezzare chi utilizziamo e odiare chi ci utilizza?
La società non può esistere al di fuori dei ruoli sociali, perché la famiglia e l'educazione sono componenti cardine della società. L'individuo sociale non svolge un unico ruolo sociale, ma modella insieme diversi ruoli, i quali creano l'armatura caratteriale che viene definita erroneamente "individualità".
I ruoli sociali sono modelli in base ai quali gli individui vengono definiti dall'interno del sistema di rapporti che costituisce la società, e ciò allo scopo di riprodurre questi rapporti. I ruoli rendono gli individui utili alla società, facendoli diventare prevedibili, definendo la loro attività in termini di bisogni della società. I ruoli sociali sono lavoro, nel senso di un'attività che riproduce il ciclo produzione-consumo. La società è quindi il mezzo di addomesticamento degli esseri umani, trasformazione di esseri potenzialmente creativi, giocosi, selvaggi, di esseri capaci di rapportarsi liberamente secondo i propri desideri, in esseri deformati che si utilizzano a vicenda, cercando di fronteggiare bisogni disperati, ma riuscendo solo a riprodurre il bisogno e il sistema di rapporti basato su di esso.
Contro ogni prigionia, fosse pure nell'interesse del bene universale, fosse pure nel giardino di pietre preziose di Montezuma. (André Breton)

Gli individui liberi non hanno alcun interesse a rapportarsi attraverso ruoli sociali, i rapporti prevedibili e predeterminati ci annoiano e non abbiamo alcun desiderio di continuare a riprodurli. È vero che offrono un po' di sicurezza, stabilità e calore (tiepido), ma a quale prezzo! Piuttosto, vogliamo la libertà di rapportarci in termini di desideri non repressi, al fuoco di tutte le nostre possibilità.
La società ci offre sicurezza, ma lo fa togliendo il rischio, cosa essenziale nel gioco libero dell'avventura. Ci offre sopravvivenza, ma lo fa in cambio della nostra vita. Perché la sopravvivenza che ci offre è sopravvivenza in quanto individui sociali, esseri composti di ruoli sociali, alienati dalle proprie passioni e dai propri desideri, coinvolti in rapporti sociali cui siamo assuefatti e che non soddisfano mai.
Un mondo di liberi che si rapportano in modo non represso, sarebbe un mondo libero dalla società. Tutti gli individui verrebbero coinvolti in termini di desiderio, non sulla base di un sistema sociale. Tenderemmo a stupire, a deliziare, ad eccitarci gli uni con gli altri, evocando vera passione invece di semplice noia, rassegnazione, disgusto o sicurezza. Ogni incontro avrebbe una potenziale meravigliosa avventura che non può esistere pienamente dove ci si rapporta in base a rapporti sociali. Allora, invece di restare prigionieri nel «giardino di pietre preziose» chiamato società, scelgo di lottare per abolire la società, e questo comporta diverse implicazioni che indico come "rivoluzione".
La lotta per trasformare la società è sempre una lotta per prendere il potere, perché ha uno scopo di prendere il controllo dei sistema dei rapporti che formano la società (uno scopo che considero poco realista, visto che questo sistema è ormai oltre il controllo di chiunque). In quanto tale, non può essere una lotta individuale. Gli individui dovranno definirsi come esseri sociali in questa lotta, sopprimendo qualsiasi desiderio individuale che non inquadra nel più "grande" scopo della trasformazione sociale.
La lotta per abolire la società è lotta per abolire il potere. È lotta di individui per vivere liberi da ruoli e regole sociali, per vivere i desideri appassionatamente, per vivere tutte le cose meravigliose che potranno immaginare. Progetti e lotte di gruppo fanno parte di ciò, ma crescono fuori dai modi in cui i desideri degli individui possono accrescersi, e si dissolvono nel momento in cui essi cominciano a soffocare gli individui. Il tragitto che avrà questa lotta non può essere delineato perché si basa su uno scontro tra i desideri dell'individuo spiritualmente libero e le domande della società. Sono possibili molte analisi dei modi in cui la società ci modella e dei fallimenti e dei successi delle ribellioni del passato.
Le tattiche utilizzate contro la società sono tante quanti sono gli individui coinvolti, ma tutti condividono lo scopo di limitare il controllo sociale e il condizionamento, favorendo lo sprigionamento dei desideri e delle passioni dell'individuo. L'imprevedibilità dell'umore e la gioia sono essenziali evocando un caos dionisiaco. Giocare con i ruoli sociali in modo da limitare la loro utilità sociale, capovolgendoli, facendone giocattoli, è una pratica valida in tutto il mondo. Ma ancora più importante è confrontare la società con noi stessi, coi nostri desideri e con le nostre passioni, che sono tutt'uno con l'attitudine a non arrendersi, col voler vivere secondo i propri intenti. La società non è una forza neutrale. I rapporti sociali esistono solo a costo della soppressione dei desideri reali e della passione degli individui, della repressione di tutto quello che rende possibile rapportarsi liberamente. La società è addomesticamento, trasformazione di individui in valore d'uso e del libero gioco in lavoro. Rapportarsi liberamente tra individui che rifiutano e resistono al proprio addomesticamento, limita tutta la società e apre tutte le possibilità. A quelli che pensano di poter raggiungere la libertà attraverso una rivoluzione meramente sociale, rispondo con queste parole di Renzo Novatore:
Tu aspetti la rivoluzione! Così sia! La mia è già cominciata da tempo! Quando sarai pronto... non mi dispiacerebbe fare un pezzo di strada con te per un po'. Ma quando tu ti fermerai, io continuerò nel mio cammino insano e trionfante verso la grande e sublime conquista del nulla.


[Social transformation- or the abolition of society, in "Anarchy: A Journal Of Desire Armed",
n. 25, estate 1990. Tr. it. su "Anarchismo", n. 68, 1992

sabato 2 giugno 2012

L'individuo in rivolta

L'individuo in rivolta

Di là dall'oceano, dalla terra dei morti, ci giunge il grido di migliaia di compagni provati a tutte le tempeste della lotta.
La reazione non li ha piegati, saldi nella fede che li anima, tenaci nei propositi di rivendicazione.

I compagni di Detroit accolgono quel grido e ci chiamano all'opera buona della solidarietà che educa, eleva e determina all'azione spregiudicata e iconoclasta, che significa giustizia e vendetta di tutti i misfatti di cui si è oggetto.
Cecità od apatia possono indurre le classi lavoratrici a trascurare l'alto monito che l'invito include e, magari, un certo senso di apparente sicurezza e benessere nella nozione di una minore oppressione può lasciare indifferenti per le sventure di chi è lontano. Se fosse vero che l'uomo è intimamente e bestialmente egoista, sino ad irridere al male altrui e a trovare al male proprio un lenimento nella constatazione dell'altrui maggiore miseria.
Se fosse vero che il sentimento di simpatia comune agli uomini per il dolore rappresentasse un'acquisizione determinata dagl'insegnamenti morali e religiosi. Ma noi presumiamo che la solidarietà degl'interessi sia guida sociale istintiva, compressa e non determinata e non migliorata dall'ufficiale educazione. Basterà togliere le barriere fittizie che ne vorrebbero essere guide e norme perché essa si lanci naturale alle maggiori esercitazioni tra esseri viventi la stessa grama vita, assillati dagli stessi bisogni, aspiranti alle stesse gioie ed alla stessa felicità.
Solidarietà dunque, fraterna, consapevole, con uno scopo preciso per gli ignavi e per i… bennati: valorizzare tutti gli atti di rivolta, individuali o collettivi, coronati dal trionfo o conchiusi nel sacrificio apparentemente inutile, al di sopra e al di fuori di tutti i sinedri di tutti i conclavi che predispongono e curano l'armonica messa d'insieme per rimandare alle calende greche le soluzioni, e rintuzzano con la disapprovazione e con la condanna tutte le irruenze individuali, tutti gli atti che sconfinano dalle tradizioni morali di un'onestà catalogata nei decaloghi del buon cittadino e del perfetto lavoratore tesserato, sempre in regola con la sua congrega, sempre ubbidiente agli ordini dei pontefici eletti.
Valorizziamo l'individuo!

Quando la tempesta travolge le speranze che parevano alle porte della realizzazione, e spazza le facili illusioni create da una ventata ed un acquazzone favorevole, le folle ignare – come quelle che han sempre visto ogni loro atto riprovato dai sapienti di ogni classe e di ogni categoria e non hanno mai avuto che l'insulto ladino della prosopopea in pantofole di scienza – e quelle altre cosiddette consapevoli perché irreggimentate in un'unione di mestiere o in un partito politico, s'accasciano e, anziché tentare la resistenza, fiduciose nella clemenza del nemico, offrono alla mannaia il capo, il dorso alla verga, indossano il cilicio della penitenza e rientrano nell'ovile in branco a belar le lodi dell'ultimo trionfatore. E i pastori ne rimangono scossi, gridano alla vigliaccheria ed invocano l'azione: i pastori che pur ieri ne hanno tradito le speranze più care e condannato le azioni più intrepide e generose, facendo funzionare tutte le pompe dissuaditrici a raffreddare il calore della mischia, il proposito d'azione, quanto più questa appariva travolgente, impetuosa, senza rispetto alla religione di ieri e senza riguardo alle cose consacrate di oggi. Perché le folle, nel concetto dei giacobini di tutte le rivoluzioni, han bisogno della guida per muoversi e della diana squillata dall'alto d'un seggio pontificale in nome ed a difesa del lavoro educato ed organizzato; e del dittatore, non fosse altro che per combattere le forze deleterie del passato che si attardano a sparire tra i ricordi della storia.
E per chi ha tra i suoi programmi la conquista del potere è logico.
Non può essere logico per l'anarchico deprimere l'individuo, aspettando da un lontano o vicino movimento di masse il rinsavimento degli uomini che reggono e malversano i destini umani.
Nella netta divisione degli uomini in due campi distinti – quello degli sfruttati e quello degli sfruttatori – non si è voluto vedere che masse, che una differente valutazione del contributo degli uni e degli altri, tenendo specialmente conto del maggior rendimento dei primi e del minor godimento della vita di fronte alla massima gioia degli ultimi senza alcuno sforzo di produzione. E si è stabilito per le masse che ascendono verso una vita più naturale, più libera, più larga di gioie la tendenza rivoluzionaria, mentre è ineluttabile nei privilegiati, che della vita godono ogni bene, l'istinto di conservazione naturalissimo in chi, avendo conquistato un posto comodo nell'esistenza, ha massimo interesse a costringere nell'inamovibilità del presente tutto quanto il genere umano.
Mentre in fondo la divisione è, e dev'essere, molto più radicale: tra l'individuo che vuol camminare e l'insieme – sia pure la società nostra – che lo deprime, lo opprime, lo coercizza entro lamiere di tradizioni, di morale, di doveri, lasciando al diritto la speranza di affacciarsi in un avvenire più o meno lontano.
Sfrondiamo di ogni espressione letteraria, più o meno truffaldina e sempre tradizionale, la vita. Scopo, istintivo o consapevole, di ogni essere è quello della maggior somma di godimento di contro al minor fardello di sofferenze. Perciò centro e leva della vita stessa, proposito e causa di ogni movimento è l'essere singolo. A meno che non si voglia eternare l'inganno religioso, ormai distrutto da tutte le indagini vittoriose del pensiero umano, della natura ordinata, prestabilita, finalistica, creata da un padreterno che ne fu il legislatore e ne è il reggitore.
L'insieme sarà la risultante di tutti questi scopi individuali e sarà tanto più umano e più felice, quanto più umani e più felici saranno i singoli. Non s'intenda qui per umano la virtù floscia del credente che le sue azioni regola secondo l'aggrottar delle ciglia di una divinità e conoscerà solo le virtù cristiane che l'uomo deturpano e deformano. Sono attributi eminentemente umani: fierezza, dignità, indipendenza; senza di che si è pecore o castrati, mai uomini.
Ora, per la salute dell'insieme, per il cosiddetto bene dell'umanità nelle caligini profonde del passato si sono create norme, scritte e non scritte, di vita che sono di questi attributi umani la negazione. E mentre il primo istinto è la ribellione, si è creata la rassegnazione, antesignana dell'umiltà, prima virtù del credente, rimanendo indiscusso anche oggi agli occhi di tutti i ben pensanti, che se non si è credenti si è perlomeno bestie. Con la rassegnazione e l'umiltà si esercita ed invigorisce l'abitudine a strisciare – comune ai rettili ed agli anfibi – e l'ipocrisia. Per cui non saprete ben vivere se non saprete usare tattica e politica ed il tatto è la prima e più essenziale dote degli uomini politici. L'educazione di molti secoli – da quando il cristianesimo, tutto livellando e accomunando e creando il tipo unico di perfezione, il santo imbelle e pidocchioso, riuscì a strozzare le poche umane derivazioni del paganesimo – ha proclamato questa menzogna: l'uomo è chiamato a vivere, non per sé e per la sua gioia, ma per tutta quanta l'umanità, così astrattamente considerata e adorata da comportare il sacrificio di tutto il suo piccolo mondo (le lacrime della sposa arrovellata dal bisogno quotidiano, i dolori insofferenti e lamentosi del vecchio reumatizzato, gli spasimi dei ventri vuoti dei bimbi, la sua abiezione e la sua apatia incurante e bestiale a se stesso e agli altri). Ottenendo, alla mente dell'uomo, naturale che dell'ansare penoso dell'operaio, della sua inesausta fatica, di tutta la sua potenza di animale da produzione e della magra remunerazione si sostanzino le ricchezze di Henry Ford e della United States Steel Co. e le glorie della grande repubblica ipocrita e dissanguatrice.
Menzogna contro cui dobbiamo ergerci se pensiamo che ove manchino individualità energiche, iconoclaste, impetuose, cedano più facilmente le masse al cozzo del nemico e ritornino al basso, lasciando calpestare le aspirazioni secolari e travolgendo nella disperazione energie e forze e decadi di umano benessere e felicità.

Non condanniamo, né comprimiamo della nostra disapprovazione l'individuo in rivolta, sia la rivolta inquadrata in una manifestazione eminentemente rivoluzionaria che per la causa della rivoluzione accampi una vendetta ed un atto di giustizia, contro la morale del privilegio e della tirannide, sia essa esercitata da un reprobo tetragono alle suggestioni della onesta morale cristiana che conchiude al rispetto della roba altrui.
L'insorto, comunque s'affacci, ha sempre diritto alle simpatie di coloro che dell'insurrezione fanno professione di fede.
E se il gesto di Angiolillo, o di Caserio, di Bresci o di Shinas culmina nella soppressione d'un tiranno o d'un oppressore, non è meno ammonitore ed efficace il gesto di Vaillant, o la vendetta di Henry, o la belluina insurrezione violenta di Ravachol e la… deprecata e vilipesa esplosione del Diana. Come non fu meno ribelle e meno degno Renzo Novatore che la sua guerra contro la società dei vampiri condusse spietata e senza quartiere sin nelle tane dove la vita è ebbrezza insultante alle miserie proletarie.
Né cerchiamo di sofisticare sul maggior o minor bene apportato alla causa della rivoluzione e sui gradi più o meno alti di disinteresse e di altruismo che ha provocato l'atto e sui granucci più o meno numerosi di anarchismo usati nell'affermazione.
L'importante è che chi si sente ribelle possa muoversi in un'atmosfera di simpatia da parte dei suoi compagni di dolore e di pena ed abbia dietro approvante la legione dei ribelli. Solo così il suo esempio sarà ammonimento non isolato né insignificante e avrà imitatori nelle folle, da cui solo può uscire l'iconoclasta intrepido che faccia con un solo gesto mille vendette e ricordi ai dominatori come la vita possa essere insidiata in ogni suo attimo, rendendo sempre più eloquente e sempre più frequente la protesta individuale che a lungo andare, dal suo primo carattere di avvisaglia e di avamposto, diventa corpo e realtà di battaglia e di guerra di masse, sino allo sterminio finale del nemico.
tto che Canui e Rosati tentarono ed effettuarono a Torino sottraendo armi e vettovagliamenti per la guerra allora imminente, malgrado l'abbandono delle fabbriche, ripetuto ed approvato avrebbe potuto far trovare il proletariato ben diversamente armato e pronto a rintuzzare gli orgogli e le albagie rinascenti delle guardie bianche della borghesia. Invece il loro atto, condannato, prima che dai giudici borghesi, dai canonici delle unioni e dei partiti legalitari, è rimasto isolato ed inefficace. Come inefficace rimane il gesto di quei marinai che a Trieste, come in altri porti d'Italia, tendeva a smontare i piroscafi e a danneggiare gli armatori; gesto anch'esso condannato dai concili dell'unione dei marinai sino ad imporre la restituzione dei pezzi sottratti, pena l'espulsione dai ranghi del proletariato organizzato.

I compagni di Detroit vogliono di questa necessità farsi interpreti e sostenitori, dedicando più specialmente ai grandi ribelli gli sforzi della solidarietà dei compagni d'America.
Giustamente se si pensa che vi sono vittime cadute per un incerto del mestiere; le vittime veramente innocenti che sono con dio e col diavolo e che in fondo non rappresentano che la zavorra di tutti i movimenti d'avanguardia. E se un sentimento di commiserazione può farci voltare ai loro lamenti, sappiamo anche che son le vittime men degne… Noi abbiam bisogno di testimoniare la nostra solidarietà specialmente a chi consapevolmente ha affrontato l'uragano con propositi decisi ed intendimenti precisi. Perché la solidarietà deve educare, deve tendere a preparare le immancabili esplosioni del domani, altrimenti non sarebbe che un atto cristiano di più e un'offesa all'ideale di cui ci sentiamo proseliti e soldati.
«La vita del nostro movimento richiede l'assistenza finanziaria e la vita di esso dipende da quella dei compagni relegati nelle galere».
Ricordino i compagni, nell'accogliere col consueto fervore l'appello e l'iniziativa degli ottimi compagni di Detroit, questo proponimento che è di essenziale importanza per l'avvenire della nostra guerra, che divamperà domani più gagliarda alla definitiva liberazione, passando sui ruderi di millenarie miserie e di più antichi privilegi, per inalberare sulle roccaforti del capitale e della tirannide il vessillo garrente ai venti la sinfonia virile, umana, gagliarda della libertà proteggente il lavoro efficacemente produttivo di benessere, di gioia, di felicità a tutti i nati di donna.
E rivolgano il pensiero ai grandi che s'immolarono per un'affermazione di fierezza che non volle essere contaminata da grinfie di sbirro, come Renzo Novatore, e dicano la loro entusiastica simpatia a chi affoga nel sangue d'un camelot du roi, le marce imperialistiche della Francia capitalista, come Germaine Berton; e siano con la loro solidarietà ovunque un uomo si erge vendicatore, giustiziere, espropriatore per sé e per gli altri.

[da L'Adunata dei Refrattari, anno II, n. 22 del 7-7-1923

Piccolo manuale dell’anarchico-individualista di Emile Armand

Piccolo manuale dell’anarchico-individualista
di Emile Armand

I.
Essere un anarchico significa rifiutare l’autorità e rigettarne il corollario economico: lo sfruttamento – e rigettarlo in ogni dominio dell’attività umana. L’anarchico desidera vivere senza dei o padroni; senza padroni o direttori; a-legale, senza leggi e senza pregiudizi; amorale, senza obblighi e senza moralità collettiva. Egli vuole vivere liberamente, vivere la sua propria idea di vita. Nell’intimo del suo cuore, egli è sempre asociale, insubordinato, un estraneo, marginale, un’eccezione, un disadattato. E obbligato in quanto vive in una società la cui costituzione risulta ripugnante al suo temperamento, egli vi abita come fosse straniero. Se fa delle inevitabili concessioni al suo ambiente – sempre con l’intenzione di riprendersele – al fine di evitare di rischiare o sacrificare stupidamente o inutilmente la sua vita, è perché considera queste concessioni come armi di difesa personale nella lotta per l’esistenza. L’anarchico desidera vivere la sua vita, il più possibile – moralmente, intellettualmente, ed economicamente – senza coinvolgersi con il resto del mondo, sfruttatori o sfruttati, senza voler dominare o sfruttare gli altri, ma pronto a rispondere con tutti i mezzi contro chi volesse interferire con la sua vita o impedirgli di esprimere il suo discorso con la penna o con la parola.
Nemici dell’anarchico sono lo Stato e tutte le sue istituzioni, che tendono a mantenere o a perpetuare il loro giogo sul singolo. Non c’è possibilità di conciliazione tra l’anarchico e qualsiasi forma di società che poggi sull’autorità, che essa sia emanata da un’autocrazia, da un’aristocrazia, o da una democrazia. Non c’è un terreno comune possibile tra l’anarchico e ogni ambiente regolato dalle decisioni di una maggioranza o dai desideri di un’elite. L’anarchico combatte, per gli stessi motivi, l’insegnamento fornito dallo Stato e quello dispensato dalla Chiesa. Egli è l’avversario dei monopoli e dei privilegi, che siano d’ordine intellettuale, morale o economico. In una parola, egli è l’antagonista inconciliabile di ogni regime, di ogni sistema sociale, di ogni stato di cose che prevede il dominio degli uomini o dell’ambiente sull’individuo, o lo sfruttamento dell’individuo da parte di un altro o di un gruppo.
Il compito dell’anarchico è soprattutto un lavoro di critica. L’anarchico procede, seminando rivolta contro ciò che opprime, ostacolo, o si oppone alla libera espansione del singolo vivente. Innanzitutto è opportuno sgombrare la mente da idee preconfezionate, liberare i temperamenti imprigionati dalla paura, far emergere modi di pensare liberi dall’opinione popolare e dalle convenzioni sociali; infatti è cosi che l’anarchico spingerà tutti gli avventori ad unirsi a lui nella ribellione pratica contro il determinismo dell’ambiente sociale, per affermarsi individualmente, per scolpire la propria immagine interna, per rendere se stessi, quanto più possibile, indipendenti dal contesto morale, intellettuale ed economico. Egli spingerà l’ignorante ad istruirsi, l’indifferente ad agire, il debole a diventare forte, il sottomesso a riaddrizzarsi. Spingerà gli scarsamente dotati e i meno inclini a trarre da loro stessi tutte le risorse che possono avere e a non far affidamento sugli altri.
In questi termini, un abisso separa l’anarchismo da tutte le altre forme di socialismo, sindacalismo incluso.
L’anarchico pone alla base di tutte le sue concezioni di vita: l’atto individuale. Ed ecco perché egli vuole definirsi anarchico-individualista.
Egli non crede che i mali sofferti dagli uomini vengano solamente dal capitalismo o dalla proprietà privata. Crede che essi siano dovuti soprattutto alla difettosa mentalità degli uomini, presi in blocco. Ci sono padroni solo perché ci sono schiavi e gli dei restano solo perché i fedeli si inginocchiano. L’anarchico individualista ha poco interesse in una rivoluzione violenta, che miri alla trasformazione del sistema di distribuzione delle merci in modo collettivista o comunista, cosa che difficilmente apporterebbe un cambiamento nella mentalità generale e che non condurrebbe assolutamente ad alcuna emancipazione dell’individuo. In un regime comunista l’individuo sarebbe subordinato cosi come lo è adesso alla buona volontà di quelli che lo circondano: si ritroverebbe povero, tanto quanto è miserabile adesso; anziché essere sottomesso alla piccola minoranza di capitalisti del presente, sarebbe dominato dall’intera economia. Nulla gli apparterrebbe del tutto. Sarebbe un produttore o un consumatore, mettendo o prendendo un po’ dal mucchio comune, ma comunque non sarebbe mai autonomo.

II.
L’anarchico-individualista si differenzia dall’anarchico-comunista perché considera (eccetto la proprietà di alcuni oggetti di piacere che si estendono dalla personalità) la proprietà dei mezzi di produzioni e la libera disposizione dei beni come garanzie essenziali dell’autonomia della persona. Si capisce che questa proprietà è limitata dalla possibilità di far fruttare (individualmente, in coppia, in gruppi familiari, ecc) la terra o i meccanismi della produzione richiesti per soddisfare le necessità dell’unità sociale; con la condizione che il possessore non la affitti a chiunque o metta qualcuno a suo servizio per lavorare.
L’anarchico individualista non intende più vivere ad ogni costo – come un individualista sfruttatore, per esempio – come avrebbe dovuto vivere sotto delle regole, a patto che gli fosse assicurato un piatto di minestra e garantita una casa e alcuni vestiti.
L’anarchico-individualista, più che altro, non vuole alcun sistema che potrebbe vincolargli le relazioni future. Vuole collocarsi in una condizione di legittima difesa contro ogni condizione sociale (Stato, società, momento storico, raggruppamento, ecc) che permetterebbe, accetterebbe, perpetuerebbe, realizzerebbe o renderebbe possibile:
a) la subordinazione dell’individuo al contesto, collocando l’individuo in una condizione di ovvia inferiorità, visto che non potrebbe relazionarsi da pari con la totalità collettiva, potere al potere;
b) l’obbligo (in qualsiasi ambito) del mutuo appoggio, della solidarietà, o dell’associazione;
c) la privazione dell’inalienabile possesso dei mezzi di produzione e la completa e assoluta gestione dei prodotti del suo lavoro;
d) lo sfruttamento di chiunque da parte di chiunque dei suoi simili che farebbero lavorare l’individuo per loro profitto;
e) la monopolizzazione, ad esempio la possibilità dell’individuo, della coppia, o del gruppo familiare di possedere più del necessario per il loro normale sostentamento;
f) il monopolio dello Stato o di un altro esecutivo che sostituisca, ad esempio, il suo intervento – nel suo ruolo di centralizzatore, amministratore, direttore, o organizzatore – nelle relazioni tra individuali, in qualunque ambito;
g) il prestito con interesse, l’usura, il cambio del denaro, l’eredità, ecc, ecc.

III.
L’anarchico-individualista fa “propaganda” al fine di sottolineare le tendenze anarchiche-individualiste che sono state ignorate, o quanto meno per creare un’atmosfera intellettuale favorevole alla loro comparsa. Tra anarchici-individualisti le relazioni vengono stabilite sulla base della “reciprocità”. Il “cameratismo” è essenzialmente di ordine individuale, esso non viene mai imposto. Quei “compagni” con i quali piace associarsi, saranno quelli che faranno uno sforzo apprezzabile per sentire la vita in se stessi, che condivideranno la propaganda dell’educazione critica e la scelta delle persone; che rispetteranno il modo di esistere di ogni individui, e non interferiranno con lo sviluppo di quelli che si avvicinano e hanno contatti più stretti.
L’anarchico-individualista non è mai schiavo di una formula-tipo o di un testo ricevuto. Egli ammette solo opinioni. Propone solo tesi. Non impone alcun termine a se stesso. Se adotta un metodo di vita e un punto di vista, è al fine di assicurarsi più libertà, più felicità, più vita piacevole, ma sicuramente non per sacrificarsi ad esso. Egli lo modifica, e lo trasforma quando gli sembra che restare fedele ad esso possa diminuire la sua autonomia. Non si vuole lasciare dominare da principi stabiliti a priori; è a posteriori, sulle sue esperienze, che basa le sue regole di condotta, mai definitive, sempre soggette alla modifica e alla trasformazione suggerita dalla nuove esperienze, e sulla necessità di acquisire nuove armi nella sua lotta contro il contesto – senza fare un assoluto dell’a priori.
L’anarchico-individualista non rende mai conto a nessuno tranne che a se stesso per le proprie azioni e necessità.
L’anarchico-individualista considera l’associarsi solo come espediente, un ripiego. Infatti, egli vuole associarsi solo in casi di urgenza – e sempre volontariamente. Ed egli desidera associarsi, in genere, per breve termine, è sempre chiaro che ogni contratto può essere annullato non appena danneggia una delle due parti contraenti.
L’anarchico-individualista non decreta una fissa moralità sessuale. Sta ad ognuno determinare la propria vita sessuale, affettiva o sentimentale, cosi come per un sesso tanto per l’altro. Ciò che è essenziale è che nelle relazioni intime tra anarchici di diversi sessi non ci sia né violenza né costrizione. Egli pensa che l’indipendenza economica e la possibilità di essere madre se ne ha voglia siano le condizioni iniziali per l’emancipazione della donna.
L’anarchico-individualista vuole vivere, vuole essere capace di apprezzare la vita individualmente – la vita considerata in tutte le sue manifestazioni. Egli rimane nel frattempo padrone del proprio desiderio, considerando la propria conoscenza, facoltà, sensi, e i diversi organi di percezione del suo corpo come tanti servitori a disposizione del suo sé. Egli non è un codardo, ma non vuole sminuirsi. E sa bene che gli chi si permette di lasciarsi condurre dalle passioni o di esser dominato dalle passioni è uno schiavo. Vuole mantenere “il dominio di sé” al fine di avanzare verso le avventure a cui lo condurranno la ricerca indipendente e lo studio libero. Egli vorrà solo una vita semplice, la rinuncia al falso, alla schiavitù, ai bisogni inutili; il far a meno delle grandi città; una dieta razionale e l’igiene del corpo.
L’anarchico-individualista si interesserà alle associazioni formate da alcuni compagni attenti a volersi sbarazzare di un contesto che li disgusta. Il rifiuto del servizio militare, o di pagare le tasse avranno tutta la sua simpatia; libere unioni, singolari o plurali, cosi come la protesta contro la morale ordinaria; l’illegalismo come rottura violenta (e con alcune riserve) del contratto economico imposto con la forza; astensione da ogni azione, ogni lavoro, ogni funzione che coinvolga il mantenimento o il rafforzamento del regime intellettuale, etico o economico; lo scambio di prodotti vitali tra anarchici-individualisti possessori dei meccanismi necessari di produzione, escluso ogni intermediario capitalista; ecc, sono atti di rivolta sostanzialmente affini con il carattere dell’anarchismo-individualista.