venerdì 3 agosto 2012

lemmings


 I lemmings sono dei piccoli roditori famosi per spostarsi in grandi branchi uniformi, e proprio perché sono assolutamente uniformati tra di loro, finiscono spesso per sbagliare strada e precipitare in massa in dirupi schiattando tutti insieme… da qui nasce la leggenda che questi topi vadano a compiere un suicidio collettivo.

Forse non c’è niente di più azzeccato per rappresentare l’attuale condiz
ione umana; lo spirito del gregge, il pensiero unico, l’uomo ad una dimensione, è sempre lo stesso atteggiamento uniformante che uccide tutto ciò che non è in linea con la normalità stabilita… peccato che il cosiddetto “stile di vita occidentale” o se preferiamo “la normalità” è proprio ciò che stà distruggendo il mondo e che ci porterà dritti verso il baratro…


L’individualismo è un valore da rimarcare, e questo disegno vuole essere un omaggio a chi trova la forza di pensare e agire aldilà del suo gregge per affermare sè stessi in tutta la propria spontaneità.

Grafica nera

giovedì 2 agosto 2012

La Ravachole

La Ravachole

Nella grande città di Parigi,
Ci son borghesi ben nutriti,
Ci sono i poveri,
Che han la pancia vuota,
Quelli hanno i denti lunghi,
Viva il suon, viva il suon,
Quelli hanno i denti lunghi,
Viva il suon,
Dell'esplosion!
Balliam la ravachole, Viva il suon,
Dell'esplosion!
Tutti i borghesi assaggeranno le bombe,
Tutti i borghesi salteranno in aria,
Tutti i borghesi salteranno!

mercoledì 1 agosto 2012

La funzione dello Stato

 
La funzione dello Stato
Una delle superstizioni più diffuse del nostro tempo è che lo Stato sia una specie di provvidenza capace e disposta a soddisfare i bisogni, gli interessi e le aspirazioni di tutti coloro che, per numero, per ricchezza o per abilità, riescono a farsi ascoltare dagli uomini che ne esercitano il potere.
In un certo senso, ciò può essere vero per alcune categorie privilegiate
che lo Stato può soddisfare a spese delle moltitudini diseredate ed operose. Ma non può mai essere vero né per la grande maggioranza né per la totalità dei cittadini. E ciò per due ragioni fondamentali: primo perché lo Stato non ha se non quel che riceve, o, per meglio dire, confisca ai sudditi; se restituisse a questi tutto quel che ha confiscato, la sua esistenza non sarebbe materialmente possibile; e se lo fosse, diverrebbe inutile. Secondo, lo Stato è sempre un organismo creato dalla minoranza privilegiata a difesa e tutela dei propri privilegi, e la sua missione non è già di estendere a tutti i benefici inerenti ai monopoli dei pochi, ma di assicurare a questi la parte maggiore e migliore dei frutti del lavoro di tutti.
Si comprende, quindi, che una minoranza di privilegiati — industriali, commercianti, banchieri, agricoltori, burocrati — ricorra allo Stato per ottenere vantaggi speciali: tariffe protettive, sussidi, agevolazioni e favori d'ogni specie. Lo Stato è, per la sua origine stessa e nell'interesse della propria conservazione, oltre che per le sociali inclinazioni delle persone che lo amministrano, sempre disposto a soddisfare queste esigenze. Di soddisfarle è appunto la sua funzione. Il loro costo non importa: sotto forma di tasse, d'imposte, carovita, confische e gabelle, lo Stato sa di poter sempre estorcere al grande pubblico, i cui oneri si riversano poi invariabilmente sulla parte produttrice della popolazione, quanto e più che non sia necessario a soddisfare le esigenze di questi gruppi privilegiati, per quanto enormi possano essere.
Ma quando allo Stato, in cerca di protezioni o di favori, si rivolgano le masse lavoratrici, la cosa è affatto diversa. Lo Stato non esiste mai, in nessun tempo, in nessun luogo e in nessun caso, per assicurare favori e protezione a questa più numerosa parte della società. Le masse diseredate hanno, in ogni Stato, la funzione inderogabile di produrre. Di produrre figli al minor costo possibile, cioè nelle più miserevoli condizioni materiali che siano disposte a tollerare, per la continuità della specie, per la continuità del regime, per la sicurezza dello Stato, per la sua gloria, per la sua grandezza, per le sue conquiste nel mondo. Di produrre ricchezza, cioè di lavorare assiduamente a fabbricare cose, a fecondare terreni, scavare miniere, solcare mari, costruire città, con assiduità instancabile, docili agli ordini del padrone, senza sussulti e senza rivolte, durante il più alto numero possibile di ore giornaliere, di giorni ogni anno, in compenso di mercedi il più possibile esigue.
Questa è la funzione delle masse diseredate in ogni regime autoritario; e se la religione esiste per persuaderle che il loro destino fu segnato da Dio, l'obbligo preciso dello Stato è di vigilare con la severità delle sue leggi, con la vigilanza dei suoi gendarmi, con la violenza delle sue armi, che non vengano meno all'esercizio normale e costante di questa funzione.
In regime schiavista lo Stato adempierà a questo suo obbligo, delegando al negriero autorità di vita e di morte sul lavoratore; mentre in regime capitalistico questa autorità sarà affidata alla sferza ancora meno pietosa della fame. Ma il risultato è il medesimo; e dove e quando alla sferza implacabile di questo negriero terribile il diseredato tenti di sfuggire, passando sopra ai sacri divieti della proprietà privata, l'ordine capitalista gli avventa contro la mole immensa delle sue leggi penali, lo afferra e lo scaraventa nei suoi ergastoli espiatori, i quali, in pieno secolo ventesimo, ricordano fedelmente le origine schiaviste della società contemporanea.
Si dica borghese, si dica socialista, si dica comunista od altro, questa è la funzione dello Stato. Le denominazioni, i programmi, le pretese umanitarie, le concessioni superficiali, non hanno mai potuto e non potranno mai fare altro che mascherarla con maggiore o minore insuccesso.
A qual pro, allora, invocare dallo Stato la protezione dei lavoratori, quando si sa che protezione non può dare, che non può in ogni caso dare a loro alcun sollievo, attenuarne lo sfruttamento, assicurarne il benessere, alleviarne la servitù o la miseria, perché lo Stato esiste appunto e soltanto per imporre ai diseredati questi flagelli, onde sia garantito al privilegio lo sfruttamento del lavoro?
Non diventa questa devozione dei lavoratori verso lo Stato, per cui non sembrano più capaci di muovere un passo senza chiedergliene il permesso, per cui non osano più elevare una rivendicazione senza invocarne il nulla-osta, per cui non ardiscono più sperare fuorché nella sua paterna tutela, non diventa questa universale adorazione dello Stato la più perniciosa delle catene che tengono le masse diseredate sottomesse allo sfruttamento del privilegio, e all'ordine politico che n'è il presidio?
E dove si dovranno cercare le molle del progresso sociale, gli araldi della libertà, il lievito ribelle dell'emancipazione sociale, se le vittime dell'ordine politico ed economico esistente non sanno più sperare in se stesse, se persistono nell'ignorare la propria forza, se non conoscono altra volontà che quella dei loro governanti, i quali sono, per scelta e per funzione, servitori fedeli del capitalismo dominante?
Bisogna che questa superstizione sia smascherata, sradicata dalle menti ottenebrate della moltitudine operosa, prima che il progresso sociale riprenda la sua ascesa.

[L'Adunata dei Refrattari, n. 24 del 15 giugno 1935]

martedì 31 luglio 2012

Troppo pochi?

Troppo pochi?
Sire [Renato Souvarine]
I

Gli anarchici erano troppo pochi?...



Tutta la filosofia consolatrice e poltrona che gli anarchici unionisti hanno saputo ricavare dal periodo rivoluzionario del 19-20 è racchiusa in questa pietosa menzogna.

«La rivoluzione italiana fu sabotata e tradita dalla CGdL e dal PS. Noi anarchici eravamo troppo pochi per agire da soli!...».

Pietosa e dannosa menzogna, perché non si serve la rivoluzione con delle menzogne. A. Borghi la porta in giro per l’America.

Mille volte l’abbiamo letta nelle riviste e giornali unionisti. L. Fabbri non si è stancato di scrivere che: «L’UAI ha influito poco o punto negli eventi perché era sorta da troppo poco tempo: era troppo giovane!...».

Eccola ora fare capolino sul giornale anarchico Il Pensiero di Buenos Aires. Esso scrive:

«I pochi anarchici che arrivano ci dicono un’altra verità dolorosa. Essi in Italia erano così pochi da non poter iniziare per proprio conto nessun movimento di massa. Han dovuto sempre marciare affiancati o all’avanguardia dei partiti d’ordine».

Essi hanno voluto e non dovuto sempre marciare affiancati.

La sola UAI ha proclamato, in un suo Congresso tra ovazioni, 200 sezioni e 20.000 inscritti! Ed essa, nel movimento anarchico, era la minoranza!

Dove mi mette poi l’articolista tutti quegli anarco-sindacalisti reggenti le CdL da Sestri a Spezia, a Carrara, a Piombino, e altri centri importanti?

Solo se tutti noi sapremo dire e riconoscere la verità, noi renderemo un segnalato servigio alla causa della rivoluzione italiana e universale.

Bisogna aver il coraggio di riconoscere che abbiamo mancato al nostro specifico compito di anarchici, cioè più propriamente che non abbiamo agito da iniziatori e da animatori: che non siamo accorsi e non ci siamo gettati anima e corpo (oppure «col diavolo in corpo» come diceva Bakunin) nei centri e nei focolai delle rivolte per estenderle, svilupparle e generalizzarle, sul terreno stesso dell’insurrezione, conformemente alla teoria anarchica della rivoluzione.

Che abbiamo fatto invece?

Abbiamo agito da autoritari affiancati o alla coda dei partiti autoritari. Ci siamo paralizzati a vicenda in un tira e molla di 18 mesi sino a dar tempo alla reazione di pigliare l’iniziativa e batterci senza neanche l’onore e la bellezza d’un tentativo eroico generale. Solo gli anarchici del Diana — tanto vituperati! — salvarono l’onore dell’anarchismo bruciando e bruciandosi nel gigantesco tentativo di reagire — coll’ammonimento tremendo! — all’attacco brutale della reazione che ebbe inizio coll’arresto di Malatesta, Borghi e C.

L’errore iniziale, esiziale e fatale risiede nella grande disistima che gli anarchici e sindacalisti avevano di loro stessi; nella sfiducia nelle proprie capacità di iniziativa rivoluzionaria («eravamo troppo pochi per agire da soli»); nel disprezzo dell’istinto divinatorio del popolo insorto; nella sconoscenza assoluta della tattica e metodo anarchici nelle rivoluzioni, ecc. ecc. Essi rimasero vittime della loro superstite mentalità organizzatrice e accentratrice, cioè di tutto prevedere, di tutto preordinare, di tutto organizzare, di tutto comandare dall’alto dei ponti di comando delle Centrali o dei Comitati esecutivi!

Essi dunque hanno agito da autoritari e hanno applicato il metodo autoritario alla rivoluzione italiana. Ecco perché abbiamo influito poco o punto negli eventi italiani del 19-20.

Ah, bisognava essersi trovati in qualche grande rivolta, come noi, per sentirci spaccare il cuore alla constatazione che gli ostacoli maggiori, e unici a volte, allo espandersi, allo svilupparsi, al generalizzarsi delle spontanee rivolte di popoli interi e di intere regioni (carovita, rivolte di Ancona, Viareggio, Bari e Puglia, Firenze e tutta la Toscana) li trovavamo nei segretari sindacalisti reggenti le CdL e negli anarchici dell’UAI. Quelli delle città e delle regioni erano tutti insorti; ma non sapevano che pesci pigliare: erano come paralizzati dal loro concetto autoritario della rivoluzione. Erano le povere vittime del loro metodo e della tattica organizzatrice e accentratrice.

Si era arrivati al punto di deprecare i moti parziali e di diffondere l’idea che occorre preparare e organizzare un «moto simultaneo e generale» unitamente ai controrivoluzionari della CGdL e del PS!

Ricordiamo che in una città caduta nelle nostre mani, Meschi, Fellini e altri sindacalisti e anarchici, a noi, che proponemmo di gettarcisi di sorpresa, con dei treni armati (avevamo fucili, munizioni e mitragliatrici) in due direzioni opposte: su Spezia, attraverso Carrara; su Piombino attraverso Pisa e Livorno, ci urlarono che siamo i soliti matti irresponsabili; che vogliamo rovinare tutto coi moti parziali, mentre Malatesta e Borghi stavano proprio allora preparando un moto generale e simultaneo, come se esistesse un solo esempio d’una vera rivoluzione popolare generale e simultanea, proclamata dall’alto!

La Rivoluzione dei Vespri ebbe inizio con un atto individuale seguito dal moto parziale di Palermo che si estese poi, con lotta aspra e sanguinosa, in tutta la Sicilia. Fu Balilla a iniziare il moto parziale per la cacciata degli austriaci. Furono gli straccioni di Parigi, soli, affamati e disarmati, stretti da un potente cerchio di ferro e di fuoco, che compirono quel folle e sublime prodigio della presa della Bastiglia. Tutti i capi eran latitanti! Furono gli operai di Pietrogrado che, primi, affamati e disarmati, uscirono dalle officine a protestare sulle vie e a dar inizio così alla più grande rivoluzione della storia, assassinata poi dai bolscevichi.

In tutti questi classici esempi storici non solo non si nota alcuna preventiva organizzazione, o comando dall’alto della rivoluzione, ma vediamo che gli stessi attori e lottatori non avevano che l’obiettivo di protestare e lottare. Furono sorpresi di aver fatto e vinto la rivoluzione.

Se in Italia le masse fossero state sole, senza i pesi morti paralizzanti delle organizzazioni, unioni e partiti, almeno tre o quattro volte il popolo italiano si sarebbe sorpreso di avere fatto e vinto la rivoluzione. Ma ci pensarono le organizzazioni, le unioni e i partiti a impedirne lo scoppio col volerla comandare, a data ed a ora fisse, dall’alto.

Sì, le rivoluzioni, tutte le vere rivoluzioni, s’iniziano dal basso propriamente con moti parziali che diventano generali solo se essi trovano dei piccoli gruppi o minoranze audaci di iniziatori e animatori che si inseriscano in essi per estenderli, svilupparli e generalizzarli, sul terreno della rivolta. È questa l’opera delle minoranze anarchiche! Ma per molti anarchici il movimento anarchico libero è il disordine, il caos! Occorre organizzare, unificare, accentrare tutto e tutti.

Ora, l’idea esiziale e fatale, essenzialmente autoritaria, che dominò e fuorviò sindacalisti e anarchici, fu quella appunto di creare un’UAI per preparare e organizzare la rivoluzione (un «moto generale e simultaneo») d’accordo con la CGdL e il PS e altri organismi. È questa idea autoritaria che paralizzava tutti i compagni nei momenti culminanti delle rivolte. Anche essi attendevano gli ordini dalle loro centrali!...

Ora la CGdL lavorava ad evitare la rivoluzione. Il PS faceva la sua bella speculazione elettorale. Il PC lavorava a demolire i capi per soppiantarli, e L’Ordine Nuovo comandava: «Le rivolte siano regionali sino a che creeremo gli organi di comando».

Sindacalisti e anarchici unionisti lavoravano sin dal 1915 per creare un organismo centralizzato permanente e responsabile, che fosse preso in considerazione dalle organizzazioni riformiste e autoritarie suaccennate per preparare e organizzare un... «moto generale e simultaneo». Per fare la rivoluzione coi controrivoluzionari dall’alto del ponte di comando d’una centrale di partiti!

E i moti e le rivolte parziali scoppiavano e si esaurivano...

Questa è la dura lezione dei fatti che deve insegnarci ad agire da anarchici e ad applicare i nostri metodi anarchici alle rivoluzioni.

Le rivoluzioni si fanno solo buttandocisi «col diavolo in corpo», nei centri e nei focolai delle rivolte e delle sommosse per estenderle e generalizzarle sul terreno stesso dell’azione sino a farle trionfare.

Col creare organismi permanenti e responsabili e col correre per cinque anni dietro alla CGdL e al PS, abbiamo tradito il popolo, le nostre dottrine ed i nostri principi, noi stessi e sciupata una rivoluzione.

In Italia nel 19-20, il popolo intero insorgeva. C’erano armi e munizioni per armare un esercito.

Non è vero dunque che «gli anarchici erano troppo pochi per agire da soli per iniziare col popolo la rivoluzione...».

Il popolo parecchie volte l’aveva iniziata. Furono gli anarchici a non saper estenderla e generalizzarla.

Per la loro mentalità organizzatrice e accentratrice, per i loro metodi autoritari delle rivoluzioni.

Perché, in Italia, è mancato disgraziatamente un vero e proprio movimento anarchico autonomo. Perché esso era stato captato e subordinato al sindacalismo, o accentrato.

Ammaestrati dall’esperienza, è da anni che noi tendiamo a questo indispensabile e altissimo compito: creare un movimento anarchico libero, autonomo, integrale.

Ecco perché siamo contro l’organizzazione in partito politico degli anarchici.

I partiti non hanno mai preparato né organizzato né fatto rivoluzioni. I capi sono sempre spariti nei grandi giorni delle insurrezioni. In Italia, l’USI e l’UAI volevano comandare la rivoluzione dall’alto. Le rivoluzioni si fanno invece dal popolo e dagli iniziatori dal basso.

«Gli anarchici erano troppo pochi per agire da soli?».

In Italia, gli anarchici furono troppo poco o punto anarchici; e troppo autoritari.

Questo occorre dire e ripetere a quei sindacalisti e anarchici che, tutti estasiati, sono in adorazione davanti al... Comitato Esecutivo della Piattaforma.

Prima si paralizzarono nella loro UAI, poi si suicidarono nella corsa al fronte unico coi partiti politici autoritari.

Ma il maggiore male è che non hanno imparato nulla dalla lezione dei fatti.

Attualmente, tutta la loro attività è il mettere insieme i rottami dell’UAI, e star a bocca aperta dall’ammirazione per quel capolavoro di deviazione dell’anarchismo che è la bolscevista Piattaforma col suo inquadramento unitario, il suo Comitato Esecutivo, la sua armata nera, il suo stato maggiore...

Ah, se l’avessimo avuta in Italia!

Il fascismo non sarebbe venuto!


II

Organizzazione e Rivoluzione



Al nostro articolo «Gli anarchici eran troppo pochi?», Il Pensiero di Buenos Aires (quello delle... penne migliori autografate) ci risponde così:

«Su La Diana del 31 marzo, abbiamo avuto la sorpresa di trovare un articolo di Sire, scritto apposta per refutare alcune affermazioni.

Sire ci obbliga ad una chiarificazione.

Il Pensiero diceva: “I pochi anarchici che arrivano ci dicono un’altra verità dolorosa: essi in Italia erano così pochi da non poter iniziare per proprio conto nessun movimento di classe”.

E sono appunto queste parole che Sire discute. Dire che gli anarchici erano pochi, è secondo lui “una pietosa menzogna...”».

Aguzzi non ha capito niente o non ha voluto capire niente. E sì che la nostra tesi è chiara come la luce meridiana. Abbiamo parlato a suocera perché nuora intenda, ma nuora tace, cioè i dirigenti, anzi gli ispiratori dell’UAI tacciono da anni su questo spinoso argomento su cui noi insistiamo di tanto in tanto.

L’organizzazione, in Italia, ha nuociuto, ostacolato, paralizzato l’estendersi e il generalizzarsi dei moti spontanei. Tutti i partiti e tutte le organizzazioni. Anche l’UAI. Gli anarchici non erano troppo pochi per inserirsi nei moti popolari spontanei e propagarli, estenderli, compiendo la loro funzione dinamica di minoranza iniziatrice e animatrice.

Essi, al contrario, si sono posti sul terreno autoritario accettando i metodi autoritari dei partiti socialisti: del fronte unico con tutte le organizzazioni per fare d’accordo, al momento buono, la Rivoluzione, «perché da soli eravamo troppo pochi per iniziarla...».

Capisce ora la nostra tesi Il Pensiero?

Ma repetita...

Una delle idee fisse... autoritarie degli unionisti italiani durante la guerra era questa: «gli anarchici sono troppo pochi per poter iniziare un movimento da soli senza unirsi agli altri partiti socialisti autoritari...».

Di qui l’idea del fronte unico con questi partiti autoritari per organizzare e proclamare dall’alto d’un Comitato esecutivo, a giorno e ora fissi, e a freddo, la Rivoluzione... Allora eravamo... disorganizzati. Bisognava dunque prima organizzarci. Senza organizzazione nessuna possibilità di rivoluzione...

È bene anche ricordare che già l’indomani della guerra ci si andava ricantando: «la guerra è stata possibile, perché non eravamo organizzati!».

Quindi l’esperienza, secondo loro, provava che gli antiorganizzatori avevano torto marcio. E tutti furono presi dalla febbre dell’organizzazione per l’organizzazione.

Tanto più che c’era Serrati all’Avanti! e Lazzari alla direzione del PS che dicevano agli anarchici: «Ma, benedetti anarchici, come è possibile trattare con voi altri se non avete alcun organo che vi rappresenti collettivamente. Organizzatevi prima, e poi tratteremo l’azione da menare insieme contro la guerra...».

Per conto loro, però, i socialisti avevano già accettato e votato a Bologna l’odg vilissimo di Costantino Lazzari: «né aderire né sabotare».

E gli anarchici si misero a tutto pasto a gettar le basi dell’organizzazione per trattare da potenza a potenza col partito socialista e la sua CGdL. Superfluo ricordare che i socialisti menarono il can per l’aia e che gli anarchici si sono lasciati rimorchiare dal PS e dalla sua CGdL.

Perché erano troppo pochi per poter iniziare da soli qualche movimento...

Fissi in questa superstizione antirivoluzionaria e antianarchica, essi crearono l’UAI per organizzare la Rivoluzione d’accordo coi partiti autoritari, cioè antirivoluzionari per definizione.

Contro l’idea autoritaria del fronte unico col PS e la sua CGdL riformista e quindi controrivoluzionaria in principio; contro il concetto disistimatore di se stessi che «gli anarchici erano troppo pochi per iniziare qualsiasi movimento da soli», noi prendemmo posizione subito, e durante la guerra e l’indomani dell’armistizio e lungo i moti del 19-20 conducendo polemiche aspre e violente che ci valsero le note accuse di combattere l’Intesa per conto degli Imperi Centrali prima; di essere venduti al governo d’Italia e al fascismo per combattere l’UAI!

Che cosa sostenemmo e opponemmo noi allora contro l’idea fissa autoritaria del fronte unico coi partiti autoritari e riformisti per organizzare e proclamare dall’alto d’un Comitato ristretto di partiti la Rivoluzione?

Semplicemente questa teoria e questo metodo anarchici:

Che le rivoluzioni non si organizzano né si proclamano dall’alto, a data e a ora fisse; che i partiti politici autoritari sono antirivoluzionari per origine, essenza e definizione; ch’essi si valgono della piazza per premere sui pubblici poteri; ch’essi non hanno fatto né faranno mai alcuna rivoluzione per la contraddizione che nol consente..., che quindi unirsi a loro significa annullarsi, suicidarsi e mancare quindi al compito di anarchici nella Rivoluzione...

Là, sul posto, lungo tutte le lotte, tutti i moti del 19-20, a cui partecipammo attivamente noi tutti de La Diana, o signor Aguzzi de Il Pensiero, predicavamo coll’esempio, che ci si doveva gettare, conformemente alla teoria anarchica della Rivoluzione, nei centri di rivolta e inserirsi nei moti e tentare di propagarli e estenderli sul terreno stesso dell’azione da paese a paese, da città a città, da provincia a provincia sino a sollevare tutta la nazione trascinando partiti e uomini.

Iniziatori, animatori e travolgitori dovevano essere gli anarchici, anziché, scoppiato un moto, rincorrere D’Aragona o Serrati a Milano o a Roma per studiare insieme se è venuto il momento di... proclamare la rivoluzione! I riformisti non potevano fare da rivoluzionari per una ragione essenziale di principio.

Essi non hanno tradito nulla e nessuno. Hanno evitato la catastrofe della rivoluzione all’Italia, secondo le loro concezioni riformiste. Sono invece i rivoluzionari che hanno adottato il metodo autoritario dell’organizzazione.

Qui è in gioco propriamente il principio stesso dell’organizzazione.

La storia ci prova che nessuna organizzazione ha mai organizzato e proclamato nessuna rivoluzione. Queste sono esplosioni impreviste e spontanee sotto la pressione di grandi e irresistibili e profonde commozioni popolari.

Le organizzazioni sono fatti posteriori, che poi si costituiscono in governo ristabilente l’ordine. Esempio la Russia.

Se poi esse esistono avanti, allora l’esplosione avviene malgrado l’organizzazione, e contro la sua aperta ostilità. Esempio la rivoluzione austro-tedesca. I fatti di Vienna l’hanno provato ieri.

Quindi costituire delle organizzazioni per fare la rivoluzione è conforme alle teorie e ai metodi autoritari. Esse sono i governi di domani.

Così, in Italia, l’UAI ha ostacolato e paralizzato le iniziative, lo slancio e l’estendersi spontaneo dei moti per il solo fatto della sua esistenza, seppure individualmente anarchici e sindacalisti abbiano fatto tutti il proprio dovere.

Ma il fatto dell’esistenza dell’organizzazione tolse loro il senso della responsabilità, li paralizzò tutti nel momento dell’azione nei loro slanci...

Abbiamo potuto constatare questo fatto sui posti nei grandi giorni di rivolta. Superfluo pure constatare che nessuno degli ispiratori dell’UAI si sono rivelati dei grandi e audaci uomini d’iniziativa e d’azione...

È avvenuto sempre questo: scoppiato in un ipercentro un moto, gli anarchici chiedevano ai dirigenti dell’UAI «cosa dovevano fare», e rimanevano lì in attesa, «perché non sapevano se era bene o male estender il moto».

I “dirigenti” rincorrevano D’Aragona e Serrati per convincerli ad agire. Oppure rispondevano: «siete autonomi. Fate quello che credete». Intanto il momento psicologico passava.

Tutta la spontaneità dell’azione anarchica nei moti del 19-20 fu perturbata e paralizzata dal solo fatto dell’esistenza dell’UAI.

Perché è l’organizzazione in sé e per sé l’ostacolo maggiore all’esplodere e all’espandersi spontaneo della rivoluzione. Organizzazione e rivoluzione sono termini antitetici. L’una è l’ordine dall’alto; l’altra è l’esplosione disordinata, irresistibile e travolgente dal basso.

E a questo proposito dedichiamo alla riflessione degli anarchici questa bella e esatta enunciazione della teoria anarchica della Rivoluzione esposta dal prof. Gaetano Salvemini su La Libertà del 3 luglio 1927:

«La sola rivoluzione autentica, di cui Mazzini fu testimone nella sua lunga vita di congiurato, fu la rivoluzione del 1848. E Mazzini non se l’aspettava!

Nessuna rivoluzione di cui sia possibile conoscere storicamente il retroscena è mai avvenuta per ordine di un comitato.

Le organizzazioni gerarchizzate sono dannose. Una rivoluzione non è un campanello elettrico: il Comitato centrale pigia il bottone, e il campanello suona; il Comitato centrale smette di pigiare e il campanello smette di suonare. Una rivoluzione è una febbre che viene quando nessuno se l’aspetta.

Un bel giorno la gente che sembrava inerte, passiva, indifferente, incapace di muoversi, è messa in movimento da un fatto impreveduto. Chi non osava parlare, alza la voce. Chi faceva il gradasso si squaglia. Chi rifuggiva da ogni compagnia, va in cerca degli amici per domandare notizia, per sapere che cosa deve fare. Si leva un grido, vola una sassata. Parte un colpo di revolver. La tempesta si scatena. Non c’è stato nessun ordine di nessun comitato. Ve lo immaginate voi un comitato che si riunisce a Roma per deliberare se in questo momento c’è da tentare un colpo a Palermo o a Milano? Anche ammesso che del comitato non faccia parte alcuna spia (ricordarsi la regola che, su dieci congiurati, almeno uno è spia), come fanno i padreterni del Comitato a conoscere le condizioni degli animi nelle differenti regioni d’Italia in quel preciso momento in cui essi deliberano o nel momento in cui arriveranno colà dove dovrebbero essere eseguiti gli ordini deliberati?

Se non esiste nessun comitato di padreterni che si arroghi il diritto di far suonare al momento opportuno il campanello elettrico, e se la gente è avvezza all’idea che ognuno deve essere il comitato di se stesso, e deve muoversi di propria iniziativa sotto la propria responsabilità, allora può darsi che qualche cosa avvenga: forse che sì, forse che no. Ma se esiste un comitato di padreterni e se la gente prende sul serio i padreterni e si crede obbligata ad aspettare “disciplinatamente” l’ordine dei padreterni, allora è positivo che nessuno farà mai nulla, perché l’ordine non arriverà mai, o caso mai la gente farà degli spropositi perché l’ordine arriverà fuori proposito. L’attimo fuggente passerà certamente senza che nessuno pensi ad afferrarlo».

Qui è bellamente esposta tutta la teoria anarchica della Rivoluzione, così come del resto ce l’la insegnata P. Kropotkin nella sua Grande Rivoluzione.

Tutta la nostra opposizione all’organizzazione in sé è basata su questa teoria sperimentale.

Noi dicemmo sempre le stesse cose con altre parole.

«Nessuna rivoluzione è avvenuta per ordine d’un comitato. Le organizzazioni sono dannose...

Una rivoluzione è una febbre che viene quando nessuno se l’aspetta.

Se non esiste nessun comitato di padreterni..., se la gente è avvezza all’idea che ognuno deve essere il comitato di se stesso, e deve muoversi di propria iniziativa sotto la propria responsabilità, allora può darsi che qualche cosa avvenga. Ma se esiste un comitato di padreterni e se la gente li prende sul serio, allora è positivo che nessuno farà mai nulla, perché l’ordine non arriverà mai, o caso mai la gente farà degli spropositi perché l’ordine arriverà fuori proposito. L’attimo fuggente passerà certamente senza che nessuno pensi ad afferrarlo».

È quello che è avvenuto precisamente in Italia!

La sola esistenza di comitati e organizzazioni toglie a tutti il senso della propria responsabilità e paralizza l’azione spontanea dei rivoluzionari.

D’altra parte, i capi sono paralizzati dal peso di tutte le responsabilità e l’attimo fuggente passa!...

Ecco perché è ridicolo e meschino gridare al tradimento del PS e della sua CGdL.

Riformisti, non potevano non agire da riformisti!

Ecco anche perché dicemmo ch’è una pietosa menzogna il dire che gli anarchici erano troppo pochi per agire da soli.

Le rivoluzioni non le fanno solo gli anarchici. Sono commozioni popolari e generali profonde. Gli anarchici, in esse, pochi o molti, devono agire da anarchici: iniziatori, animatori, travolgitori. Essi ne devono essere la molla dinamica.

In Italia, gli anarchici non erano troppo pochi per agire anarchicamente nei moti spontanei del 19-20. Essi erano molti e bene armati sebbene essi siano, e saranno sempre, una minoranza.

È stata l’idea fissa dell’organizzazione e dell’unione delle organizzazioni per agire d’accordo sotto gli ordini dei padreterni a paralizzare gregari e capi e lasciare passare l’attimo fuggente. Perché è l’organizzazione in sé ch’è l’ostacolo maggiore all’esplodere e all’espandersi della rivoluzione.

Gli unionisti italiani sono stati — e lo sono ancora! — vittime del loro metodo organizzatorio, antianarchico per definizione.

L’anarchismo «avvezza la gente all’idea che ognuno deve essere il comitato di se stesso, e deve muoversi di propria iniziativa e sotto la propria responsabilità».

Noi possiamo quindi affermare legittimamente che, se in Italia i lavoratori e i rivoluzionari tutti si fossero trovati liberi, senza alcuna organizzazione o partito, anche senza UAI, ma con il loro senso vivo della loro responsabilità e padroni dell’iniziativa, la rivoluzione sarebbe scoppiata.

Le organizzazioni — tutte! — e i padreterni — tutti! — ne hanno impedito l’esplosione. Perché tale è la loro sola organica, immanente e peculiare funzione.

È questa la lezione storica dei moti del 19-20 in Italia.

Non quindi troppo pochi...; ma troppo poco o punto anarchici.


[La Diana, anno II, n. 14 del 31 marzo e n. 24 del 25 settembre 1927]

Discorso al popolo

Discorso al popolo

Carlo Michelstaedter

Michelstaedter scrisse queste pagine nei primi giorni del 1909, subito dopo aver letto in un giornale che degli operai, i quali si erano raccolti per protestare contro la condanna di Ferrer, avevano applaudito un aeroplano, che per caso era passato sopra la piazza in cui tenevano il comizio. Michelstaedter immagina di aver reagito violentemente contro questo loro entusiasmo e di esser stato perciò malmenato dalla folla, alla quale egli avrebbe poi tenuto questo discorso.


Voi mi battete e siete nel diritto! m’ucciderete e sarete ancora nel diritto! Ma diritto mio è la libera parola; e vostro dovere l’ascoltarmi. Poiché se l’atto fu brutale e se giustifica l’espressione brutale della vostra sorpresa, non fu brutale la mente, non fu nemica a voi. È l’amore per voi, per l’idea che oggi vi riunisce [che ha fatto si] ch’io mi son ribellato e mi ribello ad un entusiasmo che non corrisponde alla vostra volontà, o fratelli, a quella volontà che vi fa forti contro la tirannide in Spagna. Se domani voi doveste ancora riunirvi e non con lo sdegno indeterminato d’oggi, ma con l’indignazione fresca, con la ferita viva, con la minaccia presente, se doveste domani riunirvi qui, per affermare la vostra volontà fino in fondo, per far trionfare coi fatti e nella vita attuale, e per l’interesse vostro personale d’ognuno – contro le autorità costituite dalla legge, contro le autorità costituite dal danaro, contro governo e borghesia – quell’ideale che oggi vi muove, fratelli, quel mirabile istrumento che ora avete applaudito misurerebbe su di voi la sua forza – e alle fucilate dall’alto risponderebbero dal basso, davanti e a tergo e ai lati altre fucilate a seminar la morte fra le vostre file, a spegnere nel sangue il vostro sdegno, a rovinare per sempre le vostre speranze più care. Fin che queste speranze sono vaghe e lontane, fin che voi soffrite in silenzio la vostra miseria materiale e sociale, voi siete un’innocua moltitudine d’infelici da sfruttare; e la società borghese vi sfrutta in pace e in silenzio, – e perché vi tiene col giogo del vostro bisogno di farvi sentire la forza micidiale delle sue armi. Ma le sue armi le prepara nel silenzio e nella pace, e le sa coprire con le apparenze luminose d’umanità e di progresso, e voi – voi le applaudite!... – Ma il giorno che voi acquisterete piena coscienza dei vostri diritti e della vostra forza, il giorno che sarete raccolti attorno ai vostri eroi, attorno ai Ferrer* della vostra rivoluzione, sotto le bandiere della libertà popolare, il giorno che vorrete affermare l’inizio della nuova vita di giustizia e di fede – quel giorno, fratelli, l’umanità e il progresso della borghesia vi riveleranno la loro vera faccia, vi stringeranno in un cerchio di ferro e di fuoco, senza pietà per gli schiavi che si ribellano. – voi sarete schiavi in terno se non arriverete a smascherare la miserabile ipocrisia della potenza borghese, che copre di fiori le sue difese e nasconde in seno il pugnale. – Ma la potenza è vostra, fratelli, a voi appartiene il futuro, poiché voi avete la fede, e vostro è il diritto. – la società borghese poiché ha usurpato la potenza non sua, con la forza che le proviene soltanto dalla vostra attuale debolezza, poiché non ha altra fede che la sete di guadagno, non altro diritto che la tirannide, ha bisogno della scienza che le metta in codice gli obbrobri della sua prepotenza, della scienza che le dia le armi di forza smisurata e ordigni di guerra che dominino il mare la terra e il cielo, ha bisogno del governo che tragga dalle vostre stesse file gli uomini necessari a tener schiavi voi, guardie carabinieri soldati. Fratelli, voi avete applaudito al simbolo della potenza che vi schiaccia. – Ma vi scuoterete voi dalla vostra inerzia, v’unirete tutti, porterete ognuno il contributo del suo amore fraterno, e della sua forza disperata, nata dalla diuturna sofferenza – e allora sarete invincibili, allora questo vano edificio della potenza borghese che vi domina e che voi rispettate, che vi domina soltanto perché voi lo rispettate, crollerà tutto con le sue leggi, le sue istituzioni, la sua scienza vana, la sua morale ipocrita – gli eserciti dei preparatori, gli eserciti degli esecutori della tirannide spariranno: scienziati, impiegati, soldati saranno razze estinte, nel nuovo mondo.
E sarà il mondo dove regnerà l’uomo, l’uomo del lavoro, l’uomo sano nel corpo e nella mente, l’uomo che non avrà bisogno di leggi ingiuste, e perché ingiuste complicate, per esser sicuro del suo fratello, non di milizie e d’armi faticosamente congegnate per esser sicuro dai suoi nemici: ma la sua fede, e il lavoro comune, e la compagine stretta dall’amore fraterno – gli saranno governo e legge e difesa nel regno del lavoro e della giustizia. Fratelli, in ognuno di voi dorme quest’uomo del futuro e aspetta il giorno del risveglio – fratelli, io sono un oscuro, ma in me parla la voce di quest’uomo. Non anche uscito e rientro nell’oscurità, queste sono le mie prime parole e saranno le mie ultime. Domani forse nelle mani della giustizia borghese in agguato intorno a noi io subirò la sorte che attende Ferrer. Ma se ciò potra illuminare la vostra coscienza, affrettare il vostro risveglio e approssimare l’avvento dell’uomo e del suo regno, io sarò lieto della morte. – Addio Fratelli – viva il lavoro e la giustizia – morte alla borghesia. –


* Francisco Ferrer y Guardia (10 gennaio 1859 – 13 ottobre 1909), pensatore anarchico e agitatore, fu sensibile ai problemi dell’istruzione e dell’educazione. Fondò la Escuela Moderna per sottrarre i giovani, in particolare quelli provenienti dalle classi più disagiate, ai pregiudizi della società e per allevarli al libero pensiero. Sospettato nel 1906 di coinvolgimento nell’attentato al re Alfonso XIII, fu incarcerato e la sua scuola rivoluzionaria fu chiusa. Dopo la legge marziale del 1909, dichiarata a causa della rivolta della «Settimana Tragica», fu processato da un tribunale militare e giustiziato.


lunedì 30 luglio 2012

ORRIBILI DETTAGLI


ORRIBILI DETTAGLI



In un lago di sangue, la bella giovane ragazza era distesa, i capelli sciolti, la gola nuda. L'ombra ostile della sera si appesantiva già sulla parte alta degli alberi, mentre all'incrocio delle strade, in un cespuglio profondo, un lembo di gonna aveva appeso la sua nota chiara.
Eh! Lettore, non voi mio compagno per cui una mezza parola basta; ma tu, signore, ma tu, mio bravo, che avete sganciato il soldo perché il nostro titolo sanguina, dimmi, buonuomo, ti piace?... La giovane bella ragazza, la gola nuda, i capelli sciolti, il lago di sangue...
Ebbene, peggio per voi! peggio per voi tutti dotati di fiuto, coloro che si adescano con gli stupri ed i suicidi, il sangue, le lacrime, tanto peggio per voi, clienti, pubblico, non dirò come la giovane ragazza perse la sua gonna prima della vita...
Tre puntini, tutto qui.
Ma parlerò dell'immonda cucina della Stampa a titoloni rossi, giornali delle tre o della sera, e della quarta edizione. Domandate le ultime notizie! Leggete i titoli in grassetto. Richiedete il menù del giorno:

Antipasto

RAGAZZINA UCCISA
GLI INFANTICIDI A PARIGIA
SCANDALO! SCANDALO!

Arrosto

GRANDE INCENDIO - ELENCO DEI MORTI
IL FUOCO RIPRENDE
NUOVI FERITI, NUOVI MORTI

Dessert

MINACCE DI GUERRA
LE COMPLICAZIONI IN ORIENTE
ULTIMATUM ALL'INGHILTERRA
CONGEGNI E BOMBE.

Ogni giornale porta il suo piatto, dà la sua nota. Do, mi, sol, do, l’accordo perfetto- l’accordo di do, dei mastri-cantori e mastri-truffatori di false notizie. Cucina pepata, carni sanguinolenti, carne da omicidio e autopsia - con contorni di pettegolezzi.
Richiedete i giornali della sera!
Un uomo che chiamano già, nel mondo speciale della Mezzaluna, la Provvidenza dei Giornalisti, è quel Vacher [1] le cui imprese riempiono le colonne delle gazzette.
Si sa che un monomane si vanta di aver ucciso, mutilato, stuprato ragazze e ragazzi secondo i suoi percorsi. Bisaccia in spalla e coltello pronto, la rabbia nel petto, ci viene mostrato mentre fa il suo giro di Francia. È un'esibizione di pregio. La pubblicità è di lusso. Ci si ingegna.
A quando il cinematografo?
Persone comuni piuttosto cupe, articolisti e giornalisti, trovano la vena, ritrovano brio.
I cronisti si ringagliardiscono.
Questi bricconi che credono di saper scrivre perché spalmano della marmellata, si leccano i baffi deponendo. Dopo Troppmann [2], nulla di così vasto, di così coinvolgente. Gli scribacchini scuotono il torpore della loro anemia cerebrale. Hanno dell'immaginazione. Ogni giorno aggiungono un capitolo, un nuovo episodio al dramma, un osso in più al rosario. Si sovraffaticano e perdono la nozione della distanza e del tempo. A sentire la stampa, Vacher uccideva, la mattina, a Marsiglia, stuprava a Bordeaux verso mezzogiorno e, la sera, vicino a Roubaix, mutilava un giovane pastore.
Che stomaco!
La cosa migliore, è che Vacher, quando lo si interroga, sembra assumere la parte del giudice che vuole prendere la sua:
- Sì, sì, sono stato io a massacrare la signorina e questa vecchia di cui mi parlate ed anche il ragazzo e poi anche quest'altro, se la mia memoria mi aiuta. Cosa volte? è più forte della mia volontà. Non posso resistere al desiderio di fare ogni giorno delle vittime. Del resto, sono un pazzo cosciente...
Il sarcasmo di tale replica sfugge senza dubbio al finto giudice. I magistrati dovrebbero tuttavia comprendere- essi che vedono ovunque dei colpevoli, degli individui da colpire, essi che si avventano sull'imputato come sulla preda- che essi sono dei Vacher [3] a modo loro.
Soltanto, essi non sono coscienti...

Squartciatore e ammazza bambini, cari confratelli, preparano così, nel raccoglimento degli uffici di giudici istruttori, l'orrifica lista dei crimini;

Ai piccoli giornalisti essi danno la pastura.

Non sono dieci assassinii come, qui, molto modestamente annunciamo in bella vista. Il recordman che batte Lacenaire [4] di molte lunghezze ne confessa venti per ora.
Senza fare conti, noterei che l'omicidio dell'inizio ebbe luogo in un cantone dell'Isère che sporca il nome di un cattivo signore: Vacher uccise innanzitutto Beaurepaire [5].
Vacher, Beaurepaire: le parole si affiancano bene.
Ciò che costituirà comunque, per il celebre Vacher, una circonstanza attenuante, sono i raccomandabili antecedenti.
Lo squartatore fu un buon soldato.
Le sue prime armi furono felici. Arruolato volontario, divenne presto sottufficiale. Disprezzato dai suoi uomini, amato dai suoi capi, poteva sognare le Spalline.
L'avvenire si apriva.
La sua passione anche per il corpo a corpo, la corporatura ed i tratti di punta tradivano una bella furia molto utilizzabile nelle colonie.
Perché operò in Francia?
Se avesse capito la sua vocazione, e come dovevano utilizzarsi "Le Forze Malvagie"! In Dahomey, nel Tonchino, nel Madagascar, si sarebbe coperto di gloria.
Sarebbe stato il generale Duchêne o il governatore Galliéni.
Spagnolo, sarebbe stato Weyler.
Ma basta parlare di militari. E non parliamo più di Vacher. Così ogni attualità non è che un pretesto da pensare.
Il caso del sottufficiale arrabbiato ci interessa piuttosto per il modo in cui lo si utilizza. La cultura del gusto del sangue - la cultura per via della stampa.
Questa è più che attualità. È dello ieri, dell'oggi, di domani.
I giornali addebiteranno, sempre tanti assassinii per un soldo. Senza voler altro che la ricetta, sempre porranno la parola che seduce il volgo. E sempre riporteranno i dettagli delle atrocità e violenze rilevate, seguendo la formula, del letamaio sentimentale.
Nelle gazzette un po' facoltose abitualmente si danno cento soldi allo scrittore della casa che trova il più bell'occhiello.
È grazioso: l'Uccisore di Pastori? È poetico e pittoresco?... Questa sera troveranno altre cose.
Conoscono l'arte di sistemare i resti degli assassinati. Agghindano le ragazzine inaridite, le pastorelle fatte a pezzi.
Sono dei Watteau di barriera che agghindano, per il popolo, i buoni coltelli a ghiera.

Zo d'Axa

[Traduzione di Ario Libert]


NOTE
[1] Joseph Vacher. Serial killer vagabondo che uccise più di 11 vittime intorno alla zona di Lione tra il 1894-97, prediligendo ragazzine e pastorelli, sgozzandoli e asportandone spesso degli organi interni. Fu ghigliottinato il 31 dicembre 1898.

[2] Jean-Baptiste Troppmann. Autore dello sterminio di una famiglia, avvenuto nel 1869, composta dai due genitori e dei loro sei figli, per cercare di impossessarsi delle loro ricchezze. Il caso fece scalpore non soltanto per l'efferatezza del crimini in sé, ma perché coincise con l'epoca delal grande diffusione dei giornali quotidiani stampati a basso prezzo e ricchi di illustrazioni, anche a colori. Fu ghigliottinato il 18 gennaio 1870.

[3] Zo d'Axa gioca, com'è nel suo stile, sul significato del cognome del pluriomicida Vacher, e cioè Vaccaro, ottenendo un superbo doppio senso: non soltanto insulta con quel epiteto i giudici ma identificandoli con l'assassino, li reputa anch'essi degli assassini.

[4] Pierre-François Lacenaire. Figura romantica di criminale e di assassino-poeta cinico, che suscitò molto scalpore all'epoca e che scrisse in carcere le sue memorie. La sua figura ispirò molti scrittori tra cui Sthendal, Victor Hugo, Dostoevskij. Trasformò il suo processo in una tribuna teatrale interessando in tal modo i giornali dell'epoca che se ne occuparono a fondo. Durante la sua esecuzione pretese di essere ghigliottinato con la faccia rivolta verso la lama.

[5] Beaurepaire. Piccolo comune della regione del Rodano, il cui nome è traducibile in italiano come Belriparo.

sabato 28 luglio 2012

Attacco

Attacco


Nella giustificazione, quindi nel fare che rinvia all’infinito la presa di coscienza, mancando la qualità del mettersi in gioco fino in fondo, rimaniamo nel buio fitto della mancata percezione, mentre attorno ballano fantasmi spacciati per verità.

È errato pertanto parlare di una intima essenza della consapevolezza, per quanto si scavi nella documentazione, ricca e molteplice, ansiosamente cercata, non troviamo che corrispondenze e protocolli, piani conoscitivi che si rimandano e si giustificano uno con l’altro, mai nulla di realmente diverso, mai un urlo pienamente sano, alto nel cielo brumoso della repressione, un urlo capace di attaccare e colpire e non solo di minacciare vertiginosi contorcimenti organizzativi che, alla luce delle cose fatte, risultano banali rendiconti bottegai. Se la verità sta altrove, nella lotta, qui e subito, che si realizza operando nell’azione, tutto quello che esploriamo documentandoci e riflettendo, è parzialità angosciante, approssimazione controvertibile, discorso aperto a destino di fallimento, accordo siglato con parole che portano marchiato sulla loro pelle il segno di un lungo viaggio perfettamente racchiuso nelle regole della sopravvivenza bene amministrata.

Si può coltivare all’infinito il proprio campicello di patate, come il buon Pangloss. La cura non è mai fine a se stessa, e se lo è conduce da questa parte all’uniformità dei cimiteri, dall’altra all’eterogeneità della follia.
L’azione non è una pensione di anzianità, i vecchi parlano al vento di ricordi e di delusioni che la memoria traveste con le vesti colorate delle conquiste. Lontano da tutto ciò, lontano da cadaveri che sono rimasti dissepolti. Il mondo è desolato, un terreno brullo dove fattucchiere bizzarre fanno muovere apparizioni sul fondo della caverna, al cui cospetto tutti si inchinano e mimano dialoghi rispettosi.

Attaccare significa gettare sulla bilancia il proprio ferro, sia pure modesto, ma consistente, carico del significato che il gesto comprende in se stesso, senza magniloquenti “comunicati” che fanno diventare una lucciola il faro di Rodi.

Attaccare riesce sempre a mettere in moto forze che prima giacevano assopite, riesce a lanciare una sfida contro ombre e semioscurità, figure confuse e sgraziate, prive del contenuto carico di indecifrabile senso che le accompagna nella volontà di dominio.

È come se a un film fosse improvvisamente abbassato il sonoro e tutta la pellicola rallentata. Il brusio di fondo, che avvertiamo ritorto nelle orecchie, è una ridondanza della voce del potere che si riorganizza. E che importa ciò se l’iniziativa resta sempre nelle mie mani?

Tutto ha un costo, strisce di pelle vanno via, asportate dagli impietosi fendenti della repressione. Più il clima generale si fa miserabile e viscido, più aumentano i vermi terrestri che strisciano nella mota sperando in un riconoscimento sia pure minimo da parte del potere, e più il ruolo di chi non si piega, di chi non accetta, di chi reagisce e attacca, diventa visibile, si staglia nel buio della notte e richiama l’attenzione dei cani rabbiosi che hanno ricevuto da poco, insieme all’osso d’ordinanza, l’ordine di azzannare.

Dobbiamo diventare “cattivi”, ordina il tenutario del bordello canino, oggi con chi ha un nome diverso e la pelle di un altro colore, domani con tutti coloro che non si raggomitoleranno ai piedi del santissimo in terra, padrone dell’etere e del bon ton. Andiamo, miei cari compagni, da quando si sono così impunemente tollerate affermazioni del genere? Non sono certo le alleanze che ci mancano, dalla nostra i miserabili di ogni categoria, sindacalizzati e non, salariati e non, tra poco tutti accorpati sotto il comune ombrello dell’esclusione.

Non ci capiscono, non ci ascoltano, vocette impudiche ci soffiano all’orecchio, dicendoci di tenere i piedi per terra, di non sognare fantastiche apocalissi improbabili e fuori del tempo, per carità, lontano da noi questi cacasenno da segreterie comunali. Sappiamo bene che non ci ascoltano e non ci capiscono, e allora?
Sputiamo in faccia al potere la nostra rabbia – e non solo quella – e andiamo avanti, nessuno lavora al posto nostro, nessuno tutela le nostre idee, a nessuno stanno a cuore i nostri sogni, solo a noi, e non vi sembra sufficiente? Avete forse bisogno di un mallevadore che vi alzi il morale, qualche estratto chimico o il succo del nettare degli dèi? Avete bisogno di una piccola spinta per alzare lo sguardo al cielo della rivolta? Se ne avete bisogno siete di già fottuti anche se continuate a stringere in mano il manuale del piccolo guerrigliero.
Non vogliamoci bene.

[Editoriale di "SenzaTitolo", n. 3, primavera 2009]