mercoledì 24 luglio 2013

ESISTENZA ED INDICIBILITÀ IN MAX STIRNER




“Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una di non saper nulla, l’altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte”
(G. Leopardi).

1. Introduzione
Il pensiero filosofico sfocia nel secolo scorso nella costituzione di una corrente di pensiero che prese il nome di esistenzialismo. Indubbio fu per i maggiori esponenti di questo filone, Heidegger, Sartre e Jaspers, l’influsso che nella metà del diciannovesimo secolo diede S. Kierkegaard, e successivamente E. Husserl.
Nel 1936, periodo particolarmente complicato per la Germania, comparve un articolo intitolato Die Frage an den Einzelnen, in cui l’autore, Martin Buber, pose accanto al nome di Kierkegaard quello di Max Stirner. Il nome di Stirner era stato avvicinato precedentemente a quello di Nietzsche, al quale deve insieme a Marx ed Engels una sorta di “gratitudine”, dal momento che grazie alla loro notorietà, gli studi stirneriani furono provvisti sempre di nuovi interessi, ora nella marxiana Deutsche Ideologie, ora in continua relazione a Nietzsche, e posero mano a quella che gli odierni studiosi dello stirnerismo considerano come un vero e proprio risveglio della critica stirneriana.
Oggi la bibliografia stirneriana conta intorno ai 3500 scritti, tra monografie, articoli e miscellanee, lavoro che dura ormai da circa centocinquanta anni, ma è soltanto dalla seconda metà del ventesimo secolo che comparvero studi e posizioni che prescindevano dal valutare Stirner come anarchico o come precursore di un’etica fascista. E’ in questo senso che il lavoro di Buber getta nuova luce sulla filosofia stirneriana; successivamente, infatti, il pensiero esistenziale diventerà una chiave interpretativa della sua opera, nata proprio dall’intuizione buberiana.
E’ obbligo però precisare un aspetto di tutto ciò: il pensiero esistenzialista nato nel ventesimo secolo è a mio parere segnato dall’esperienza delle due guerre mondiali ed è permeato da un’etica della responsabilità, mentre l’esistenzialismo di Kierkegaard, come quello di Stirner, è frutto di una riflessione privata sull’individuo; tale riflessione scaturiva, in Stirner, da una condizione tanto alienante, quanto miserevole della condizione umana, mentre al filosofo danese si deve additare una sorta di dovere interiore che segue un perenne crescendo di fronte alla figura del Cristo, ed una critica radicale nei confronti del modo in cui la religione cristiana era vissuta dai credenti del tempo.
Gli studiosi che videro Stirner “legato” a tematiche esistenzialiste introdussero una nuova valutazione della sua filosofia. In Aux sources de l’esistentialisme: Max Stirner (1954), Arvon osservò che tra Kierkegaard e Stirner ci sono dei punti che concordano e che addirittura si confondono: la posizione avversa al sistema hegeliano e una centralità dell’individuo squisitamente esistenziale. L’acuto critico francese approfondì con svariati lavori la tematica stirneriana ed oggi rientra tra le principali fonti di chiunque si interessi di Stirner, soprattutto per chi prediliga un’ottica marxista. Arvon non approfondì la prospettiva esistenziale del nostro filosofo, il suo lavoro fu incentrato sulla figura di Stirner in rapporto a Feuerbach e a Marx, ponendolo come l’ultimo anello della catena della scuola hegeliana; ma è suo il merito, tramite un lavoro completo e svariati anni dedicati alla tematica stirneriana, di un successivo interesse degli studiosi nei riguardi di Stirner.
A mio avviso le riflessioni di Kierkegaard e Stirner possono sicuramente essere comparate tra di loro quanto ad un punto indubbiamente in comune, ossia il valore dell’esistenza e per le possibilità di essere ad essa connesse. Il giudizio di K. Löwith è indicativo dal momento che pone accanto ai già citati Stirner e Kierkegaard Karl Marx; nel capitolo dedicato al problema dell’umanità del suo Von Hegel zu Nietzsche; scrive Löwith: «Marx termina con l’uomo comunista, che privatamente non possiede più nulla, Stirner con il non-uomo, che ha tra le altre, ancora la proprietà di essere uomo; e Kierkegaard, infine, con il Cristo, in cui l’uomo ritrova per l’eternità la sua misura sovrumana. In tal modo si spezza la catena, facente capo a Hegel, dei tentativi radicali per una nuova determinazione dell’uomo».
Sono dell’opinione che lo spessore delle meditazioni stirneriane vadano oltre la filosofia “accademica”, e quando la ricerca filosofica si spoglia della sua stessa tradizione è allora che il pensiero acquista una caratteristica fondamentale per se stesso e per il suo interno divenire, e che si esprime come pensiero liberamente creatore.
Ed è proprio in virtù di quest’aspetto peculiare della filosofia stirneriana che ritengo sia alquanto difficile restituire la carica che Stirner gli impresse. Anche se Stirner non tratta esplicitamente di filosofia del linguaggio, la sua posizione a tal riguardo è decisamente forte, il linguaggio per lui è incapace di esprimere la realtà; per quanto indispensabili, infatti, le parole per Stirner non hanno carne e sono dunque destinate a rimanere eternamente vuote. Stirner non è un semplice nominalista, la sua opera pone in luce la natura stessa del linguaggio, un linguaggio che si presenta, secondo il nostro filosofo, ancora sostanzialmente religioso, in quanto “il valore” delle parole è stato assegnato dalla chiesa. Accanto a questa considerazione sulla natura e lo sviluppo del linguaggio, sono dell’opinione che Stirner poggi su di essa una ben più radicale posizione, che intendo formulare in questi termini: tra i nomi e le regole grammaticali che costituiscono il linguaggio non rientra quella realtà fatta di intuizioni, con le sue interdipendenze tra l’uomo ed il mondo e ancor di più tra il soggetto e la sua interiorità.
Giorgio Penzo, nei suoi lavori su Stirner, è spesso ritornato su di una valutazione complessiva del filosofo, ponendo in luce che egli non brilla, per così dire, di luce riflessa (Nietzsche o il pensiero esistenzialista), ma che anzi le sue riflessioni vanno oltre, costituendo un proprio ed originale nucleo filosofico. A tal riguardo, credo che quel nucleo filosofico si possa formulare in termini squisitamente esistenziali. L’esistenza è per Stirner inesprimibile, indicibile, sicuramente dura, problematica, ma estremamente vissuta e goduta in quanto unica ed irripetibile. E’ dall’esistenza che a parere di Stirner proviene e procede il pensiero.
Tale relazione è presente, a mio avviso, nell’Unico, negli Scritti Minori e nelle Risposte ai Critici, e viene espressa, col passare degli anni, sempre con maggior convinzione. Ritengo che la tematica dell’egoismo, o meglio dell’ego-ismo, porti con sé proprio questa consapevolezza: il piano dell’autenticità è quello del singolo, mentre il concetto di uomo resta per Stirner soltanto uno spettro, è la realizzazione delle potenzialità personali, l’azione che compie l’Unico.
L’indeterminato trova la sua determinazione nella volontà singola. A differenza di Hegel, che vide l’uomo impotente di fronte al passaggio tra l’indeterminato e il determinato (ossia lo Spirito), costretto ad inglobarsi in questo processo infinito, Stirner propone la rivolta, che Penzo definisce autenticamente come essere-inrivolta, portando in luce il suo significato esistenziale anche se, in ogni caso, si viene a delineare uno schema tipicamente idealistico. Ad ogni modo, credo che la rivolta (Empörug) indichi anche un’indignazione nei riguardi del presente e che spinga al cambiamento; essa, infatti, porta con sé una consapevolezza a livello di coscienza. La rivolta assume quindi, a mio parere, un valore essenzialmente esistenziale, anche se non credo che nasca in questi termini. Sono dell’opinione che l’unico, cioè l’individuo in carne ed ossa, vivendo immerso nel “Si” impersonale attuato dallo stato e dalla religione, si comprende alienato ed è distante dalla sua più pura condizione, che è quella tellurica. Rivoltandosi, prende le distanze da quel reale perché giunge alla consapevolezza che la staticità delle forme, così come la secolarizzazione dell’autorità, sono le cause dell’alienazione verso se stesso. Tutto è riferito al singolo, è questo l’Ego-ismo stirneriano. La risposta stirneriana è una rivolta, un’associazione di uomini liberi, “vivi”; per non cadere nel Si e nelle forme statiche, infatti, bisogna condurre la propria esistenza come essere-in-rivolta, essere che di volta-in-volta crea le sue condizioni, i suoi rapporti, e di conseguenza se stesso, ma che tuttavia è sempre disposto alla loro distruzione, in quanto è nel nulla che l’unico è creatore di tutto.
E’ certamente vero che la dimensione morale è ampiamente ristretta, ma di sicuro non viene eliminata, in quanto credo che essa sia riportata alla legislazione soggettiva, che è tutt’altra cosa rispetto a quanto proponevano le interpretazioni forzate fatte sia dagli esponenti dell’anarchismo, sia dagli intellettuali di sinistra.
Sono significative quanto non popolari, a tal riguardo, due interventi tenuti da C. Cesa e D. McLellan nel convegno tenuto a Napoli nel 1996 intitolato “Max Stirner e l’individualismo moderno”: Cesa teorizzava un diverso sviluppo del marxismo sulla base di una considerazione diversa rispetto a quella che diede Marx nei confronti di Stirner, mentre McLellan presentava una riflessione amara per la storia del marxismo. Mi piace ricordare a tal proposito che, negli scritti di Stirner, si trova a mio avviso, un disprezzo non verso gli uomini, ma verso il loro stato di schiavitù; è noto che Stirner non sia un pensatore volto alla beneficenza, e lontana è dalle sue intenzioni una proposta come quella kantiana della pace perpetua, ma credo che egli sia fortemente motivato a cercare di far comprendere a quegli stessi “schiavi dell’estraniazione” come costruire gli strumenti e le basi per la loro libertà.
Porre una qualsivoglia problematica del fondamento nel pensiero stirneriano è particolarmente complicato, in quanto è di primaria importanza ricordare che non era intenzione di Stirner costituire un sistema filosofico, e questo vale anche, e credo soprattutto, per il terreno della politica. Proporre il singolo come fondamento è ovvio, seguendo il pensiero stirneriano, ma forse la problematica fondamentale è il rapporto del singolo con il mondo e le sue creazioni. Le creazioni dell’uomo (Stato, Religione e Diritto), ponendosi al di sopra di esso, lo dominano, ed è proprio questa condizione estraniante che “risveglia” l’unico che, compresa questa situazione a livello di coscienza, passa all’atto della riconquista. “Riconquista” proprio perché la lotta è contro la santità del diritto e della legge. Per Stirner, infatti, la dimensione sacra è una fissazione, un ossesso. Ponendosi come proprietario di sé, affermandosi come detentore del proprio diritto, e non riconoscendone altri, egli è libero.
E’ di fondamentale importanza, a mio avviso, avere sempre chiaro il contesto filosofico di cui Stirner fece parte. I suoi anni di studio sono anche gli anni dell’incontrastato dominio hegeliano e, successivamente, della sua scuola; non a caso, proprio in questi anni, “nasce” la storiografia come scienza e molti pensatori vengono espulsi dalle facoltà per evidente contrasto con la filosofia del tempo. Molti di questi Stirner li ritroverà da Heippel, uniti contro le istituzioni. Religione e Stato, infatti, sono stati gli argomenti principali del periodo post-hegeliano, i punti nodali su cui la scuola si divise: la filosofia di Strauss prima e Feurbach dopo, di Bauer e Stirner, e degli annali franco-tedeschi, con a capo K. Marx.
Da questo movimento di critica e ribellione, Max Stirner intraprese la lotta iniziata su di un territorio comune ad altri pensatori. Ma ben presto egli si allontanò da quel gruppo, mentre il suo pensiero andava formandosi in un modo compiuto ed
unitario.


2. La consapevolezza stirneriana
Nelle Risposte ai recensori dell’Unico e la sua proprietà, Stirner affronta una problematica principale, sorta soprattutto dall’interpretazione che i suoi contemporanei diedero della sua opera.
Nella parte iniziale di tale scritto, Stirner dà una triplice risposta che poggia sull’“accordo” dei suoi oppositori Szeliga, Feuerbach ed Hess; egli scrive, infatti, «Ueber diejenigen Worte, welche in Stirners Buche die auffälligsten sind, über den “Einzigen” nämlich und den “Egoisten”, stimmen die drei Gegner unter einander überein. Es wird daher am dienlichsten sein, diese Einigkeit zu benutzen und die berührten Punkte vorweg zu besprechen».
Precisando il significato del termine unico (Einzige), Stirner ha così l’opportunità di chiarire e di prendere le distanze da interpretazioni che a suo giudizio stravolgono le sue intenzioni ed il suo pensiero. Passando in rassegna molto velocemente le tre recensioni sotto quest’aspetto, Stirner pone in luce come in tutte e tre le critiche, l’unico appaia come «lo spettro di tutti gli spettri», come «l’individuo sacro, che ci si deve levare dalla mente», o ancora «un millantatore», come lo definisce M. Hess. La risposta alla domanda chi è l’unico Stirner risponde: « Der Einzige ist ein Wort, und bei einem Worte müßte man sich doch etwas denken können, ein Wort müßte doch einen Gedankeninhalt haben. Aber der Einzige ist ein gedankenloses Wort, es hat keinen Gedankeninhalt. – Was ist aber dann sein Inhalt, wenn der Gedanke es nicht ist? Einer, der nicht zum zweiten Male dasein, folglich auch nicht ausgedrückt werden kann; denn könnte er ausgedrückt, wirklich und ganz ausgedrückt werden, so wäre er zum zweiten Male da, wäre im “Ausdruck” da »
In realtà non credo che fosse necessario “spiegare” che cosa fosse l’unico, dal momento che nel Der Einzige non esiste altro soggetto che l’individuo esistente in carne ed ossa; certo, di esso si possono predicare molti attributi, tra i quali la forza, l’antistatalismo, l’ateismo, ma non l’esistenza. Volontà ed esistenza sono per l’unico (l’individuo) caratteri ultimi ed indivisibili che consentono la realizzazione della propria singolarità ed irripetibilità. Tali caratteri costituiscono in un certo senso la sub-stantia dell’unico e non l’essentia, in quanto su di essi poggiano gli attributi. Si predica dell’ateismo e dell’antistatalismo riferendosi non all’uomo come concetto, ma al singolo individuo, un individuo che vive e che vuole. Nell’unico, forma e contenuto dissolvono la dualità, come su di una tela dadaista; non esiste alcuna essenza esterna o interna all’individuo15, è bandito ogni tipo di dualismo metafisico, ma resta la consapevolezza della mancanza totale del proprio fondamento. Per Stirner, quindi, il fondamento dell’uomo è nullo, ma esso non è un niente, è bensì un nulla creatore dal quale l’individuo è nato. Il singolo, valutato da Stirner come un essere caduco, non può, a suo avviso, avere un fondamento eterno; tale riflessione ci conduce ad un aspetto fondamentale del suo pensiero: egli, infatti, sostituendo il genere con il singolo, pone in rilievo l’abissale aporia che si ritrova nel pensiero borghese-cristiano. Come ricorda Stirner nel principio della propria opera, lo stato e Dio servono la loro causa, ma essi, ideali oggettivizzati dagli uomini, esistono soltanto nella condizione in cui gli uomini servono la loro causa. « nicht Ich lebe, - scrive Stirner - sondern das Respektierte lebt in Mir! ».
A parere di Stirner, Dio e lo stato vivranno fin quando l’uomo spenderà la propria vita per servirli, e parimenti morranno soltanto quando l’individuo servirà la sua propria causa, quella che Stirner definisce come causa egoistica.
Sembra che il groviglio da cui deve liberarsi l’individuo sia tutta la costruzione che il genere umano, in quanto eterno, ha compiuto, tutto ciò che la razza umana ha creato come bisogno tanto esterno come lo stato, quanto interno come la morale e la religione. L’io si ritrova il solo padrone di se stesso, in una relazione col mondo che egli non ha voluto; si scopre, quindi, scaraventato nel mondo, in una condizione ben più radicale, problematica e paradossale dell’EsserCi heideggeriano. Buttato a caso tra il groviglio di tutte le altre cose del mondo, allo stesso modo in cui si gettano dei dadi (herumgewürfelt), l’unico deve cercare di emergere da tutto ciò.
Le pagine della sua opera hanno a mio avviso un duplice significato: esse si presentano come il risultato di riflessioni ed elaborazioni avute, da un lato, su di un piano socio-politico, dall’altro, su di un terreno individualistico-esistenziale.
Entrambe, a loro volta, formano una riflessione complessiva ed unitaria, che accoglie in sé sia l’aspetto sociale, sia quello individuale. Se, da una parte, Stirner parla dell’individuo, teorizzando l’egoismo, dall’altra trova nella Verein l’assetto migliore che una “società”, a suo modo di vedere, possa avere, anche se non si preoccupa di ciò che può avvenire dopo l’associazione. Certo, lui pone in evidenza come lo stato e la religione del suo tempo siano i principali responsabili della schiavitù individuale, e se in un suo scritto precedente pone l’importanza di un’educazione libera, ora, nella sua opera maggiore, mostra come l’esistenza del singolo si possa liberare da questa schiavitù.
Di differente avviso furono i suoi recensori, e soprattutto Feuerbach, il quale, come è noto, preferì porre la sua critica nei riguardi di Stirner, trasformando l’unico in un ente generico, universale, sacro. Feuerbach, d’altronde, era stato attaccato aspramente da Stirner, e proprio in virtù di questo “rapporto”, i due pensatori ebbero l’opportunità di scontrarsi, arricchendo le loro rispettive posizioni. I punti significativi della critica stirneriana si trovano nella sezione sul liberalismo umanitario, riguardante la critica del concetto di uomo. Il mascheramento del pensiero cristianoteologico, diventato pensiero umanitario dal medioevo all’età moderna, trovava la sua voce, secondo Stirner, nel pensiero feuerbachiano, riassunto nella formula “per l’uomo essere supremo è l’uomo stesso”, che Stirner riporta nel principio della sua opera.
In questo contesto polemico nei confronti del pensiero stirneriano, prende posizione Franz Zychlinski, meglio conosciuto come Szeliga. Ponendo in luce, come Feuerbach, il significato del termine Einzige, sottolinea anch’egli la sua dimensione santa.
La risposta stirneriana è come al solito molto tagliente, oltre che ben ponderata. È importante, a mio avviso, tenere ben presente che sono soprattutto le sue risposte alle critiche che legittimano un’interpretazione in chiave esistenziale del suo pensiero, dal momento che è in questa sede che Stirner pone esplicitamente la domanda capitale del suo pensiero, ovvero, la domanda del chi, del soggetto, del pensante rispetto al pensato.
«Es war die Speculation – procede Stirner – darauf gerichtet, ein Prädicat zu finden, welches so allgemein wäre, daß es Jeden in sich begriffe. Ein solches dürfte doch jedenfalls nicht ausdrücken, was Jeder sein soll, sondern was er ist. Wenn also “Mensch” dieß Prädicat wäre, so müßte darunter nicht etwas verstanden werden, was Jeder werden soll, da sonst Alle, die es noch nicht geworden, davon ausgeschlossen wären, sondern etwas, was Jeder ist. Nun, “Mensch” drückt auch wirklich aus, was Jeder ist. Allein dieses Was ist zwar Ausdruck für das Allgemeine in Jedem, für das, was Jeder mit dem Andern gemein hat, aber es ist nicht Ausdruck für den “Jeder”, es drückt nicht aus, wer Jeder ist ». Questo è il terreno sul quale poggia la riflessione stirneriana, che non è una mera speculazione sull’essere e i suoi attributi, né una filosofia che si pone come scienza delle cause ultime, ma è filosofia, nella misura in cui la filosofia viene a coincidere con l’esistenza del singolo.
Ed ogni filosofia che fa del singolo astratto un concetto si presenta, secondo Stirner, nel baratro del pensiero, mentre egli pone la domanda: « Erfüllt jenes Prädicat “Mensch ” – prosegue Stirenr – die Aufgabe des Prädicats, das Subject ganz auszudrücken, und läßt es nicht im Gegentheil am Subjecte gerade die Subjectivität weg und sagt nicht, wer, sondern nur, was das Subject sei? Soll daher das Prädicat einen Jeden in sich begreifen, so muß ein Jeder darin als Subject erscheinen d. h. nicht bloß als das, was er ist, sondern als der, der er ist».
Nell’Unico, come d’altronde negli scritti minori, un’interpretazione “rivoltosa” si affianca a quella esistenziale: l’individuo giunge alla consapevolezza della propria esistenza soltanto quando, a parere di Stirner, si riconosce come individuo essenzialmente libero, non accettandosi né come cittadino né come cristiano, ma unicamente come singolo.
L’esistenzialismo stirneriano poggia quindi, a mio avviso, su di una base particolarmente problematica: il singolo riesce ad esprimere tutte le sue potenzialità soltanto a patto che nessuno tenda a limitarlo; egli deve poter liberamente dare il proprio valore a tutto ciò che lo circonda, e diventa il creare centro del suo dominio.
Il terreno del creare esclude qualsiasi limitazione; beninteso, egli non intende creare oggetti tramite un’intuizione intellettuale, ma distruggere i rapporti esistenti tra gli uomini, i quali sono prevalentemente rapporti di sudditanza; gli uomini, infatti, a parere di Stirner, non hanno più rapporti diretti tra loro, ma sono estraniati da sé stessi a causa del diritto e dello stato. Il diritto, che Stirner definisce come la volontà della società, regola i rapporti tra gli uomini in quanto volontà del dominatore; tramite la legge e quindi il diritto, lo stato, sotto la maschera di mediatore, imprime la sua stessa volontà, e il suo dominare è un tenere sotto controllo, per cui il suo nemico più pericoloso è la volontà personale. Stirner incita a creare, dunque, nuovi rapporti tra gli individui, “Mann gegen Mann”, messi l’uno di fronte all’altro, instaurando rapporti che non hanno bisogno di intermediari o di enti superiori; proponendo nuovi rapporti interpersonali, Stirner teorizza l’unione dei liberi, cioè di uomini che non vogliono più farsi governare, ma che vogliono governarsi.
Fermo restando che a nessuna interpretazione del pensiero stirneriano spetti una posizione privilegiata, ritengo, tuttavia, che un’interpretazione che poggi su un duplice piano - ovvero quello esistenziale-politico, o meglio, quello di una fenomenologia del singolo e dei suoi rapporti - possa far luce su quel complesso susseguirsi di pensieri che è il filosofare stirneriano. E’ importante a tal proposito ricordare che la figura di Stirner è stata per lungo tempo accostata al pensiero anarchico e, tramite la lettura di Marx ed Engels, ad un’ideologia tipicamente borghese. In un certo senso, sia i teorici dell’anarchismo sia gli intellettuali di sinistra hanno contribuito alla conoscenza di Stirner pubblicando molteplici volumi, ma, ricordando la riflessione di Penzo posta in luce nel suo studio su Stirner, è significativo che, nell’introduzione di C. Luporini all’edizione italiana dello scritto di Marx ed Engels Die Deutsche Ideologie, l’autore abbia cura di far notare che si deve ripensare «la parte di Stirner stesso oggi che siamo ormai lontani da quella discussione con l’anarchismo che le fu successivamente aggregata».
Interessante è notare in che modo Stirner, dopo la sua opera maggiore, si ripresentò nel dibattito filosofico del tempo: una risposta, formulata con l’intento di rendere chiare le sue riflessioni ai propri critici, attraverso un’accessibilità migliore e un’ulteriore nitidezza rispetto a quella “romanzata” usata nel Der Einzige. Stirner non aggiungerà altro alla sua filosofia, e la replica a Kuno Fischer, che è stata scritta nel 1847, sarà la conclusione della sua attività filosofica. In riferimento a tale replica, Calasso scrive che è stata «l’ultima coda di parole che proviene dal cerchio dell’Unico».
Attraverso il dibattito critico con Fischer, Stirner pose in rilievo ancora una volta aspetti fondamentali del suo pensiero e concluse la sua opera in una forma tanto polemica quanto estremamente esplicita. Nel saggio intitolato “Die modernen Sophisten”, pubblicato per la prima volta nella Rivista di Lipsia (Leipziger Revue), Fischer presentava Stirner come un sofista e la sofistica era per lui una sorta di filosofia rovesciata, posta da un soggetto che pretendeva di distinguersi dal proprio pensiero, diventando quindi un “soggetto particolare”, oggettivando in un certo senso il pensiero e considerandolo soltanto un mezzo per i propri scopi, accogliendo sotto al suo “rozzo cuore” sia la scienza morale che quella naturale. Nello stesso anno pubblicava “Die philosophiscen Reaktionäre”, dove Stirner era considerato come un filosofo reazionario. Questa considerazione porta Fischer sulle orme critiche di Feuerbach, Szeliga ed Hess, anche perché Fischer, come i critici dell’Unico, si sofferma sulla tematica dell’egoismo.
Fischer insieme a Erdmann, con Rosenkranz e Haym furono definiti da Löwith come coloro che riuscirono a «mantenere storicamente l’impero fondato da Hegel», definendoli «i veri e propri conservatori della filosofia hegeliana tra Hegel e Nietzsche, ed in particolare Fischer fu proprio il mediatore per il rinnovamento dell’hegelismo nel secolo XX».
Stirner e Fischer rappresentano intenzioni ed approcci diversi nel modo di far filosofia, e la discussione Stirner-Fischer non è da interpretarsi come esempio chiarificatore dello scontro allora in corso tra gli hegeliani di destra e quelli sinistra. Certo, nell’attacco di Fischer si possono scorgere le critiche dei conservatori del pensiero hegeliano, ma tale critica è comunque riferita a Stirner e alla sua filosofia.
Ritengo particolarmente importante soffermarsi sulle ultime righe stirneriane.
La replica di Stirner ha un tono simile agli altri suoi scritti, ma è mia opinione che tra le righe ci sia un insolito senso di tristezza; non manca, tuttavia, il suo stile pungente.
E’ lo stesso autore del Der Einzige e delle risposte ai critici che replica a Kuno Fischer di non aver compreso il suo pensiero come i suoi precedenti critici, ma mi sembra che il tono cambi quando non è più Fischer il suo nemico, ossia quando il nemico dell’unico si presenta chiaramente nascosto tra le parole di Fischer sotto forma di ideale, o, volendo usare la terminologia stirneriana, di fissazione, “ Die fixe Ideen”. E’ opportuno, quindi, un diretto riferimento al testo. A Fischer Stirner risponde in questi termini: «Ho già fatto spesso osservare che quei critici, che con grande talento e acume d’ingegno hanno vagliato e analizzato gli oggetti della loro critica, si sono certamente sbagliati nei riguardi di Stirner, che ognuno di essi fu trascinato alle conseguenze più diverse del suo abbagli e spesso a vere e proprie sciocchezze. Così Kuno Fischer si dà l’inutile pena di sviluppare l’egoismo e l’Unico di Stirner come conseguenza dell’auto-coscienza di Bauer e della “critica pura”. [...]
Nel libro di Stirner non si trova nulla di tutto questo. Anzi il libro di Stirner era già terminato, prima che Bruno Bauer voltasse le spalle alla sua critica teologica come a cosa liquidata». Successivamente, all’accusa di Fischer là dove sostiene che l’egoismo stirneriano si presenta come un egoismo dogmatico, in quanto l’egoismo è diventato un’entità teoretica, Stirner risponde: «Se il Signor Fischer avesse letto quel saggio, non sarebbe arrivato al comico abbagli di trovare nell’egoismo di Stirner un “dogma”, “un’imperativo categorico” strettamente inteso, un “dovere” strettamente inteso, come lo suscita l’umanesimo dicendo:<Tu devi essere 'uomo' e non 'nonuomo'>, costruendo secondo questo principio il catechismo morale dell’umanità. Là lo stesso Stirner ha definito “l’egoismo” come una “frase”; ma come un’ultima frase “frase” possibile, che è adatta a mettere fine al dominio delle frasi».
Si ripresenta quindi uno Stirner energicamente determinato a “bacchettare” un critico come Fischer non particolarmente attento e impreciso nei suoi riguardi; il suo linguaggio polemico, a mio avviso, muta istantaneamente allorquando Stirner fa delle osservazioni sulla condizione sociale e sull’operato della propria fatica.
L’indecisione che c’è tra gli studiosi su questo saggio è senza dubbio giustificata, ma ritengo che il contenuto del saggio sia in pieno accordo con lo spirito stirneriano e dunque credo sia di grande interesse riflettere su di esso, non soltanto perché Stirner non ha mai preso le distanze da tale scritto, ma soprattutto perché in esso viene presentata una riflessione esistenzialmente coerente e politicamente determinata.
A mio giudizio risalta subito un tono dimesso laddove Stirner esprime certe sue considerazioni. Credo che sia stata amara la consapevolezza di Stirner riguardo alla risonanza ricevuta dalla sua opera, non perché egli era desideroso di avere una cattedra universitaria, ma in quanto la sua opera non è stata compresa. Il 1847 è considerato dagli studiosi di Stirner come l’ultimo anno della notorietà del filosofo in questione. La mancata risposta sociale determina a mio giudizio tali passi: «Il vostro “mondo morale” ve lo lascia volentieri: ab immemorabili esso è esistito soltanto sulla carta; è l’eterna menzogna della società e si infrangerà sempre contro la ricca varietà e inconciliabilità dei singoli uomini di forte volontà. Lasciamo ai poeti questo ”paradiso perduto”»; «Il mondo ha fin troppo languito sotto la tirannia del penero, sotto il terrorismo dell’idea». E’ il ripresentarsi, o meglio l’assoluta esistenza dell’“idea fissa”, non scalfita dall’opera di Stirner il motivo, a mio parere, del tono dimesso del nostro filosofo. Accanto a questa considerazione del reale nel saggio si trovano anche alcune considerazioni sull’operato del nostro filosofo: si ripresenta la problematica rispetto al linguaggio già affrontata in precedenza, e una considerazione quasi auto-biografica della sua esistenza: «Stirner stesso ha definito il suo libro come un’espressione in parte “maldestra” di ciò che voleva. Esso è l’opera faticosa degli anni migliori della sua vita; eppure lo chiama in parte “maldestra”. Tanto egli dovette lottare con una lingua, che era stata corrotta dai filosofi, maltrattata dai devoti dello Stato, della religione e di altre fedi. E resta capace di un’immensa confusione di concetti».
I migliori anni spesi alla sua opera, una lotta estenuante contro il linguaggio corrotto, il difendersi da interpretazioni errate e tendenziose della sua filosofia si trasformano in un sfogo personale. Stirner recide ogni legame con il mondo.
Non ritengo questa una posizione irrazionale, anzi, a mio giudizio è razionalissima. Stirner è un pensatore che non fa filosofia estraniato dalla realtà, e forse quel reale non era pronto per le sue riflessioni, come si mostrerà pronto successivamente per quelle marxiane. Restano con tono amaro e deciso le ultime parole di Stirner: «Il sono “Unico”. Ma questo tu non lo vuoi proprio. Tu non vuoi che io sia un uomo reale; alla mia unicità tu non dai alcun valore. Tu vuoi che io sia “l’uomo” come tu l’hai costruito, quale modello per tutti. Tu vuoi rendere norma della mia vita il “plebeo principio dell’uguaglianza”. Principio per principio! Esigenza per esigenza io ti oppongo il principio dell’egoismo. Io voglio essere soltanto io. Io disprezzo la natura, gli uomini e le loro leggi, la società umane e il suo amore; e tronco ogni rapporto obbligatorio con essa, perfino quello del linguaggio. A tutte le pretese del vostro dovere, a tutte le indicazioni del vostro giudizio categorico io oppongo l’”atarassia” del mio io. Sono già arrendevole se mi servo della lingua. Io sono l’”indicibile”, “io semplicemente mi mostro”».


3. Indicibiltà ed esistenza, l’appartenenza a se stessi
Stirner scrive al termine della sua opera: «Man sagt von Gott: “Namen nennen Dich nicht”. Das gilt von Mir: kein Begriff drückt Mich aus, nichts, was man als mein Wesen angibt, erschöpft Mich; es sind nur Namen»; questo periodo contiene a mio avviso una posizione cardine del suo pensiero.
Qualche anno più tardi, nelle risposte ai critici, scrive: «Was Stirner sagt, ist ein Wort, ein Gedanke, ein Begriff; was er meint, ist kein Wort, kein Gedanke, kein Begriff. Was er sagt, ist nicht das Gemeinte, und was er meint, ist unsagbar »; dopo questa affermazione stirneriana, solo una riflessione privata nel silenzio può a mio parere aiutare a comprendere ciò che egli sosteneva.
Di solito in filosofia non capita che un pensatore ponga delle differenze tra quello che dice e quello che in realtà sostiene, soprattutto quando quelle differenze sono in realtà invalicabili. Nelle pagine iniziali ho esposto brevemente che cosa sia l’esistenza, ma ciò che ho scritto, in fondo, non sono altro che parole, concetti espressi, idee, mentre, per Stirner, l’esistenza o l’essere caduco non è né una parola né un concetto, ma il centro su di cui ruota tutto ciò che è. La centralità dell’individuo sia in sede ontica che ontologica è non soltanto un presupposto del pensiero stirneriano, ma è anche il suo punto d’approdo, in quanto Stirner, esulando dalla creazione di qualsiasi architettonica del pensiero, fa della filosofia non una questione accademica, ma una questione di vita.
La sua posizione a proposito è decisamente nuova e le categorie del pensiero, a suo giudizio, non sono in grado di cogliere questa realtà, che a mio avviso può essere definita come una sub-realtà; infatti, anche se il singolo individuo appartiene ad una determinata cultura, è egli stesso una sub-cultura, dal momento che ogni individuo porta con sé tutto un tessuto esistenziale fatto della propria esperienza, che viene inevitabilmente compromesso allorquando lo si generalizza nella specie; l’unico è un nome indeterminato, vuoto da qualsiasi determinazione, e soltanto l’individuo può colmare la sua assenza di significato, in quanto egli è colui che vive.
Tutto ciò è stato espresso da Stirner in maniera cristallina cercando di scampare dall’equivoco; riporto di seguito un susseguirsi delle sue affermazioni che mostrano a mio avviso la veridicità di quello che sostengo: « Stirner nennt den Einzigen und sagt zugleich: Namen nennen Dich nicht; er spricht ihn aus, indem er ihn den Einzigen nennt, und fügt doch hinzu, der Einzige sei nur ein Name; er meint also etwas Anderes, als er sagt, wie etwa derjenige, der Dich Ludwig nennt, nicht einen Ludwig überhaupt, sondern Dich meint, für den er kein Wort hat »; « Man schmeichelte sich immer, daß man vom “wirklichen, individuellen” Menschen rede, wenn man vom Menschen sprach; war das aber möglich, so lange man diesen Menschen durch ein Allgemeines, ein Prädicat, auszudrücken begehrte? Mußte man nicht, um diesen zu bezeichnen, statt zu einem Prädicate, vielmehr zu einer Bezeichnung, einem Namen, seine Zuflucht nehmen, wobei die Meinung, d. h. das Unausgesprochene, die Hauptsache ist? »; « Die Einen beruhigten sich bei der “wahren, ganzen Individualität”, die doch nicht von der Beziehung auf die “Gattung” frei wird; Andere bei dem “Geiste”, welcher gleichfalls eine Bestimmtheit ist, nicht die völlige Bestimmungslosigkeit. Im “Einzigen” nur scheint diese Bestimmungslosigkeit erreicht zu sein, weil er als der gemeinte Einzige gegeben wird, weil, wenn man ihn als Begriff, d. h. als Ausgesprochenes, faßt, er als gänzlich leer, als bestimmungsloser Name erscheint, und somit auf seinen Inhalt außerhalb oder jenseits des Begriffes hinweist. Fixirt man ihn als Begriff – und das thun die Gegner – so muß man eine Definition desselben zu geben suchen und wird dadurch nothwendig auf etwas Anderes kommen, als auf das Gemeinte; man wird ihn von anderen Begriffen unterscheiden und z. B. als das “allein vollkommene Individuum” auffassen, wodurch es dann leicht wird, seinen Unsinn darzuthun. Kannst Du Dich aber definiren, bist Du ein Begriff?»; « Die Einen beruhigten sich bei der “wahren, ganzen Individualität”, die doch nicht von der Beziehung auf die “Gattung” frei wird; Andere bei dem “Geiste”, welcher gleichfalls eine Bestimmtheit ist, nicht die völlige Bestimmungslosigkeit. Im “Einzigen” nur scheint diese Bestimmungslosigkeit erreicht zu sein, weil er als der gemeinte Einzige gegeben wird, weil, wenn man ihn als Begriff, d. h. als Ausgesprochenes, faßt, er als gänzlich leer, als bestimmungsloser Name erscheint, und somit auf seinen Inhalt außerhalb oder jenseits des Begriffes hinweist. Fixirt man ihn als Begriff – und das thun die Gegner – so muß man eine Definition desselben zu geben suchen und wird dadurch nothwendig auf etwas Anderes kommen, als auf das Gemeinte; man wird ihn von anderen Begriffen unterscheiden und z. B. als das “allein vollkommene Individuum” auffassen, wodurch es dann leicht wird, seinen Unsinn darzuthun. Kannst Du Dich aber definiren, bist Du ein Begriff? »; « Es ist, indem Du der Inhalt des Einzigen bist, an einen eigenen Inhalt des Einzigen, d. h. an einen Begriffsinhalt nicht mehr zu denken ».
Nell’Unico e la sua proprietà Stirner mostrò come il cristianesimo aveva realizzato il concetto di uomo, trasformandolo in un essere “santo”, dal momento che dentro di lui albergava il divino; l’uomo era dunque eterno, e rappresentava la realizzazione di quella che era l’idea cristiana, esposta tra l’altro nell’opera del Feuerbach.
Nell’ultimo capitolo del Der Einzige Stirner affronta una problematica di capitale importanza, il dualismo tra il reale e l’ideale. Il pensiero dominante del tempo era la filosofia hegeliana che dettava le leggi del superamento di questi due termini nella sintesi; ma Stirner si pone contro questa tesi, rivolgendo la sua critica soprattutto al pensiero cristiano, tra i cui esponenti venivano annoverati pensatori quali appunto Hegel e Feuerbach.
Stirner scrive: «Der Gegensatz des Realen und Idealen ist ein unversöhnlicher, und es kann das eine niemals das andere werden: würde das Ideale zum Realen, so wäre es eben nicht mehr das Ideale, und würde das Reale zum Idealen, so wäre allein das Ideale, das Reale aber gar nicht. Der Gegensatz beider ist nicht anders zu überwinden, als wenn man beide vernichtet. Nur in diesem «man», dem Dritten, findet der Gegensatz sein Ende; sonst aber decken Idee und Realität sich nimmermehr. Die Idee kann nicht so realisiert werden, daß sie Idee bliebe, sondern nur, wenn sie als Idee stirbt, und ebenso verhält es sich mit dem Realen ».
Spezzare la tradizione cristiana per Stirner vuol dire rimettere in discussione tutto un mondo già costituito e la missione che l’individuo si è trovato davanti, che per gli antichi era realizzare il regno di Dio, per i moderni è, invece, realizzare lo sviluppo della storia dell’umanità. Tale è la missione dell’uomo, del Dio incarnato e della religione moderna. Ma avverte Stirner: «Das Ideal «der Mensch» ist realisiert, wenn die christliche Anschauung umschlägt in den Satz: «Ich, dieser Einzige, bin der Mensch». Die Begriffsfrage: «was ist der Mensch?» – hat sich dann in die persönliche umgesetzt: «wer ist der Mensch?» Bei «was» suchte man den Begriff, um ihn zu realisieren; bei «wer» ist’s überhaupt keine Frage mehr, sondern die Ant[412]wort im Fragenden gleich persönlich vorhanden: die Frage beantwortet sich von selbst ».
Mi permetto a questo punto di presentare una mia riflessione: per Stirner l’unico è l’individuo che vive qui ed ora, e non esiste predicato che possa esaurire questo suo stato di esistenza, poiché ogni concetto è ideale, mentre il singolo è reale. Penzo ha posto in luce la differenza tra l’autentico, in quanto “proprio” e l’inautentico, in quanto altro dall’io, come la santità, la fissazione e l’ossesso, realtà costituite da una dimensione inautentica come quella dello stato e della chiesa.
Ancor di più egli pone in rilievo precisamente la condizione del predicato, ovvero lo sforzo del pensiero stirneriano di eliminare qualsiasi tipo di predicato, posizione tipica di un nominalista, e soprattutto di Stirner che è il più nominalista tra tutti; in questo stesso contesto scrive anche che eliminare il predicato è come eliminare, o meglio, rigettare tutta la metafisica occidentale, la quale si fonda appunto sulla differenza tra il soggetto e il suo predicato.
A mio parere è indicativa in quest’ambito, la riflessione stirneriana sul linguaggio, in quanto Stirner classifica il linguaggio essenzialmente come linguaggio cristiano, religioso, mostrando come certi termini abbiano ricevuto un significato negativo proprio da questa matrice religiosa. Il linguaggio è un costrutto e come tale anch’esso è statico, dunque il suo sviluppo è da considerarsi, a mio avviso, soltanto formale, visto che riguarda lo sviluppo di una lingua o di determinati termini, mentre i contenuti che essi possono veicolare restano pur sempre invariati.
Ma perché Stirner nelle risposte ai critici scrive che quello che lui scrive non è quello che sostiene (meinen)? E perché quello che pensa è indicibile? Cos’è che in realtà pensa?.
Certo, l’esistenza è priva di concetto, e per questo credo che vale quanto ho scritto nelle pagine di cui sopra. Ma non si potrebbe supporre altro nel suo pensiero?
Non sapendo rispondere a questa domanda ho creduto opportuno accostarmi al mondo letterario, ed ho osservato che in un certo senso questa inadeguatezza del linguaggio era stata notata sia da Dante Alighieri che da Giacomo Leopardi.
Beninteso, questa similitudine vuole porre in evidenza l’incomunicabilità di un’esperienza o di una consapevolezza, a livello di coscienza, che l’individuo nella sua esistenza ha la possibilità di compiere, e nient’altro. Si tratta di un’esperienza o di una consapevolezza che prescinde totalmente dalla quotidianità, e che si presenta, a mio avviso, allorché ci si rapporti a Dio o a sé stessi. Significative sono le posizioni del nostro filosofo e dei due poeti succitati con i loro rispettivi terreni di indicibilità. Dio, l’Amore e il Singolo sono rispettivamente per Dante, Leopardi e Stirner gli ambiti dell’indefinibile.
L’indicibilità è intraducibilità, ma soprattutto essa è per il soggetto l’occasione autentica, che non è sottoposta a leggi e non ha bisogno di essere ragionata, dal momento che è intuizione e non concetto. Soltanto il centro fondamentale del pensiero su cui si reggono tutte le altre riflessioni è indicibile, esso si presenta come nucleo fondante. Nell’ultimo canto del paradiso, trovatosi dinanzi a Dio, Dante non riuscì a descriverlo; alla fine del suo viaggio la parola divenne insufficiente, ed egli, maestro della lingua, scrisse: Oh quanto è corto il dire e come fioco/ al mio concetto!
E questo, a quel ch’i’ vidi, / e tanto, che non basta a dicer « poco ». Allo stesso modo il Leopardi non poté esprimere l’amore che risiedeva nel suo cuore per la scomparsa Silvia, e scrisse: Lingua mortal non dice/ quel ch’io sentiva in seno. Dio che è infinito e meraviglioso è per Dante impossibile da tradurre in termini di linguaggio, in quanto il linguaggio non è adatto a questo contenuto; parimenti l’amore che il Leopardi provava è inesprimibile, pressoché indefinibile per ampiezza e profondità, in quanto è sinonimo di vita.
Ebbene, è l’esistenza concreta che per Stirner è indicibile, dal momento che essa è viva, in costante movimento e sviluppo, e non appartiene alla schiera dei concetti, i quali possono essere espressi adeguatamente tramite il linguaggio. Ma ancor più inesprimibile è la consapevolezza della propria esistenza e delle proprie possibilità, così come e l’appartenenza a sé stessi. E’ da tutta questa consapevolezza che deriva, a mio avviso, quella connessione tra i termini unico e proprietà. L’unico è quell’individuo che ha raggiunto questa consapevolezza, che ha riposto la sua causa su null’altro che se stesso, liberandosi da una fitta tela di legami che lo immobilizzavano: «Ich bin nur dadurch Ich, daß Ich Mich mache, d. h. daß nicht ein Anderer Mich macht, sondern Ich mein eigen Werk sein muß».
Non è mia intenzione riuscire ad esprimere ciò che non può essere espresso, ma è pur certo che non ci sarebbe ragion di questo modesto scritto, se in realtà il silenzio di Stirner non fosse stato, a mio parere, almeno comprensibile. La comprensione, e di conseguenza il senso, vengono a maturarsi tramite la lettura attenta dell’opera del nostro filosofo, spesso difficoltosa, e non dimenticando mai il contesto storico in cui nacque.
La genealogia dell’opera stirneriana, pur trattando una moltitudine di temi discussi in quel tempo, fa perno sempre sul medesimo punto, ovvero quello del dominio dello stato e della chiesa dell’epoca, un dominio che si presenta sia da un punto di vista psichico, che fisico. Non credo che in Stirner il silenzio sia indice di comprensione e traducibilità, come per quanto riguarda la riflessione heideggeriana, ma ritengo che sia piuttosto indice di riflessione interiore.
La consapevolezza stirneriana è espressa, a mio avviso, in tutta la sua produzione, non solo quella strettamente filosofica, ma anche quella giornalistica, approdando con totale convinzione alla pubblicazione della sua opera maggiore. Il suo pensiero non è riconducibile in senso stretto a quella corrente filosofica denominata esistenzialismo. Stirner affronta tematiche feconde per questa corrente, ma il suo interesse è principalmente la condizione dell’esistenza e non l’esistenza fine a se stessa. L’esistenza non ha bisogno di essere né spiegata né aiutata ad essere, in quanto essendo, l’esistenza già è. Ma sono le sue condizioni che possono essere migliorate e questo punto è forse il lato più problematico della filosofia dell’Unico, in quanto si è soliti attribuire “vuotezza” ad individui che non ritrovano alcuna trascendenza negli uomini e che non accettano quei valori che il sentimento religioso ha creato; valutando negativamente qualsiasi posizione personale, egoistica, si privilegia, in genere, un certo ideale di uguaglianza e di diritto che poi nella vita reale manca. «Stirner e Marx – scrive K. Löwith – filosofano l’uno contro l’altro nello stesso deserto della libertà», ma tra di loro vi fu incomprensione e assenza di dialogo, manifestazione di uno scontro di diverse posizioni di base, ma volto per vie differenti al miglioramento delle condizioni esistenti. L’Empörung stirneriano non parte da una insoddisfazione dei singoli verso le istituzioni, ma da un’insoddisfazione degli uomini verso sé stessi (von der Unzufriedenheit der Menschen mit sich aus); non si tratta, avverte Stirner, di una levata di scudi (eine Schilderhebung), ma di un sollevamento (Erhebung) dei singoli, cioè un emergere ribellandosi – sollevandosi (ein Emporkommen).
E’ indubbio che l’Empörung e la Verein sono i capisaldi della sua filosofia, in quanto sono i punti d’approdo della proposta del nostro filosofo. Centrale in quest’ambito è anche la politica, ma essa poggia su di una premessa particolare che fa di Stirner un esistenzialista caratteristico. L’ordinamento sociale che permette ad una moltitudine di persone di vivere insieme è lo stato, ma come abbiamo già detto, la staticità delle forme statali che si erge al di sopra dell’individuo, tentando di dominarlo, è un obiettivo che Stirner vuole abbattere. Ebbene, a mio avviso, vi è un legame intrinseco tra l’individuo e l’associazione o unione. Quest’ultima si presenta, infatti, come l’assetto sociale più vicino alla condizione dell’individuo unico, giacché egli, essendo principalmente un essere caduco, crea condizioni parzialmente durevoli - giammai a parere di Stirner condizioni eterne.
Anche se, tramite il presente scritto, ho cercato di porre in luce il legame che a mio avviso esiste nel pensiero stirneriano tra l’indicibilità e l’esistenza e la relativa riflessione sul linguaggio, è in ogni caso indispensabile giungere fino alla teorizzazione della Verein. In questo senso anche le dissertazioni stirneriane ricevono particolare importanza allorquando l’intento stirneriano si esplica tramite le sue successive opere. Proprio grazie a questa concatenanza il suo pensiero si mostra e nel mostrarsi credo che abbia sempre qualcosa da avere, da aggiungere; l’intera opera di Stirner non vuole essere letta in forma passiva, essa stuzzica il lettore e man mano che le parole aumentano il suo pensiero si presenta sempre più forte, aumentano vertiginosamente i concetti e, di conseguenza, il lettore è indotto ad una riflessione personale, riflessione beninteso non astratta, non sull’ontologia dell’essere, ma concentrata sulla sua situazione esistenziale come individuo isolato che è sempre vissuto in una società, dal momento che la sua condizione esistenziale è intrinsecamente legata a quella sociale.
Ma ritornando all’oggetto del presente scritto, ossia l’esistenza e l’indicibilità dell’Unico, credo opportuno soffermarmi ora sul concetto di esistenza. Nel principio del presente scritto ho posto in relazione Stirner con gli esponenti del pensiero esistenziale, esprimendo l’idea che in esso si possono ritrovare delle considerazioni che sono state alla base dell’esistenzialismo del novecento. Un punto fondamentale del pensiero stirneriano richiama una “caratteristica” della filosofia esistenzialista, presente, in particolare, nelle figure di Heidegger e di Sartre. La vicinanza di tematiche trattate ovviamente in modo differente da Stirner e da Heidegger è stata rilevata grazie all’intuizione di Penzo, che mette in luce tale “rapporto” tramite dei passi tratti dalle loro opere maggiori. Sia Stirner che Heidegger non fanno alcuna differenza tra l’esistenza e l’essenza, anzi entrambi sostengono che la vera essenza dell’uomo è la sua esistenza: «Dagegen Eigenheit, das ist mein ganzes Wesen und Dasein, das bin Ich selbst». Per quanto riguarda il pensiero heideggeriano si può leggere: « L’essenza dell’Esserci consiste nella sua esistenza. [...] Questi due caratteri dell’Esserci, il primato dell’exsistentia, e l’esser-sempre-mio, bastano a far vedere che un’analitica di questo ente si trova innanzi a un campo fenomenico del tutto particolare », « Se l’esistenza determina l’essere dell’Esserci e se la sua essenza è costituita da un poter-essere, ne viene che l’Esserci, potendo-essere fin che esiste, ha sempre ancora qualcosa da essere ».
Ma è soprattutto Sartre che pone l’accento sulla questione, anche perché, rispetto a Heidegger, la sua filosofia è incentrata sulla dimensione puramente esistenziale: « In termini filosofici, ogni oggetto ha un'essenza e un'esistenza.
Un'essenza, cioè un assieme costante di proprietà; un'esistenza, cioè una certa presenza effettiva nel mondo. Molti credono che prima venga l'essenza e poi l'esistenza.[...] Tale idea trova la sua origine nel pensiero religioso [...] E per tutti coloro i quali credono che Dio crei gli uomini, bisogna pure ch'egli l'abbia fatto riferendosi all'idea che aveva di loro. Ma anche quelli che non hanno la fede hanno conservato l'opinione tradizionale secondo cui l'oggetto non esisteva mai se non in conformità con la sua essenza; e l'intero XVIII secolo ha pensato che vi era un'essenza comune per tutti gli uomini, chiamata natura umana. L'esistenzialismo reputa, al contrario, che nell'uomo, e solo nell'uomo, l'esistenza precede l'essenza. Ciò significa semplicemente che l'uomo anzitutto è e che poi è questo o quello. L'uomo deve crearsi la propria essenza ».
Queste posizioni sembrano trovare la loro fonte principale in Hegel, filosofo che indubbiamente ha influito su tutti i pensatori sia a lui contemporanei che posteriori. Maestro di Stirner, Hegel volle presentare la sua posizione intorno ad un tema tanto dibattuto dalla scolastica, ossia la differenza ontologica dell’essenza dall’esistenza. La concezione hegeliana dell’esistenza “superava” sia la distinzione aristotelica tra atto e potenza, sia quella tomistica tra essere e atto d’essere, in cui l’esistenza era considerata come actus essendi; in Hegel, infatti, la distinzione ontologica tra essenza ed esistenza veniva colmata dallo spirito in quanto processo, e nella Scienza della logica si trova una delle prime formulazioni di questo concetto: « Così l’esistenza non è quindi da prendersi quasi un predicato o quasi una determinazione dell’essenza, in modo di poter dire la proposizione: L’essenza esiste, ossia ha esistenza; ma l’essenza è passata nell’esistenza; questa è la sua assoluta estrinsecazione, al di là della quale l’essenza non è rimasta. La proposizione dunque sarebbe: L’essenza è l’esistenza; essa non è diversa dalla sua esistenza ».
Secondo Hegel, quindi, il predicato dell’essenza e quello dell’esistenza convergono nella sintesi, ossia nell’individuo vivente; la distinzione è tolta e il mediato (il processo) è diventato immediato. Cartesio, infatti, fu contestato proprio per come faceva realizzare l’esistenza soltanto attraverso il pensiero (Cogito ergo sum), anteponendo il cogito al sum, come mostra Heidegger in Essere e Tempo. E se Heidegger vuole approfondire la dimensione ontologica del sum attraverso un’analitica esistenziale, per mettere a fuoco l’occultamento dell’Essere fatto dalla filosofia scolastica e moderna a vantaggio dell’Ente, Stirner, dal canto suo, non mostra interesse verso la problematica posta dalle meditazioni cartesiane, ma vede in Cartesio un pensatore cristiano che fonda tutto sullo spirito, sul pensiero: «Das dubitare des Cartesius enthält den entschiedenen Ausspruch, daß nur das cogitare, das Denken, der Geist – sei. [...] Nur das Vernünftige ist, nur der Geist ist! Dies ist das Prinzip der neueren Philosophie, das echt christliche. [...] Cartesius’ cogito, ergo sum hat den Sinn: Man lebt nur, wenn man denkt. Denkendes Leben heißt: «geistiges Leben»! Es lebt nur der Geist, sein Leben ist das wahre Leben.».
Heidegger e Stirner si soffermano sullo stesso punto, quello riguardante il “sum”. Beninteso, Heidegger cerca attraverso la filosofia, che per lui è ontologia, l’Essere e il suo senso, ed è costretto a rivolgersi all’uomo, “l’Esser-Ci” per indagare sul proprio senso, dal momento che l’Esser-Ci ex-siste in quanto progetto di se stesso, come essere di volta-in-volta, non come semplice presenza, come l’ente (oggetto); solo l’Esser-Ci, per Heidegger, è in grado di indagare angosciosamente circa il suo senso.
Più volte abbiamo posto in luce l’importanza della consapevolezza nel pensiero stirneriano dell’unicità dell’individuo. Per demolire la schiavitù in cui l’individuo è caduto ad opera del regno dei pensieri “divini” e “morali”, l’Unico stirneriano si richiama “al senso del suo essere” irripetibile nella sua esistenza, passando da uno stato inautentico, dove manca quell’autodeterminazione individuale, al riconoscimento da parte del singolo della sua unicità e quindi alla dimensione autentica propria dell’Unico stirneriano; mantenendo la differenza tra questi due pensatori, ci sembra che l’Esserci heideggeriano e l’Unico stirneriano condividano sia il passaggio da uno stato inautentico ad uno autentico, sia la consapevolezza che la vera essenza dell’uomo è la sua esistenza. L’Esserci, infatti, vive “innanzitutto e per lo più” nella “quotidianità media”, poiché il rapporto col mondo in generale è essenzialmente deiezione, e raggiunge la dimensione autentica soltanto nel momento in cui questo andare verso la dimensione autentica è spinto dalla “voce della coscienza” che lo porta a liberarsi dalla dimensione del “Si” impersonale, riconquistando la sua autenticità: « L’apertura dell’Esserci implicita nel voler-aver-coscienza è quindi costituita dalla situazione emotiva dell’angoscia, dalla comprensione come autoprogettarsi nell’esser-colpevole più proprio, e dal discorso come silenzio. L’apertura autentica, attestata nell’Esserci stesso dalla sua coscienza, cioè il tacito ed angoscioso autoprogettarsi nel più proprio esser colpevole, è ciò che chiamo decisione ».
L’Esserci tramite la situazione emotiva e la comprensione si scoprirà colpevole della sua “nullità”, ovvero della sua mancanza di fondamento, ma proprio in virtù di questo si comprenderà la temporalità come orizzonte dell’Essere. Le ultime frasi dell’Unico e la sua proprietà mostrano proprio che l’esistenza è la temporalità dell’unico, siccome senza l’esistenza non esiste unico: «Jedes höhere Wesen über Mir, sei es Gott, sei es der Mensch, schwächt das Gefühl meiner Einzigkeit und erbleicht erst vor der Sonne dieses Bewußtseins. Stell’ Ich auf Mich, den Einzigen, meine Sache, dann steht sie auf dem Vergänglichen, dem sterblichen Schöpfer seiner, der sich selbst verzehrt, und Ich darf sagen: Ich hab’ mein’ Sach’ auf Nichts gestellt».

L’unico e l’Esserci, quindi, giungono all’autenticità (Eigentlichkeit), ricordando lo stesso Heidegger, che insiste sul fatto che questa espressione vada presa nel suo rigoroso significato etimologico: ciò che è proprio (eigen-), termine d’altro canto fondamentale nella filosofia dell’Unico. Crediamo che in entrambi i casi non sia un prendere, ma un riprendere “una posizione” tolta da tutto ciò che tende a generalizzare l’esistenza singola. Bonanno fa notare come in questi due pensatori la tematica della morte e quella del silenzio si intreccino, ponendo in questi termini le basi per un discorso esistenziale.

Renato D’Ambrosio

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