giovedì 31 maggio 2012

UNA SERA...






Una sera, in casa sua, discutevo con un ingegnere e dicevo che, per l’individualista, non esistono che due concezioni logiche della vita: l’anarchia o l’imperialismo. Il dottore protestò; io spiegai il mio pensiero.
«La libertà dell’individuo non finisce dove comincia quella degli altri. Essa termina solo dove si arresta la sua forza. Per soddisfare le mie passioni o per fare trionfare le mie idee, io debbo necessariamente combattere e vincere chi ha passioni o idee contrarie alle mie. Se gli altri mi resistono, se sono individualisti come me e non vogliono riconoscere nessuna autorità, allora fra le libere forze guerreggianti si produce spontaneamente un equilibrio che oscilla. Ora un piatto della bilancia pende da un lato, ora l’altro piatto pende dal lato opposto. Ciascuno sviluppa il massimo della potenza per contenere l’avversario e non possono più verificarsi sovrapposizioni definitive, stabili comandi ed ubbidienze rassegnate. Questa è l’anarchia. Ma se invece gli altri cedono all’attacco, se il loro gregarismo li spinge a curvarsi dinnanzi all’uomo superiore, è naturale che questi eserciti sulla massa amorfa il suo imperio e della massa si serva come materiale per la costruzione del capolavoro della sua grandezza. Tal’è l’imperialismo. Contro ogni despota insorgono, nel generale servaggio, i pochi uomini che non intendono adattarsi alla schiavitù; ma il despota ed il ribelle sono manifestazioni equivalenti della vita intensa, tropicale, esuberante che non tollera freni e limitazioni. Perciò l’anarchia e l’imperialismo si avvicinano più di quanto si creda».
« Ma la tua è la morale della forza », osservò, scandalizzato, l’ingegnere socialista.
« E non é l’anarchia — protestò il vecchio leader — l’anarchia è amore, fratellanza, libero accordo fra gli uomini in una società perfetta ed egualitaria ».
«Si, l’anarchia dei frati, di Sant’Errico Malatesta e del principe Kropotkine. Perché fosse realizzabile occorrerebbe che nell’uomo esistessero solo le passioni che la morale ha convenuto chiamare buone. Ma dal fondo oscuro della nostra natura, da quello che Dostoevskij definisce il fondo sotterraneo e Nietzsche il fondo dionisiaco dell’io, erompono, ad ogni istante, impulsi diversi che ci spingono all’amore o all’odio, alla generosità o alla crudeltà, all’accordo o alla lotta. L’io è una realtà complessa e tenebrosa non un essere semplice, facilmente conoscibile e classificabile tra gli animali socievoli. Se mi ricordate, con Aristotele, che l’antropos est politicon, io vi rispondo citandovi la « Favola delle api » di Mandeville. L’uomo è sociale ed antisociale a seconda dei momenti, delle circostanze, delle passioni. L’io, che vuole soggiogare il non io, si palesa talvolta sotto sembianze angeliche, tal’altra sotto il ceffo di Satana.
Per questo il vostro sogno idilliaco è una utopia. L’impulso all’unità, quell’impulso biologico, fondamentale, di cui parla Bakunin, manca nel genere umano ».

Enzo Martucci

Bruno Filippi – Arte libera di uno spirito libero

Bruno Filippi – Arte libera di uno spirito libero



Falange di tisici cronici più moralmente che fisicamente, microcefali, zoppi, gobbi, ciechi, visi orrendi, scolpiti dal vizio, dalla sifilide, dall’alcool.

Bocche sdentate, gialle, bavose, a che vomitate contro me orrendi improperi?

Tutto l’odio che vi gorgoglia nella strozza, che vi fa colare due rivoletti di bava agli angoli della bocca, non mi smuove dalla mia indifferenza.

Scuotete pur le pugna avvezze a rivoltar letame! E voi donne insultatemi pure, voi nel cui grembo si perpetua il dolore umano. Siete tutti vili, vili! Esseri spregievoli, degni della frusta! Rettili striscianti in cerca di uno sporco tozzo di pane, cani che leccate la mano di chi vi batte! Ed è per voi, proprio per voi che dovrei insorgere?

Per voi, per i vostri figli e le vostre madri?

Carogne imputridite nella rassegnazione, mummie tarlate di una società in decadenza, voi vi ingannate. Io non darò la più piccola goccia di sangue per la vostra causa, non sacrificherò neanche una sigaretta per voi.

Continuate nella vostra discesa nel fango. Man mano che voi scenderete, io salirò. Io godrò nel vedere la degenerazione che si fa strada entro voi, godo, godo….

Giorno per giorno la fronte vi diviene sfuggente, la bocca patibolare. Giorno per giorno le stimmate della putrefazione avanzata si scorgono sotto la pelle giallastra.

E io rido, rido!…

Che gioia assistere allo sfacelo di un mondo, vedere dovunque sangue, cadaveri, putredine!

Mentre e borghesia e popolo s’ingannano a vicenda e a vicenda si sgozzano.

Io assisto esilarato per tutto questo affannarsi senza scopo.

Là un Kaiser, qui un Wilson ecc…., e dappertutto popoli che si lamentano e non insorgono.

Nel fango, rettili!

Io non voglio unirmi alla coorte dei cortigiani del proletariato, che essi scusano, incensano, ornano di lauri. No, o egregi parolai, la vostra verve non maschera nulla. Il popolo è sempre lì, idiota, vigliacco, rassegnato. Ed io che mi sento superiore, voglio esserlo, e la mia sarà una superiorità che pagheranno e borghesia e proletariato. Languite nella fame, negli stenti, vegetate, bestialmente fecondando uteri in un pullulare di rampolli cenciosi, sudici, scrofolosi, rachitici.

Forza! Alzate in coro il vostro lamento vigliacco! Dite che avete fame. Stendete la mano di fronte alla vetrina colma di gioielli. Fate, fate! Lamentatevi della guerra, mentre siete voi i suoi autori e i continuatori perchè la sopportate! Ma io fuggo il vostro putridume che vorrebbe insozzarmi. Superbamente solo, rompo le catene che mi avvincono a voi, e mi separo dal gregge dei cani rognosi sommessi al pastore. Solo vagherò per il mondo portando ovunque il mio odio e il mio disprezzo. Solo nella lotta. Solo nella vittoria, e solo nella sconfitta. Le mie idee saranno il veleno che deve finire per intossicarvi e voi tremerete davanti a me come davanti al Re, al supremo!…

E intanto rido alla vostra ridda grottesca e sanguinosa, rido tanto che non vedo più nessuno e mi pare che l’umanità sia una immensa piaga cancrenosa che continuamente sgorga marciume denso e puzzolente. E questa piaga si muove, si agita, si copre di croste che poi scompaiono per poi dar posto a un altro sgorgo di materia puzzolente….

E io rido, rido!…

*
Vecchissimi ruderi di un sentimentalismo ormai tramontato, a che v’ostinate nel vostro muffoso ideale? Non udite la vita che rombando incalza ed insegna?

Finora assorti in un placido sogno di pace, in un avvenire lucente, combatteste così, cogli occhi spersi nella vostra illusione. Ma ora poniamo un problema e voi dovete avere il coraggio di affrontarlo e discuterlo.

Vi poniamo il problema dell’essere o non essere. Finora il vostro sogno fu l’altruismo, il sacrificio per l’umanità, per l’avvenire. E così voi sacrificaste tutto il vostro essere in questa inversione intellettuale. Che vi deve importare dell’avvenire? Che vi deve importare il progresso del popolo? Poiché voi che vi dite anarchici, siete sicuri d’ingaggiare una battaglia per voi, già persa a priori, perchè voi non vedrete certo una società come la sognate, e se anche il popolo si ribellerà le condizioni sociali per voi non possono cambiare, e la vostra ribellione dovrà continuare.

Quindi a che pro scendere tra una massa che non può seguirvi poichè le sue condizioni sono tali da rendervi inintelligibili presso loro? Se voi siete ingegni ribelli come dite di essere, non dovete sostituire all’abnegazione cristiana, all’asservimento patriottico, l’altruismo dell’anarchico che si sacrifica per un avvenire che non vedrà, e per della gente che non vi segue. Dovete riconoscere che nati in una società per noi perniciosa, noi ribelli siamo in realtà i maggiori schiavi. Schiavi dell’evoluzione noi permettiamo che per mezzo del nostro sacrificio l’umanità faccia un piccolo passo. E questo almeno bastasse; ma visto che il progresso è incessante e quindi inutile, chè la società raggiunta la forma sociale da noi propugnata non potrà lì fermarsi, ma bisognerà che proceda verso uno scopo che oggi non possiamo assolutamente neanche immaginare, così bisogna convenire che questo nostro affannarsi è assolutamente senza scopo. Così noi osserviamo che le più forti e migliori energie d’ogni epoca sono sfruttate da questa immensa piovra che è l’umanità.

Socrate, Cristo, Bruno e un’immensa coorte di grandi pensatori sono stati le vittime di questo moto ascendente, dannoso per chi lo aiuta e inutile per chi lo subisce. Poichè è naturale che gli schiavi di Roma essendo nati in quell’epoca erano contenti della loro condizione come i salariati d’oggi.

Contentezza, intendiamoci, relativa, formata di rassegnazione, viltà, ignoranza, ecc. ecc. Difetti che la massa avrà sempre in minore o maggior dose perchè gli aggruppamenti sono sempre inferiori agli individui.

I popoli sono conservatori: si contentano della società che trovano. Le minoranze sono novatrici invece e si ribellano quindi. La massa col suo peso bruto frena l’azione rivoluzionaria e la subisce.

Si abitua al nuovo stato di cose, vi si imputridisce finchè una nuova volta la minoranza si ribella.

Ed è per tutto questo gioco di equilibrio che io devo soffrire? Io che ho forza e coscienza per essere motore di me stesso, non voglio essere la piccola rotellina che viene dai pesanti ingranaggi sociali travolta, annichilita.

Ribelle, perchè oggi la società m’opprime e vuole impedire la libera espansione del mio essere, io adopero tutte le armi per combattere.

Ribelle contro la massa che anch’essa mi è nemica con le superstizioni, morale, degradazione, ecc. Pure contro la massa combatto. Solo in lotta per la MIA redenzione, per la MIA libertà, per il MIO presente.

Di tutto il resto me ne infischio.

Trionfi il prete, mieta l’alcool, massacri il governo, non me ne importa perchè non mi tocca.

IO solo il mio IO difendo dagli attacchi.

E se nella lotta disuguale io cadrò, certo non solo, avrò la sublime soddisfazione di essere insorto contro un mondo e di averlo battuto, se non materialmente, intellettualmente.

Perchè studiosi, scienziati, poeti, romanzieri, pittori, davanti a me il vostro genio non vale. Voi siete un riflesso della vita, io sono l’essenza. E certo sentirete in cuore il dolore atroce del veder crollare i rettorici castelli, e malgrado tutto continuate a sostenerli per misoneismo. E del resto fate bene. Voi siete nati per strisciare, io volo. Per voi il fango, per me le vette. Per voi il pavido annichilimento, per me la sublimazione dell’essere. E certo se la vita è dei più forti, io l’avrò. Per poco; ma l’avrò. La prenderò a forza e a forza le toglierò il bene e il godimento.

E voi, parodie, ombre di uomini; continuate nella vostra marcia nel buio. Sulla mia via splende la luce. Voi avete paura di essere: ecco la verità. L’uomo vero v’intimorisce. La realtà malgrado il vostro retoricume vi spaventa. E sognate, sognate. Io vivo. Voi non siete; io sono.

Ho risolto il problema. Urlatemi dietro….

*
«Vorrei sdraiarmi su un soffice odoroso letto di rose…» «Guarda alle spine» mi gridano «E che me ne importa? Poichè nella vita le spine non mancano, preferisco quelle delle rose che col dolore danno la gioia.»

*
E sta bene. Voi leggendo potrete dire che la mia è prosa pazzesca, anormale; come, pazzesche e anormali avete chiamate le mie azioni. Ma il vostro giudizio non mi interessa affatto nè io lo sollecito.

Voglio solo, per un indefinibile sentimento, che i cervelli superiori sappiano il perchè io mi slanciai nel buio, voglio che la mercenaria penna avversaria non possa coprire il mio nome col pattume che è nel loro bagaglio. Io solo sono il reporter di me stesso: sfuggo gli intermediari che potrebbero, in buona o in mala fede, deformare le mie idee. E poichè probabilmente io non potrò manifestarle, desidero che dopo la mia scomparsa si sappia come io abbia deciso questa lotta alla società. Affido quindi questi pensieri a una persona che ignora il mio progetto e che lo renderà noto quando il sipario sarà calato.

*
È la nebulosità dell’universo che già con le sue tristi brume mi attrista? È un’oscura fatalità che mi minaccia? Io non so qual sia il movente di questa malinconia che su me si abbatte dilettandosi a torturarmi, strappandomi tutto quello che io mi illudo di amare e di credere.

Oh! la gioconda fede dei tempi trascorsi quando lietamente combattevo la buona battaglia per l’Idea, senza timori, senza dubbi! Ora invece tutto mi appare vano; per ogni dove scorgo l’oscurità densa e inscrutabile.

Tutto, tutto ho distrutto, ed ora sono rimasto solo coi miei pensieri tristi e di tutto e di tutti dubitando. E sento questa necessità di espandere l’animo mio su questa nuda carta che non ha fremiti all’apprendere la bufera che mi tormenta. Chi leggerà queste righe? Forse nessuno. Resteranno ignorate come ignoto è per chi conosce l’affannoso mio pensare.

*
Stasera come al solito, stavo leggendo, quando un passo della lettura mi colpì vivamente ed io allora per riflettere cessai dal leggere. Stavo appunto cogitabondo, quando volgendo distrattamente lo sguardo per la camera vidi, anzi mi vidi seduto sul letto. Non io, ma pure ero io, perchè era assolutamente come me. Stupito guardavo in silenzio e anch’esso, l’altro io, mi guardava; ma con un certo risolino ironico.

«Chi sei?» gli domandai. «La tua ombra», mi rispose. «Sono venuta quì per discutere un po’!» «E discutiamo», dissi, allettato da una così straordinaria avventura.

«Bene: perchè sei anarchico?» «Ma, perchè oggigiorno siamo sfruttati, calpestati dai dominatori».

«Rettorica, rettorica caro mio. Senti: tu sei anarchico, e non sai neanche tu il perchè. Io ho sempre visto questo: che in qualunque società ci sono stati degli innovatori che finirono sul rogo, in croce, ecc. ecc…. Quindi questi novatori con tutti i loro sogni e i loro sacrifici fecero un buco nell’acqua, perchè è fatale che qualsiasi rinnovamento precorso da un individuo qualsiasi, accada molto tempo dopo la morte del medesimo. E così accadrà di voialtri anarchici. Voi morrete senza vedere attuato nulla del vostro ideale, e le generazioni che verranno dopo di voi, viventi magari in regime anarchico, aneleranno un Ideale più alto e per questo morranno alla loro volta senza nulla ottenere. È un circolo vizioso, un eterno rincorrersi….».

*
Mai come oggi le tenebre mi avvolsero. Ed accade difatti che dopo esser vissuto per qualche ora circondato dal tepore del sole, quando questo si eclissa un subito brivido di freddo ci scuote la persona.

Il freddo mi è entrato nell’animo che sogna un avvenire di tepore e che lo vede lontanissimo o, come mi disse uno, quasi irraggiungibile. Come sono tristi queste parole. Dite alla rondine che volta alla ricerca della primavera che essa non la raggiungerà mai; la vedrete piegare le ali smarrita, sconfortata. Io non desisto, non piego. Chi sa che quell’albeggiare lontano non possa raggiungerlo; chi sa?…

Il mio spirito è arido come un deserto, i miei occhi ardono come per febbre. E mi pare che ad ogni tratto qualche cosa si spezzi dentro di me con uno schianto lugubre. Chi, chi potrebbe descrivere ciò che sento? Non posso farlo neppur io. A momenti sento la mia anima allargarsi, espandersi lieta, fiduciosa: E poi d’un tratto raggrinzarsi subito, con un acutissimo dolore. Che m’importa del mondo, degli uomini? Io non vedo più nessuno. I miei occhi vedono solo una cosa, un albeggiare lontano… Tutto il resto è tenebra.

La natura che ride m’irrita poichè stride coi miei pensieri dolorosi e par che quasi mi beffeggi. Vorrei che il cielo fosse tetro, lampeggiante come me in questi momenti. Come il naufrago che si vede intorno la desolata vastità del mare e trema della solitudine funesta, e spia l’orizzonte per vedere se una vela amica si mostri, io pure, smarrito in un’immensità paurosa, mi sento solo, dolorosamente solo. Ma non mi lascierò vincere dai flutti. Solcherò il mare colle mie braccia vigorose alla ricerca, viatore stancabile ed ardito.

Fluctuat in porto. Il motto latino mi sprona, ed io come il nocchiero fisso il faro che lontano lontano rompe la nebbia col suo fascio di luce. Ed io voglio raggiungere quella luce. Voglio, voglio! Non vi saranno ostacoli che me lo impediranno, nè scogli, nè infuriare di libecci. Io sarò forte, io arriverò. Come le carovane arabe s’accingono alla traversata del Sahara e guatan l’immensità sabbiosa che dovranno attraversare, con l’ansia di restar per via, e vanno, vanno, vanno, sotto le vampe del sole, fra l’infuriar del simum, assetati, affamati, stanchi, accanto ai gibbosi cammelli che allargano le nari per rubare un po’ di frescura all’aria secca, con la visione fissa assillante di una snella candida moschea d’onde il muezzin saluta la Mecca alla sera, di una cittadina fresca dove riposare, così pure io vado, vado, vado con una visione unica negli occhi. Instancabile procedo, con la gola serrata e con tutta una tempesta in me. Se ciò che sento si potesse tramutare in vento, io passerei come una bufera devastatrice distruggendo tutto sotto i miei soffi violenti. E vado, e vado. L’anima geme, le palpebre mi si serrano; sento un bisogno di pace, di riposo, una lusinga a restare così sulla sabbia, svanire, scomparire sotto il sole, ritornare nel nulla. Verrebbero gli sciacalli e farebbero festino del mio corpo, lasciando solo biancheggiante il mio scheletro, come una muta ironia alla vita. Ma io insorgo, uccido il germe di pace e proseguo. Arriverò perchè voglio. E se non arrivassi? Allora il deserto s’impadronirebbe di me.

*
Sono ammalato dello stesso male di Nietzsche e mi dispiace confessare di avere qualche cosa di comune con uno di questo o dell’altro mondo. Sono irrequieto, nevrastenico. Alle tempia ho un ferreo cerchio che mi stritola il cranio, e gli occhi stanchi di sogni mi martellano nelle occhiaie gonfie e sanguigne. Sono destinato a passare ramingo come una invisibile meteora traverso questo mondo. Appunto perchè superiore dovrò vuotare tutto il calice dei dolori e dello sconforto senza che la gioia mi allieti. Ma l’aspra ebrezza di libare al calice dei dolori è un superbo godimento che solo chi sfida incurante la sorte, solo a chi da sè stesso con le proprie mani si straccia a brandelli l’anima è dato degustare. Anch’io talvolta agogno sì l’altro calice, quello della gioia, per bagnarvi le mie labbra avide, ma esso fuggì ed ora giorno per giorno si fa più spaventoso il baratro che mi divide dagli altri. Chi verrà a me? Chi avrà il coraggio di sorvolare la voragine per udire le mie verità, per sperdere un poco la mia tristezza? Chi?… Ieri nel colmo della mia stanchezza mi giunse una cartolina da una ignota. Tre viole che con la gaiezza del pensiero e del simbolo mi rallegrarono un po’: dodici parole che mi fecero sognare piacevolmente.

Ringrazio l’ignota del suo pensiero e della sua misteriosità che mi permise di slanciarmi di volo sul cavallo alato della chimera. Ignota gentile, dove sei? Forse nell’Andalusia passionale, o nella gaia Francia? Chi sa? Chi sa che il raggio di luce sia ella, l’ignota!… No, impossibile. Intorno a me grava la tenebra fitta, paurosa. Io non penso, non parlo, ma desidero il sole, la luce….

*
Vagabondo per la vorace città mi immergo nel fragore della vita per uccidere un germe di melanconia che si fa strada entro me. Erro senza mèta ed osservo l’incessante via vai, il succedersi continuo di fisonomie stereotipate ed indifferenti. Passan donne sgargianti e in tutte le loro movenze e i loro atti più semplici vedi lo sforzo, l’ostentazione, lo scopo unico di stuzzicare il desiderio. E l’uomo si ferma, segue con lo sguardo cupido le figurine chiassose e procaci ed esclama il commento triviale. Ecco uno stuolo di ricoverati, insaccati malamente in abiti mal fatti, procedono, guidati da un prete tozzo e volgare. Poveri bimbi! cresciuti nella bigotteria, nell’ambiente corrotto del collegio, sono i rassegnati, gli iloti di domani. Vedo una chiesa. Un grosso parroco discorre con delle beghine che lo ascoltano compunte e attente, e il pretonzolo agita le mani pelose e sguscia gli occhietti lanciando occhiate oblique. Il ben pasciuto all’ombra del tempio bugiardo sente inquietarsi l’urlo del lavoro e della miseria, che pare aleggi sulla grande città. «Signore, la carità» si lamenta un essere cencioso e sporco…. «Signore, la carità….» E la folla procede indifferente pensando alla minestra della sera, all’osteria, al gioco delle boccie. E il richiamo del mendicante continuando noioso e implacabile, mi trafigge le tempie, mi martella il cervello.

Allungo il passo, sono nella zona borghese. Carrozze, automobili, servitori gallonati, dai visi idioti, aprono portiere, fanno inchini. Vedo donne imbellettate, profumate, ganimedi attillati, coi guanti gialli, la caramella, il bastoncino, la coccarda tricolore. Si urta, si confonde questa gente: parla di pranzi, ballerine. Sale un profumo nauseabondo che mi prende alla gola e mi soffoca. Ma quasi affascinato rimango, sento il fruscio delle sete, il ciangottare delle gentildonne. Da un caffè sortono a ondate le note di un inno patriottico: un mutilato vicino a me, appoggiato alle gruccie, guarda stupito la fiumana incessante.

Fuggo. Vo per vie solitarie semibuie: sbocco in piazze, in vicoli.

Fanciulli stracciati, sporchi, donne gravide, uomini neri di fumo e puzzolenti di cicca. Spazzatura, fango. Case umide, sgretolate, pisciate sui canti, osterie piene di avventori urlanti e briachi. Ecco dei soldati: a passo pesante, cadenzato, sudati, polverosi, rughe sulla fronte, e schiena curva. Esce la gente, guarda, commenta, compassiona e poi ritorna a bere, a urlare, a cantare.

Fuggo sempre. Veggo sulle cantonate gli annunci di varie operette, di vari caffè chantants: sento un crocchio di giovanotti che discorre di fot-bal, di ciclismo. Povera umanità che sorge!

Lascio le vie, mi interno per prati, voglio dimenticare, sognare. Una figura sorge da un gruppo d’alberi e mi si avvicina. Sento una tanfata di vino colpirmi l’olfatto. «Vieni, mi darai trenta centesimi!»

*
Ho sognato un mondo in fiamme roteante nell’infinito e lanciare bolidi infocati e scintille per gli spazi siderei.

*
Ho un dio come gli altri: ma esso è senza d.
*

Decadenza.

Come enormi arieti, diverse razze oggi si cozzano, ognuno volendo la supremazia sulle altre.

La romantica latinità, la mercantile albione, contro l’imperativa Germania, mentre a rimorchio vengon le nazioncelle balcaniche col bagaglio pittoresco dei loro costumi orientali arretrati. E sull’orizzonte fiammeggia la Russia, che entra in una nuova fase della sua vita.

Dall’oriente le civiltà rinnovate e ringagliardite da novelle energie, spiano a settentrione ove si sente buon odor di cadavere, e que’ piccoli figli del sole, attendono di poter quì riversare la sovrabbondante popolazione in una rinnovata espansione di civiltà asiatica.

Eppure questo spettacolo, questo spreco folle di energie, questa lotta accanita per la vita, non mi rivela nessuno slancio di forza vera e cosciente. Io vedo solo un immenso sfasciarsi, un diroccare di castelli, un mortale spingersi di popoli, mentre la terra indifferente apre il seno per accogliere tutta quella giovane carne che la feconderà. Questo magnificamente terribile decadimento avviene al lume titanico di un incendio colossale, adeguato al ruinare di questa civiltà.

Così io vedo questo immenso aggrovigliarsi di uomini, vedo mieter dall’alcool, dalla tisi, dal cannone: vedo storpi, scrofolosi, acefali, delinquenti.

Letteratura, arte, scienze, tutto supplisce l’influsso di questa mostruosa discesa. Tutto il mondo è un pullulare solo di marciume che sale, sale e invade tutto e tutto inghiotte.

L’umanità si crede alta. Parla di eroismi, di progresso e non s’accorge di essere ulcerata. Il baratro è lì spalancato ed essa vi cade cantando, urlando, rissando, col suo dio, la sua patria, la sua civiltà assassina, la sua degenerazione elegante.

Tutto cade, tutto crolla. Morale muffosa, filosofie greppajole e bugiarde, rettoricorume antiquato, non salvano la situazione. Il male è avanzato e non s’impedisce più ormai. I lecchezzi che adornano il vecchio edificio sono divenuti il nido di microbi che inquinano. Ormai tutto è condannato a sparire schiacciato sotto il cumolo enorme di vecchiume. La storia chiude questa fase curiosa, che diede lo spettacolo incomprensibile di supinità nei suoi membri devoti a una ridda di vari fantasmi inesistenti, e che fece vedere il ridicolo continuo costruire per poi distruggere, il continuo paziente, soffrire della moltitudine e il gavazzare di pochi, tutto un insieme di vigliaccheria, inversione, nefandezze che vi vogliono far passare per azioni eroiche, tutta una mentalità rinsecchita che loro dicono geniale.

Così ha fine questa età. Ben vada. Al cospetto di tante rovine, novello Nerone canto sul disastro, godo nel vederlo, poichè su queste rovine. edificherò il mio edificio, la mia civiltà, il mio mondo. Perciò canto….

*
«LUI».

Era un rebus vivente quell’imbecille! Non si sapeva mai che cosa avesse nella calotta cranica.

Brutto, con una capigliatura assalonnica, pareva un Rasputine che avesse fatto un bagno. Due occhi chiari senza lampi che in certi momenti soffiavano un vento gelido.

Del resto se volete conoscerlo, andate sotto la galleria. Vedrete una gran sciarpa di lana con sopra un cappellaccio. È lui. Fermatelo, salutatelo. Anche se non vi conosce non si meraviglierà di vedervi. Offritegli delle sigarette (che altrimenti ve le chiede lui!) e benignamente discorrerà con voi. Se poi gli pagate una bottiglia di sangue di giuda, allora qualche paradosso vi compenserà del disturbo. Ma non illudetevi di conoscere la sua idea. Egli in un quarto d’ora sarà anarchico, borghese, autocrate, occultista, futurista, ecc. ecc. Vi romperà i timpani con parole corredate da lui, vi prenderà maledettamente in giro, con l’aria di parlarvi seriamente.

E non offendetevi, perchè del resto in quel momento egli proverà una grande tenerezza per voi. È capace perfino di baciarvi. È maledettamente nevrastenico. Se lo vedete ammutolire e fumare rabbiosamente non riuscirete a cavargli di bocca che frasi inconcludenti. In questo istante desidera due persone, una che è la più desiderata non v’interessa saperlo, l’altra la sua cara mummietta.

Se la trova, se la prende sotto il braccio e se ne va.

Che strage allora!

Sono capaci di rompere vetri alle case, tentare di far deviare i tranvais, sputare sul pastrano ai vecchietti….

Cose dell’altro mondo, vi dico…. mascalzoni meravigliosi.

Questo è «Lui»!

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da: “SCRITTI POSTUMI DI BRUNO FILIPPI” editi a cura della Rivista “ICONOCLASTA” – Pistoia Tipografia F.lli Ciattini 1920

Micia







Micia
Il nostro individualismo, non è un individualismo da cimitero, un individualismo di tristezza e di ombra, un individualismo di dolore e di sofferenza. Il nostro individualismo è creatore di gioia: in noi e fuori di noi. Noi vogliamo trovare la gioia ovunque è possibile – quanto dire in rapporto con la nostra capacità di ricercatori, di scopritori, di realizzatori; e noi vogliamo crearne ovunque ci è possibile, cioè ovunque troviamo mancanza di pregiudizi e di convenzione, di “bene” o di “male”. Noi evolviamo avendo come insegna la gioia di vivere. E riconosciamo che ci comportiamo bene interiormente quando vogliamo dare e ricevere della gioia e del godimento, quando vogliamo fuggire per noi stessi, e risparmiare a coloro che ci arrecano gioia e piacere, le lacrime e la sofferenza.

La nostra salute interiore si misura da questo: che noi non siamo ancora nauseati dalle esperienze della vita, che noi siamo individualmente e sempre disposti a tentare una nuova esperienza; a rincominciarne una che non è riuscita o che non ci ha fornito tutta la gioia e tutto il piacere che ce ne ripromettevamo; che vi è in noi dell’amore, dell’infinito amore per la gioia, per l’allegrezza del vivere. Quando non è la primavera che canta nel nostro intimo; quando nel fondo, molto in fondo, del nostro essere interiore, non ci sono né fiori, né frutti, né aspirazioni voluttuose, vuol dire che c’è del malandare ed è tempo di pensare, io temo, all’imbarco per l’oscura contrada donde nessuno è mai ritornato.

Sì, il nostro individualismo è basato sull’amore per la gioia di vivere, la gioia di vivere al di fuori della legge e al di fuori della morale, al di fuori della tradizione e della schiavitù dei pregiudizi sociali e civici. Non si tratta di una questione di anni in più o in meno. Non importa che il nostro autunno sia prossimo alla fine e che noi si ignori se domani vedremo l’alba per l’ultima volta: l’essenziale è che oggi ancora ci si senta atti alla voglia di vivere.

Noi vogliamo un individualismo che irradi gioia e benevolenza come un focolare irradia calore. Noi vogliamo un individualismo assolato anche nel cuore dell’inverno. Un individualismo di baccante scapigliata ed in delirio che si estende e si espande e trabocca senza preti e senza padroni, senza frontiere e senza limiti. Che non vuole soffrire né portare fardelli ma che non vuole far soffrire né imporre carichi agli altri. Un individualismo che non si sente umiliato quando è chiamato a guarire delle ferite che può avere sbadatamente causate lungo la vita.

Ah! Il ricco, il magnifico individualismo!


Emile Armand, Tratto da "Vivere l’anarchia"

Non v'ha peccatore e non v'ha peccato.






( Tratto da L’Unico e la sua proprietà di Max Stirner)


Non v'ha peccatore e non v'ha peccato.
Non m'importunare col tuo amore del prossimo! — Penetra pure, o amico dell'uomo, nelle "tane del vizio", soggiorna un tratto in mezzo al rumore di una grande città: non troverai tu forse in ogni luogo peccati senza fine? Non piangerai tu sulla corruzione umana, sull' infinito egoismo? Potrai tu mirare un ricco senza trovarlo spietato ed "egoista"? Sarai tentato di tuo amore del prossimo! Nella tua testa tu porti impressa l'idea del peccato, e perciò tu l'hai ritrovato in ogni luogo e l'hai voluto scorgere in ogni persona. Non chiamar peccatori gli uomini, ed essi non saranno tali: tu, tu solo, crei i peccati: e tu che credi falsamente d'amare gli uomini, tu li rigetti nel fango del peccato, tu li
distingui in viziosi e virtuosi, in umani e disumani; tu, proprio tu, li insudici con la bava della tua ossessione. Poiché tu non ami gli uomini, bensì l'uomo. Ma io ti dico che tu non hai mai veduto un peccatore: l'hai soltanto sognato.
Il godimento di me stesso viene turbato dall'idea che io ho di dover servire ad un altro, di aver degli obblighi verso quest'altro, di esser "chiamato" a sacrificarmi a lui, a dimostrargli
abnegazione o entusiasmo. Ebbene, se io non sono più servo di nessuna idea, di nessun "ente supremo", è ovvio che io non sarò più servo di alcun uomo, ma tutt'al più di me stesso. In tal modo però io sono, non soltanto nel fatto, ma anche nella mia coscienza, l'unico.
A te spettano ben maggiori cose che non siano Dio, l'umano, ecc.: a te spetta quello che è tuo.
Se considererai te stesso per più potente degli altri, tu accrescerai la tua forza: se terrai te
stesso in maggior conto di quello che gli altri non t'abbiano, tu avrai anche di più.
Allora tu non sarai solamente chiamato alle cose divine, e autorizzato alle umane, ma sarai il padrone di ciò ch'è tuo, vale a dire di tutto ciò che avrai la forza di far tuo. Sarai cioè adatto ad ogni cosa tua.
Mi si volle fin qui attribuire una destinazione posta fuori di me stesso, sicché si finì col pretender da me che io godessi di ciò che è umano per questo solo motivo che io sono uomo.
Questo è il circolo magico dei cristiani. Anche l'io di Fichte è la medesima astrazione posta fuori di me, poiché l'io è di tutti, e se quest'io di tutti è il solo che ha dei diritti, esso diventa l'io universale. Ma io non sono un io fra tanti altri: io sono unico! E per ciò anche i miei bisogni, le mie azioni, in breve tutto ciò che è in me, e viene da me è unico. E soltanto sotto questo aspetto di unico io m'approprio ogni cosa a quel modo che solamente come tale io spiego la mia attività e mi svolgo liberamente.
Quest'è il senso dell' unico.

mercoledì 30 maggio 2012


E' giunta l'ora della“resistenza passiva” un’insieme di azioni insurrezionali come l'astenersi da ogni attività, da ogni lavoro, da ogni funzione che implichi il mantenimento o il consolidamento di questo Stato Mafioso. Rifiutarsi di pagare le imposte e le tasse destinate al funzionamento delle istituzioni. Rifiutarsi di mandare i propri figli alle scuole dello stato. Rifiutarsi di rispondere ai commissari, ai giudici, ai magistrati delle assisi, dei tribunali, delle corti di giustizia civili, correzionali o criminali. Rifiutarsi di obbedire, di conformarsi ad un decreto, ad una legge, ad una ordinanza che si considera come contraria alle opinioni che si professano od alla propria concezione della vita. Rifiutarsi di lavorare per un salario che si giudica troppo basso o per un numero di ore quotidiane che si considera troppo elevato. Erigersi contro tutte le specie di pretese e di usurpazioni sociali, governative, amministrative e giuridiche.
 

RIVOLTA PERMANENTE CONTRO LO STATO - LE SUE LEGGI - LE SUE TASSE
Riflessioni scandalose – alcune note sull’anarchismo civile

by ParoleArmate
Presentiamo di seguito la nostra traduzione di quello che reputiamo un ulteriore contributo contro la repressione interna. Questo testo, scritto da una compagna anarchica inglese in risposta a quello dell’Anarchist Federation (omologa della Federazione Anarchica Italiana), rappresenta un’interessante critica delle contraddizioni interne ad una concezione “civile” dell’anarchia e di molto anarchismo contemporaneo. La lunga riflessione che presentiamo può tranquillamente rappresentare una risposta anche alle penose posizioni di federazioni e anarchici al di quà della Manica. 


Riflessioni scandalose – alcune note sull’anarchismo civile

Ogni tanto, ciclicamente, l’anarchismo collettivo o sociale diventa restrittivo nei confronti di alcuni anarchici e si riafferma un certo individualismo anarchico. E’ successo alla fine del ventesimo secolo quando alcuni grandi pensatori anarchici hanno iniziato a mettere in dubbio alcuni dei dogmi comunisti. Sta accadendo di nuovo, e ancora una volta siamo testimoni di alcuni anarchici sociali in preda al panico visto che il loro sogno confortevole è stato disturbato ed essi consapevolmente o no rinforzano la morsa dello Stato condannando i loro fratelli e sorelle indisciplinati che sembrano minacciare il compito di ciò che un compagno ha adeguatamente definito “anarchismo civile”.

E’ una creatura orrenda questo anarchismo civile. Un mostro viscido, vile e dispotico con occhi dietro la testa che cerca di essere ciò che probabilmente l’anarchismo non sarà mai – ovvero commestibile per le moderne masse consumatrici.

Una delle più grandi qualità che cercano quelli coinvolti nella realizzazione degli attacchi è riscoprire la conoscenza di se stessi e degli altri, il potere personale, attuare una rottura radicale e drammatica dalla società, con la sua gabbia intollerabile della norma sociale e la conseguente morte della sensibilità individuale. Alcuni comunicati di questa tendenza sono ricercati e poetici all’estremo, e non sono per tutti i gusti, ma leggere un comunicato della Federazione Anarchica è mortificante. Esso è il materialista corteo funebre della politica contro la vita, la voce patriarcale del “motivo politico” contro il selvaggio spirito ribelle, della politica contro di me.

I combattenti cercano di recuperare la volontà e di scacciare la falsità. Questo può partire solo della propria esperienza, non dall’esperienza o dai dogmi di altri, sebbene essa riguardi il tuo rapporto con alcuni compagni all’interno della “massa” o della “classe lavoratrice”. Fino a quando questo è vero, per strada, c’è una piccola e sincera lotta da trovare in alcune astratte folle di persone con cui non hai relazioni. Sembra incredibile leggere le riflessioni di quelli che si identificano come anarchici della Federazione (formale) e ancora più inutile doverle criticare. E’ un po’ come criticare lo spettacolo di un pagliaccio secondo i criteri applicati a un serio dramma. Qui la questione per me è lo stesso rifiuto dell’individualità che impone lo stato – il raccogliere in greggi alcuni esseri umani unici in alcune categorie utilitaristiche fatte da pedagoghi e padroni che considerano ingombrante e pericoloso l’individuo, ma reputano immensamente confortevole un’astratta gabbia ideologica.

Questa mancanza di autenticità e le politiche alquanto anacronistiche della loro “organizzazione rivoluzionaria” nel suo complesso si riflette nell’indignazione in riferimento all’attacco armato contro il dirigente del settore nucleare italiano Roberto Adinolfi e al pacco esplosivo inviato al capo dell’agenzia italiana di riscossione debiti Marco Cuccagna. La Federazione manipola maliziosamente i fatti in particolare quest’ultimo al fine di vendere la propria ideologia descrivendo il dirigente dell’agenzia come un “lavoratore”. Non solo ciò è un insulto all’intelligenza di chiunque possa vedere abbastanza chiaramente che l’obiettivo era uno dei padroni che rapina ogni giorno le loro paghe duramente guadagnate, ma è sconcertante che essi pretendano di “preoccuparsi” della sofferenza di questi obiettivi e dichiarino categoricamente di aver cura anche della “classe lavoratrice”. Se io fossi coerente, allora direi che non mi preoccupo se questo rapinatore burocratico è stato attaccato, ferito, ucciso. In verità, mi fa piacere. Immagino che anche molte persone non si preoccupano e magari possono anche essere soddisfatti o addirittura felici per queste notizie.

Alcune domande fondamentali alla Federazione che davvero non richiedono risposte: chi siano queste persone della “classe lavoratrice” di cui parlate; quante persone che fanno parte della “classe lavoratrice” conoscete personalmente; come fate a sapere che tutta questa gente condanna gli attacchi ai padroni, agli esattori e alle infrastrutture capitaliste; cosa vi da il diritto di parlare a nome di tutti; cosa ne pensate della gente della “classe lavoratrice” che si è rivoltata a Londra nell’Agosto 2011 (e nel corso della storia)? Anche fare queste domande sembra ridicolo, ma un veloce sguardo al discorso della Federazione sembra essere necessario visto quanto si sentono sicuri di se.

La mentalità della Federazione/Libcom continua con la sua valutazione psicometrica delle supposte “tattiche terroriste”. Essi prendono in prestito un altro fantasma insensato dai media ostili e dallo stato – l’idiota e indiscriminato “terrorista” anarco-insurrezionalista. Di nuovo, quanti di questi individui sono conosciuti dalla Federazione, e come sa la Federazione che queste azioni non sono parte di una vita più ricca e complessa. Inoltre, per dire un’ovvietà, i metodi insurrezionalisti sono diffusi tra gli ostili del mondo cosi come nell’”organizzazione”, e qualche volta hanno più in comune con la rivolta della “classe lavoratrice” che con ciò che riguarda la Federazione. La Federazione è significativamente silenziosa su questa realtà, preferendo solo dei cenni parentali alla rabbia della “classe lavoratrice” che sarebbe più costruttiva solo se gli indisciplinati acquisissero la saggezza dei fisici della Federazione e ingoiassero le loro prescrizioni.

Qui la Federazione si rivela nuovamente essere incapace di liberarsi dalla morsa dell’ideologia; un nuovo rifiuto della complessità dell’essere umano e del suo approdare in alcune utili categorie astratte. Ma se guardiamo alle reazioni della Federazioni nei confronti di altri anarchici, essa diventa più sinistra e in ciò frequentemente è il più indistinguibile dei nostri nemici. La sua scelta di campo è internet. Una breve rassegna non solo delle critiche della tecnologia, ma anche l’esperienza di essa, rivela come sia distruttiva questa forma di virtuale interazione di massa. Inoltre, il linguaggio usato dalla Federazione è simile al provare il pugno della repressione che si abbatte sul volto umano dell’anarchismo. La Federazione rinforza lo stato, adottando la retorica del sistema industriale-militare-tecnologico, vista la sua recente condanna sopra citata delle “tattiche terroriste” anarchiche.

Nella ricerca della liberazione, l’individuo deve potersi esprimere e seguire stesso. L’individuo non è sempre in contrasto con il collettivo ma cercare di indirizzare gli aspetti individuali verso qualche gruppo o società contro il proprio volere è totalmente inutile. L’individuo si ribellerà presto o tardi perché una collettività di massa forgiata alle spese di un individualità libera comporterà regole e norme (sebbene informali o anche non dette) che vanno contro la libertà della vita, dei sentimenti e dei pensieri. Queste tendenze sono state in guerra in precedenza, e vale la pena leggere gli scritti di Voltairine de Cleyre su questo tema con le sue suggestioni in merito all’individuo anarchico libero di esprimere la propria ribellione a proprio modo. Attacchi violenti contro i padroni e lo Stato allontaneranno alcune persone, ma non tutte. L’azione pacifista allontanerà alcune persone ma non tutte. Anche se riuscissimo una volta per tutte ad identificare ogni persona della “classe lavoratrice” e a farle concordare sul fatto di essere “classe lavoratrice”, davvero le Federazioni pensano che questa massa di gente terrà una visione omogenea sul cambiamento sociale, sulle cause della miseria e sul miglior modo per liberarsi (se tutti concordiamo sul fatto che la liberazione sia il loro obiettivo). Gli anarchici civili stanno cercando di condurre di proposito la consapevole classe proletaria che non esiste più nel modo in cui la descrivono come soggetto rivoluzionario in Occidente. Essi si sono imbarcati in una vuota ricerca che finisce in sterilità riguardo all’attuale e incontrollabile scontro sociale di massa, e comunque ampiamente inutile per seguire le loro politiche tramite le loro conclusioni.

La divisione delle persone in classi in qualche modo è un non senso quando come base non si prendono le azioni o le opinioni individuali. Un breve sguardo alla storia dei nativi americani, ad esempio, ci mostra quanto sia banale e superficiale parlare di “popolo nativo americano” in un omogeneo sfogo di alito cattivo: ci sono stati guerrieri indigeni che hanno combattuto il genocidio e l’integrazione forzata e ci sono stati indigeni che hanno collaborato con lo stato americano e hanno venduto la propria gente per accumulare denaro e potere.

Quelli di noi che potrebbero adattarsi all’etichetta di insurrezionalista, individualista e/o nichilista non fanno dichiarazioni perfette per sapere come si presenterà la rivoluzione. Questa è una grande umiltà nelle parole degli emergenti ribelli e dei gruppi di lotta armata. Potrei dire che a questo punto nella storia, quando molto è stato tentato e molto ha fallito, ammettiamo che non sappiamo cos’è giusto, cosa “funzionerà”. La gente è ben più complessa di ciò e il mondo è enorme.

L’interpretazione della Federazione di tutto ciò che riguarda “la lotta della classe lavoratrice” è problematica. La classe lavoratrice come veniva considerata è ormai andata e comunque, come la democrazia, era radicata per molti nell’orrore e nella bugia. La democrazia è stata inventata sulle schiene degli schiavi greci e la Rivoluzione Industriale per prima ha imposto la distruzione dell’individuo e ha introdotto il “gregge degli spossessati” cosi come è stato introdotto nell’età che odiamo. Concentrarsi sulla “classe lavoratrice” in questo modo è come mescolare diverse forme di oppressione, dicendo che ne preferiamo una rispetto all’altra: la gente ha combattuto con i denti e con le unghie contro il diventare sottomessi ad una “classe lavoratrice” all’inizio della Rivoluzione Industriale. L’assimilazione di artigiani e abitanti rurali nella classe lavoratrice industriale è stata sanguinosa, ecco perché alcuni anarchici stanno cercando di realizzarla adesso, soprattutto ora che la macchina è andata avanti riconducendo la tradizionale classe lavoratrice in una massa consumatrice post-industriale, e ciò non è solo criticabile, è bizzarro. Essi sono solo semplici passi nel processo di definizione della macchina e dovremmo far bene per abbandonare tutte queste chimere. Non va negato che la lotta di classe è stata sempre combattuta, ma io preferisco ampiamente il termine “guerra sociale” a “lotta della classe lavoratrice” perché essa include più individualità e le loro scelte, includendo quelli che si considerano tradizionalmente classe lavoratrice. La classe come concetto e come legame sociale è diventata sempre più fangosa negli anni. La gente può essere crudelmente divisa – se dobbiamo – in ricchi e poveri, inclusi ed esclusi, critici e non critici riguardo allo Stato e alla civilizzazione.

Negare l’autonomia individuale, la consapevolezza e le relazioni causa l’alienazione e l’indebolimento. L’autorità di una massa fantasma sugli individui non fa altro che aiutare il progetto dello Stato e del capitalismo concordando sul fatto che l’essere umano non è altro che un’unità economica o un aggregato vasto e senza volto di unità economiche. Vogliamo davvero definire cosi gli esseri umani e gli anarchici davvero pensano che una tale prospettiva sia liberatrice? Negare il ruolo dell’azione individuale a favore della concezione vaga della “lotta di classe” dei giorni andati è una finzione pericolosa. Sicuramente, è anche progetto dello Stato distruggere la volontà e il valore dell’individuo; non può essere chiamato rivoluzionario, eccetto in un senso autocratico e superpolitico di essere governati dall’apparato statale – chi desidera l’indebolimento dell’individuo o dei gruppi affini di individui non vuole la libertà. Non è ruolo degli anarchici rimpiazzare una tirannia, che essa sia “democratica”, monarchica, collettivista o qualsiasi altro tipo di governo, con un’altra.

Cos’è questa “questione delle dichiarazioni” che condannano le azioni e le opinioni di altri che si considerano anarchici? Questo è giocare il gioco politico di “bravi anarchici” e “cattivi anarchici” dei media e della macchina repressiva della polizia. Significa svalutare il vero significato del termine “anarchia”; una complicata e mutevole rete di principi, pratiche e relazioni con il fine della liberazione che non è un unico stato d’essere.

Più che altro, il fatto che la Federazione senta il bisogno di fare dichiarazioni contro le azioni di altri anarchici deve sicuramente fargli sembrare che il loro progetto è fallito. Alla fine del discorso, dico alla Federazione Anarchica e ai suoi seguaci itineranti: io non concordo con voi, non desidero il mondo che avete in mente. Dico di non essere l’unica a trovare le vostre dichiarazioni e prospettive antitetiche alla mia ribellione e al mio concetto personale di liberazione che è basato sulla mia comprensione ed esperienza dell’oppressione statale. E visto che il vostro progetto dipende dall’assoluta accettazione della massa della quale faccio parte, e visto che esso fuoriesce dai dibattiti e dalle dichiarazioni della Federazione che immagina una società di massa anarchica, io dichiaro che voglio la libertà non solo dallo Stato ma anche dalla società e da voi. Dunque chiedo: cosa farete riguardo a me?

Ho iniziato questo articolo desiderando essenzialmente di dar coraggio a quelli di noi che si dichiarano anarchici per cessare la mutua condanna e per dire che veramente nessuno di noi ha la “soluzione”. Comunque, concludo rilevando che alcuni di “noi” sanno cosi poco di ciò che significa avere il cuore, i pensieri e l’azione liberi, e cosi poco di cosa significhino davvero la solidarietà e la lotta, e se dovessi immaginare una società anarchica cosi come appare dal fine della Federazione Anarchica, essa sarebbe piena di repressione e varie prigioni come in questa. E cosi stanno le cose, tranne che quelli che vogliono imporre la loro società senza volto al resto di noi realizzino la propria futilità.

Venona Q.

Max Stirner - Opere complete


L'unico e la sua prorpietà. Nessun libro come questo ha forse meno bisogno di una introduzione. Si presenta da solo, come ogni libro maledetto che si rispetti. Ne consegue che molti, se non proprio tutti, prima di prenderlo in mano, oppure dopo averlo letto anche più volte con supponenza, credono di sapere la potenziale dirompenza contenuta nelle sue pagine. Non è così. E non è nemmeno questione di capire quello che Stirner dice, entrando fra la spesso non facile tecnica di datate discussioni filosofiche. Piuttosto si tratta di quello che uno intende fare della propria vita.
Ebbene, può un libro avere a che fare con la vita di chi lo legge? Quasi sempre no, rarissimamente sì. L’“unico” è uno dei pochi casi in cui questa affermazione assume le caratteristiche di un estremo coinvolgimento. O questo c’è, penetrando fino in fondo, fino alle lacrime, nelle nostre miserie quotidiane, oppure è bene che riponiamo il libro nello scaffale da cui lo abbia improvvidamente prelevato.
Pochi altri libri hanno questa carica distruttiva da cui – più o meno – tutti dobbiamo difenderci se non vogliamo mettere a soqquadro le nostre regole e i nostri soliloqui quotidiani, conforti per moribondi quasi sempre. Se accettiamo la sfida, allora è un altro discorso.
L’“unico”, se vogliamo, dice una sola cosa, ma la dice bene e fino in fondo. La responsabilità dell’esistenza dello sfruttatore è dello sfruttato. Se questo vuole veramente sbarazzarsi del padrone che tiranneggia – come di ogni manutengolo che serve il tiranno anche sotto le spoglie di un feroce rivoluzionario – non ha che farlo e basta, stare a chiacchierare a lungo su questo argomento è una presa in giro.
Che ogni compagno si renda conto di questa verità e che ci rifletta sopra. Il senso dell’“unico” sta tutto qui.
Pubblichiamo la terza edizione di quest’opera convinti di mettere a disposizione dei compagni uno strumento di liberazione, non solo un certo numero di fogli di carta stampati più o meno bene.
Con buona pace di chi ha pensato che accanto alla selvaggia solitudine di Stirner ci potesse stare una qualche cattiva compagnia.



Scritti minori. Questa raccolta viene pubblicata seguendo un criterio diverso da quello che John Henry Mackay applicò nella sua seconda edizione, quella del 1914. Ciò significa che essa si presenta in modo diverso anche dalla traduzione di Angelo Treves che segue strettamente l’ordine fissato da Mackay. In effetti quest’ordine aveva delle pecche considerevoli mettendo insieme scritti di grande importanza, frutto della riflessione filosofica di Stirner, con note redazionali e piccole cronache quotidiane che fanno parte del suo lavoro giornalistico. Eppure, anche in questi “pezzi” di scarso significato e di improbabile lettura si trovano importanti spunti – sparsi qua e là – riguardanti i problemi della scuola, della censura, la questione ebraica, ecc.


Max Stirner
L’unico e la sua proprietà
pp. 280, euro 10,00

Max Stirner
Scritti minori
con l’aggiunta degli ultimi ritrovamenti
pp. 270, euro 10,00

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