sabato 28 luglio 2012

Il canto dei violenti

 
Il canto dei violenti
Georges Henein


Quando avremo infine vuotato del suo lardo l'ultimo borghese in piedi
Quando avremo lacerato come un sacco l'ultimo utero
Dove poté crescere l'odioso germe dei Superbi
Allora riporremo il pugnale nella guaina.

Quando avremo abbattuto come una fragile muraglia l'ultimo tempio vivente
E impiccato l'ultimo re con le budella dell'ultimo prete
Quando avremo piantato l'orifiamma vendicatrice sulle rovine vilipese
Allora metteremo a posto il piccone e lo spiedo.

Noi servitori – aratori – metalmeccanici, noi disoccupati
Nere vittime della miniera
E cupe prede dei porti
Noi la fame – la miseria – il malanno
Noi che veniamo assassinati
È ora di assassinare.

Lavoratori piegati da tutto il passato
Quelli che patiscono e senza spiegazioni!
A cui si rifiuta tutto
Tranne la galera e la morte
Lavoratori piegati dovete raddrizzarvi.

Sì noi siamo negatori e siamo eretici
A noi la violenza che distruggerà i nostri padroni!
Dopo il tempo in cui si diceva loro di sì
È il momento di dire loro merda!

venerdì 27 luglio 2012

L'Utopia

L'Utopia

Era da un po’ di tempo che pensavo di scrivere di certi argomenti, e da alcuni scritti che ho letto mi è parso di capire che quello di cui scriverò è un sentire presente anche in altri compagni.
È una esigenza che avverto da sempre e che non solo non si è mai sopita, ma anzi negli ultimi tempi ha occupato uno spazio sempre maggiore nelle mie riflessioni: parlo dell’Utopia. La sua idea mi perseguita con nuova e rinforzata insistenza, e ciò forse è dettato dal fatto che la sua ricerca sia andata lentamente, ma inesorabilmente, se non venuta meno, quanto meno divenuta meno ossessiva all’interno di quello che, genericamente, possiamo definire come movimento anarchico. Questa almeno è la mia impressione. Forse delusi dagli anni in cui si sono incassate solo quelle che sono state avvertite come sconfitte, stanchi delle sonore bastonate che quando si lotta è sempre possibile incassare (morali più che fisiche), con la prospettiva di non vedere mai realizzati i propri sogni più proibiti, mi sembra ci sia una certa tendenza ad accontentarsi: meglio vincere una piccola lotta che dà morale, piuttosto che incassare un’altra sconfitta nella ricerca della vittoria definitiva. Meglio riuscire ad aggiustare un po’ le cose di questo misero esistente, piuttosto che rischiare di non migliorarle mai nella tentativo di sconvolgerlo definitivamente. La ricerca continua dell’adattarsi alle situazioni che offre la nostra epoca sta soppiantando la tensione che impediva di adattarsi; la frenesia del fare comunque qualcosa per sentirsi vivi ed attivi rischia di sostituire la capacità di analisi e critica utili a sviluppare una progettualità propria. Si arriva quindi a fare ciò che tutti gli altri fanno e a parlare come tutti gli altri parlano, perché usare un linguaggio diverso rende incomprensibili e si corre il rischio di restare isolati. Si partecipa tutti quanti alle stesse lotte ma, come se non bastasse, lo si fa tutti nello stesso modo, usando gli stessi mezzi che a lungo andare conducono alla sterilità, salvo scoprire che a furia di rincorrere quello che il movimento anarchico faceva, abbiamo abortito la nostra capacità immaginativa, atrofizzato la fantasia utile per proseguire le lotte che avevamo intrapreso…
E quelle stesse lotte? Da mezzo verso qualcosa di più ampio e grandioso, rischiano di trasformarsi in fine ultimo, ed è li che si perde di vista l’Utopia. Sempre più di rado mi capita di parlare, coi compagni, dei sogni più grandi, non intesi come sogni ad occhi aperti da mettere da parte una volta finito di fantasticare, ma come sublime aspirazione a cui tendere, come qualcosa da rincorrere per tentare di realizzarla. L’Utopia per me non rappresenta un’isola nel mondo che non c’è, ma una istanza che pompa il sangue al cuore e al cervello, un’idea che non dà tregua; è la tensione che mi spinge ad agire e la consapevolezza che permette di superare la paura. L’Utopia è uno dei motivi per cui sono anarchico, perché solo questo mi offre la possibilità di lottare non tanto e non solo per un mondo nuovo, quanto per qualcosa che non si è ancora mai realizzato.
È questa la mia Utopia: il tentativo di concretizzare questo qualcosa finora mai compiuto, l’aspirazione a vivere in un mondo che non sia quello attuale e nemmeno quello di qualche migliaio di anni fa. Qualcosa che è possibile tentare solo attraverso un momento di rottura insurrezionale, un momento che significherà unicamente l’apertura di una possibilità, che possa farmi affacciare su un baratro profondo e provare la vertigine, lasciando aperta la possibilità che in fondo ci sia qualcosa di terribilmente affascinante come pure di assolutamente terribile. Un salto verso l’ignoto, insomma, senza sapere in anticipo come dovrà essere la società che desidero, ma partendo da tutto ciò che non desidero.
Pensare l’impensabile, quindi, come condizione preliminare per tentare l’impossibile.

Chi contempla la meta fin dai primi passi,
chi ha bisogno della certezza di raggiungerla
prima di cominciare, non ci arriverà mai
A. Libertad

questa mia canzone...

 
"Lavoratori a voi diretto è il canto
di questa mia canzon che sa' di pianto
e che ricorda un baldo giovin forte
che per amor di voi sfidò la morte

A te Caserio ardea nella pupilla
delle vendette umane la scintilla
ed alla plebe che lavora e geme
donasti ogni tuo affetto ogni tua speme

Eri nello splendore della vita
e non vedesti che lotta infinita
la notte dei dolori e della fame
che incombe sull'immenso uman carname

E ti levasti in atto di dolore
d'ignoti strazi altero vendicatore
e ti avventasti tu sì buono e mite
a scuoter l'alme schiave ed avvilite

Tremarono i potenti all'atto fiero
e nuove insidie tesero al pensiero
ma il popolo a cui l'anima donasti
non ti comprese eppur tu non piegasti

E i tuoi vent'anni una feral mattina
gettasti al vento dalla ghigliottina
e al mondo vil la tua grand'alma pia
alto gridando: Viva l'Anarchia

Ma il dì s'appressa o bel ghigliottinato
che il tuo nome verrà purificato
quando sacre saran le vite umane
e diritto d'ognun la scienza e il pane

Dormi Caserio entro la fredda terra
donde ruggire udrai la final guerra
la gran battaglia contro gli oppressori
la pugna tra sfruttati e sfruttatori

Voi che la vita e l'avvenir fatale
offriste su l'altar dell'ideale
o falangi di morti sul lavoro
vittime de l'altrui ozio e dell'oro

Martiri ignoti o schiera benedetta
già spunta il giorno della gran vendetta
della giustizia già si leva il sole
il popolo tiranni più non vuole"

giovedì 26 luglio 2012

Davanti ai giudici

Davanti ai giudici
François Claudius Kœnigstein, detto Ravachol
Se prendo la parola, non è per difendermi degli atti di cui mi si accusa, poiché solo la società che, con la sua organizzazione, mette gli uomini in continua lotta gli uni contro gli altri, è responsabile. E in effetti, non vediamo in tutte le classi, in tutti gli ambienti, persone che desiderano, non dico la morte, poiché suonerebbe male all’orecchio, ma la disgrazia dei loro simili se questa può procurare loro dei vantaggi?
Esempio: un padrone non si augura di veder sparire un concorrente? Tutti i commercianti, in generale, non vorrebbero, reciprocamente, essere i soli a godere i vantaggi che possono venire dalla propria industria?
L’operaio senza impiego non sogna, per ottenere del lavoro che, per un qualsiasi motivo, colui che è occupato venga licenziato?
Ebbene, in una società dove si producono simili fatti non devono sorprendere atti come quelli che mi si rimproverano, i quali non sono altro che la logica conseguenza della lotta per l’esistenza tra gli uomini che per vivere sono obbligati ad impiegare tutti i mezzi possibili. Dal momento che ciascuno deve pensare a sé, colui che si trova nella necessità deve agire. Ebbene! Poiché così è, quando ho avuto fame non ho esitato ad impiegare i mezzi che erano a mia disposizione a rischio di fare delle vittime.
Quando i padroni licenziano gli operai si preoccupano poco di vederli morire di fame.
Tutti coloro che hanno il superfluo, si interessano di chi manca delle cose necessarie? Vi sono alcuni che danno qualche aiuto, ma sono impotenti a sollevare tutti coloro che si trovano in stato di necessità e che muoiono prematuramente in seguito a privazioni di ogni tipo, o volontariamente suicidandosi in ogni modo per porre fine ad un’esistenza miserabile o per non aver potuto sopportare i rigori della fame, le onte delle innumerevoli umiliazioni senza alcuna speranza di vederli finire. Così come hanno fatto la famiglia Hayem e la signora Soufrein che hanno dato la morte ai loro figli per non vederli ancora patire la fame. E tutte quelle donne che, nel timore di non poter dare da mangiare ai loro figli, non esitano a compromettere la loro salute e la loro vita distruggendo nel loro seno i frutti del loro amore!
Ebbene! tutto questo accade in mezzo all’abbondanza di ogni tipo di prodotto. Si capirebbe se tutto questo avesse luogo in un paese povero di prodotti, dove vi è carestia; ma in Francia, dove regna l’abbondanza, dove le macellerie sono stracolme di carni, i panifici di pane, dove i vestiti e le scarpe riempiono i magazzini; dove vi sono appartamenti vuoti, come ammettere che nella società tutto va bene quando si vede così bene il contrario? Vi sono persone che piangono tutte queste vittime ma dicono che non è possibile far niente! Che ognuno se la sbrogli come può! Cosa può fare colui che, pur lavorando, manca del necessario? Se non lavora, non gli resta che lasciarsi morire di fame, e allora qualcuno getterà qualche parola di pietà sul suo cadavere. Ecco ciò che ho voluto lasciare ad altri. Ho preferito diventare contrabbandiere, falsario, ladro e omicida!
Avrei potuto mendicare, ciò è degradante e vigliacco ed è anche punito dalle vostre leggi che fanno della miseria un delitto.
Se tutti i bisognosi, invece di aspettare, prendessero dove ce n’è e con qualsiasi mezzo, forse i benestanti comprenderebbero più in fretta che è pericoloso voler conservare l’attuale stato sociale in cui l’inquietudine è permanente e la vita è in ogni istante minacciata; finirebbero senza dubbio per comprendere che gli anarchici hanno ragione quando dicono che, per avere la tranquillità morale e fisica, bisogna distruggere le cause che producono il crimine e i criminali. Non è sopprimendo colui che preferisce afferrare con violenza ciò che gli serve per assicurarsi il benessere, piuttosto che morire di una morte lenta dovuta alle privazioni che sopporta, o che dovrebbe sopportare senza speranza di vederle finire (se ha un poco di energia). Dopo tutto la fine della propria vita non è altro che una fine delle sofferenze.
Ecco perché ho commesso gli atti che mi si rimproverano e che sono la conseguenza logica dello stato barbaro di una società che non fa altro che accrescere il numero delle sue vittime col rigore delle sue leggi che intervengono sugli effetti senza mai toccare le cause!
Si dice che bisogna essere crudeli per ammazzare un proprio simile: ma coloro che parlano così non vedono che lo si fa per evitare che lo facciano a noi stessi!
Anche voi, signori giurati, senza dubbio mi condannerete a morte perché ritenete che sia una necessità e che la mia scomparsa sarà una soddisfazione per voi che avete orrore di veder scorrere il sangue umano; ma quando credete che sia utile versarlo per assicurare la vostra esistenza, non esitate più di me a farlo. Con questa differenza, che voi lo farete senza alcun pericolo, al contrario di me che agivo a rischio e pericolo della mia libertà e della mia vita.
Ebbene, signori, non vi sono criminali da giudicare ma le cause del crimine da distruggere. Creando gli articoli del Codice, i legislatori hanno dimenticato che non attaccavano le cause ma semplicemente gli effetti e che in tal modo non distruggevano affatto il crimine. In verità, esistendo sempre le cause, scaturiranno sempre effetti e si avranno sempre dei criminali, poiché oggi ne distruggete uno ma domani ne nasceranno due.
Cosa bisogna fare allora?
Distruggere la miseria, questo genio del crimine, assicurando a ciascuno la soddisfazione di tutti i propri bisogni.
E quanto sarebbe facile realizzarlo. Bisognerebbe stabilire la società su nuove basi in cui tutto fosse in comune, in cui ciascuno producendo secondo le proprie possibilità e le proprie forze, potesse consumare secondo i propri bisogni.
Allora gli inventori, avendo tutto a loro disposizione, creerebbero delle meraviglie per fare in modo che i lavori che ci sembrano penosi o ripugnanti diventino una distrazione o un passatempo. Allora non vi sarebbe più quell’inquietudine per il domani che è un continuo tormento per l’operaio e anche per il padrone, per tutti.
Non si vedrebbe più gente, come l’eremita di Nostra Signora delle Grazie ed altri, mendicare un metallo del quale diviene la schiava e la vittima!
Non si vedrebbero più donne vendere il proprio corpo come una volgare merce, in cambio di quello stesso metallo che molto spesso ci impedisce di capire se l’affetto è veramente sincero!
Non si vedrebbero più uomini come Pranzini Prado e Anastay, pur adolescenti che, sempre per avere questo metallo, arrivano ad uccidere.
Tutto questo dimostra chiaramente che la causa di tutti i crimini è sempre la stessa; che bisogna veramente essere stupidi per non vederla!
Sì, lo ripeto, è la società che fa i criminali. E voi giurati, invece di colpire loro, dovreste impiegare le vostre forze a trasformare la società.
Di colpo sopprimereste tutti i crimini e la vostra opera, attaccando le cause, sarebbe più grande e più feconda di quanto non lo sia la vostra giustizia che si limita a colpire gli effetti.
Io sono solo un operaio senza istruzione ma, avendo vissuto l’esistenza dei miserabili, sento meglio di un ricco borghese l’iniquità delle leggi repressive.
Dove prendete il diritto di uccidere o di rinchiudere un uomo che, messo sulla terra con la necessità di vivere, si è trovato nella necessità di prendere ciò che gli era necessario?
Ho lavorato per vivere e far vivere i miei, tanto che io e i miei non abbiamo troppo sofferto, sono rimasto quello che voi chiamate onesto. Poi il lavoro è mancato e con la disoccupazione è venuta anche la fame!
Fu allora che questa grande legge della natura, questa voce imperiosa che non ammette repliche, l’istinto di conservazione, mi spinse a commettere i crimini e i delitti di cui mi riconosco l’autore.
Nego di aver commesso quelli della Varizelle [Ravachol era stato anche incolpato di omicidio volontario nella persona di Jean Rivolier abitante a La Varizelle, ndr] e delle signore Marcon [due donne trovate uccise a Saint-Etienne, ndr] poiché ne sono completamente estraneo e voglio evitare alla vostra coscienza i rimorsi di un errore giudiziario.
Giudicatemi, signori giurati e, se mi avete compreso, nel giudicarmi giudicate tutti i disgraziati che la miseria, alleata alla fierezza naturale, ha fatto diventare criminali e che in una società intelligente sarebbero state persone come tutte le altre.

ai rassegnati

Ai rassegnati 
 di Albert Libertad (13 aprile 1905)

Odio i rassegnati!
Odio i rassegnati, come odio i sudici, come odio i fannulloni.
Odio la rassegnazione!


Odio il sudiciume, odio l’inazione. Compiango il malato curvato da qualche febbre maligna; odio il malato immaginario che un po’ di buona volontà rimetterebbe in piedi. Compiango l’uomo incatenato, circondato da guardiani, schiacciato dal peso del ferro e del numero.
Odio il soldato curvato dal peso di un gallone o di tre stellette; i lavoratori curvati dal peso del capitale.
Amo l’uomo che esprime il suo pensiero nel posto in cui si trova; odio il votato alla perpetua conquista di una maggioranza.
Amo il sapiente schiacciato sotto il peso delle ricerche scientifiche; odio l’individuo che china il suo corpo sotto il peso di una potenza sconosciuta, di un X qualsiasi, di un Dio.
Odio tutti coloro che cedendo ad altri per paura, per rassegnazione, una parte della loro potenza di uomini non solamente si schiacciano, ma schiacciano anche me, quelli che io amo, col peso del loro spaventoso concorso o con la loro inerzia idiota.
Li odio, sì, io li odio, perché lo sento, io non mi abbasso sotto il gallone dell’ufficiale, sotto la fascia del sindaco, sotto l’oro del capitale, sotto tutte le morali e le religioni; da molto tempo so che tutto questo non è che una indecisione che si sbriciola come vetro… Io mi curvo sotto il peso della rassegnazione altrui.
Odio la rassegnazione! Amo la Vita.
Voglio vivere, non meschinamente come coloro che si limitano a soddisfare solo una parte dei loro muscoli, dei loro nervi, ma largamente soddisfacendo sia i muscoli facciali che quelli dei polpacci, la massa dei miei reni come quella del mio cervello. Non voglio barattare una parte dell’oggi con una parte fittizia del domani, non voglio cedere niente del presente per il vento dell’avvenire.
Non voglio curvare niente di me sotto le parole Patria – Dio – Onore. Conosco troppo bene il vuoto di queste parole: spettri religiosi e laici.
Mi burlo delle pensioni, dei paradisi, sotto la cui speranza religioni e capitale tengono nella rassegnazione.
Rido di tutti coloro che accumulano per la vecchiaia e si privano nella gioventù; di coloro che, per mangiare a sessanta, digiunano a vent’anni.
Io voglio mangiare quando ho i denti forti per strappare e triturare grossi pezzi di carne e frutti succulenti, e voglio farlo quando i succhi del mio stomaco digeriscono senza alcun problema; voglio soddisfare la mia sete con liquidi rinfrescanti o tonici.
Voglio amare le donne, o la donna secondo come converrà ai nostri comuni interessi, e non voglio rassegnarmi alla famiglia, alla legge, al Codice, nessuno ha diritti sul nostro corpo. Tu vuoi, io voglio. Burliamoci della famiglia, della legge, antica forma della rassegnazione.
Ma non è tutto: io voglio, poiché ho gli occhi e le orecchie, oltre che mangiare, bere e fare l’amore, godere sotto altre forme. Voglio vedere le belle sculture, le belle pitture, ammirare Rodin o Manet. Voglio ascoltare le migliori opere di Beethoven o di Wagner. Voglio conoscere i classici della Commedia, conoscere il bagaglio letterario e artistico che è servito per unire gli uomini passati ai presenti o meglio conoscere l’opera sempre in evoluzione dell’umanità.
Voglio gioia per me, per la compagna scelta, per i bambini, per gli amici. Voglio una casa dove poter riposare gradevolmente i miei occhi alla fine del lavoro. Poiché io voglio anche la gioia del lavoro, questa gioia sana, questa gioia forte. Voglio che le mie braccia adoperino la pialla, il martello, la vanga o la falce. Voglio essere utile, voglio che noi tutti siamo utili.
Voglio essere utile al mio vicino e voglio che il mio vicino mi sia utile. Desidero che noi operiamo molto perché la mia necessità di godere è insaziabile.
Ed è perché io voglio godere che non sono rassegnato.
Sì, sì, io voglio produrre, ma voglio godere; voglio impastare la farina, ma mangiare il miglior pane; fare la vendemmia, ma bere il miglior vino; costruire la casa, ma abitare nei migliori appartamenti; fare i mobili, ma possedere anche l’utile, vedere il bello; voglio fare dei teatri, tanto vasti, per condurvi i miei compagni e me stesso.
Voglio prendere parte alla produzione, ma voglio prendere parte al consumo. Che gli uni sognino di produrre per altri a cui lasceranno, oh ironia, la parte migliore dei loro sforzi; per me, io voglio, unito liberamente con altri, produrre ma consumare.
Guardate rassegnati, io sputo sui vostri idoli; sputo su Dio, sputo sulla Patria, sputo sul Cristo, sputo sulle Bandiere, sputo sul Capitale e sul Vello d’oro, sputo sulle Leggi e sui Codici, sui Simboli e le Religioni: tutte fesserie, io me ne burlo, me ne rido…
Essi non sono niente né per me né per voi, abbandonateli e si ridurranno in briciole.
Voi siete dunque una forza, o rassegnati, di quelle forze che si ignorano ma che sono delle forze ed io non posso sputare su voi, posso solo odiarvi…o amarvi.
Il più grande dei miei desideri è quello di vedervi scuotere dalla vostra rassegnazione, in un terribile risveglio di Vita.
Non esiste paradiso futuro, non esiste avvenire, non vi è che il presente.

Viviamo!
Viviamo!
La Rassegnazione è la morte.
La rivolta è la Vita.

Albert Libertad

mercoledì 25 luglio 2012

Joseph Dubois


«Era la felicità che avevo inseguito per tutta la vita, senza esser capace neppure di sognarla. L’avevo trovata, è scoperto che cosa fosse. La felicità che mi era sempre stata negata, avevo il diritto di viverla quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per me, peggio per voi, peggio per tutti. Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti sì, in ogni caso nessun rimorso…»
Joseph Dubois


La rivoluzione non è una questione di classe

La rivoluzione non è una questione di classe
Meteor

L'esame e la considerazione di certe attitudini demagogiche, come quella che implica la parola d'ordine dei bolscevichi sull'unità del proletariato, ci hanno condotto, noi anarchici, di nuovo in faccia d'una questione punto facile a risolversi: l'idea delle classi e della lotta di classi. Noi non abbiamo dato alcuna soluzione teorica fondamentale a questo problema; non abbiamo fatto altro che mettere in dubbio la concezione marxista, criticarne le basi e, forse, preparare il terreno a qualcuno dei nostri che un giorno s'occupi seriamente del soggetto dal punto di vista libertario.
Costi quel che costi alla nostra divergenza naturale con la dottrina marxista, dobbiamo riconoscere che molte delle nostre idee correnti procedono da Marx, al quale – pur negandogli certe qualità morali fondamentali ed attribuendogli smisurate ambizioni autoritarie – non possiamo togliere il merito d'aver creato un sistema sociale alla tedesca, cioè accuratamente elaborato, con una risposta per ogni domanda e una teoria per ogni atteggiamento.
I primi anarchici accettarono le dottrine economiche di Marx molto prima che apparissero i marxisti; ma, come ha detto Malatesta, se non c'inganniamo, questo fu dovuto al fatto che non rimaneva tempo a trattar queste questioni da loro stessi. Gli anni son passati, il marxismo, nella sua parte politica, fu totalmente estirpato nell'ambiente anarchico; mentre le sue impronte rimangono nelle affermazioni economiche, e se si può con esse transigere finché la realtà non reclama posizioni definite e chiare o risposte concrete, il momento arriva in cui noi notiamo delle contraddizioni e in cui sentiamo la necessità di attenerci alle nostre idee e di subordinare il marxismo alla concezione libertaria della rivoluzione e della vita sociale.
L'idea di classe, nella nostra opinione, contraddice i principi sostenuti dall'anarchismo. Noi crediamo di vedere in essa l'ultimo rifugio dell'autoritarismo; noi ci vantiamo di aver rimosso l'influenza dei partiti politici dal movimento operaio, ma lasciando fomentare l'idea di classe prepariamo il terreno ad un nuovo dominio. A questo è servito meravigliosamente il sindacalismo. I sindacalisti, anche quelli che si pretendono libertari, vedono il mondo attraverso il prisma unilaterale che mette una classe di fronte all'altra; essi si sono creati un'idea fissa di sfruttatori e di sfruttati, di capitalisti e di salariati, e invece di confermare con l'esame della vita reale il contenuto di quest'idea, l'esistenza dell'omogeneità delle classi in lotta, fanno l'operazione contraria.
Se ciascuno di quelli che militano e occupano il loro posto nella lotta sociale e rivoluzionaria si domanda perché agisce in un dato modo, non risponderà come membro d'una classe sociale, ma come partigiano di un'idea. Quando intraprendiamo un'azione contro i capitalisti o contro lo Stato, lo facciamo più per le nostre concezioni di giustizia, d'uguaglianza e di libertà che come membri d'una classe economica. La miseria individuale o collettiva può essere uno stimolante alla ribellione, alla considerazione dei mali attuali, alla ricerca dei rimedi, cosa che non facciamo come operai, ma come uomini. I riformisti corporativisti e marxisti hanno fatto tutto il possibile perché il pensiero dei lavoratori sia in accordo col mestiere che esercitano e non col loro stato di uomini.
Inoltre la vita quotidiana ci offre uno spettacolo che è tutto il contrario della lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori; la lotta che noi osserviamo è quella degli sfruttati contro… se stessi; rarissimamente i privilegiati sono ricorsi all'azione diretta, e si servono generalmente dell'ignoranza, della miseria ecc., del subordinato per difendere le proprie posizioni e piazzare uno sfruttato in faccia all'altro.
I sindacalisti dicono: «tutti i lavoratori, tutti i salariati devono unirsi per la lotta comune contro il comune nemico, il capitalista; gli interessi di tutti i lavoratori sono gli stessi, tutti i lavoratori sono fratelli!».
Noi dubitiamo che l'interesse dello scioperante sia identico a quello del crumiro, che l'interesse del salariato operaio sia uguale a quello del salariato gendarme, o che l'interesse del lavoratore rivoluzionario sia pari a quello del lavoratore cristiano; lungi dal constatare l'esistenza di linee generali di lotta comune fra i salariati noi notiamo la più grande divisione, e anarchici noi non dovremmo combattere questa divisione (la quale sarà come si vedrà altrettanto artificiale e inconsistente) in nome di supposti interessi di classe comune, ma nel nome degli interessi umani. Noi non dovremmo ripetere, come i sindacalisti, «tutti i lavoratori sono fratelli!», ma «tutti gli uomini sono fratelli!», perché l'idea di classe contiene implicitamente l'idea di dominio di classe. È certo che i combattenti della rivoluzione sociale appartengono, sono appartenuti e apparterranno quasi esclusivamente alle masse lavoratrici; è comprensibilissimo che la parte ribelle della società sia quella che soffre, ed è ugualmente comprensibile che sia la parte della società che soffre dello sfruttamento e del dominio, ad aspirare, ad essere capace di aspirare alla soppressione di questi mali fondamentali per tutti. Ciò non ci autorizza però a proclamare che la rivoluzione è una questione di classe, che la soluzione dei problemi della vita sociale sia secondo i punti di vista d'una parte della società che pensa come tale e non come frazione dell'umanità. Sinora la storia ci ha dato bastanti esempi di questo esclusivismo di razza, di casta, di dinastia, di partito. L'anarchismo patirebbe la più grande disfatta se stimolasse gli uomini a pensare come meccanici o come contadini, come salariati o come negri e non come uomini; al disopra del mestiere, della razza, del colore si trova l'umanità.
Si è troppo trascurato l'apprezzamento dal valore delle idee nella vita sociale mentre gli uomini sono separati o uniti più dalle idee o dalla mancanza di idee, che dalla nazionalità, dal mestiere, dal colore. La pretesa dei sindacalisti (appoggiata da qualche anarchico) di misurare gli uomini dal lavoro e da ciò che pensano, ci è sempre sembrato un grande assurdo. Se il sindacato ha una missione più elevata che quella di mantenere un segretario stipendiato, se ha un'intenzione di lotta per una società più equa, quando agirà constaterà conflitti senza fine e dovrà riconoscere che fra lavoranti d'uno stesso mestiere son le idee che determinano la condotta degli individui: il cristiano considererà la ribellione come un crimine, perché il suo scopo è di conquistare un posto in cielo e non in terra; il marxista vorrà evitare i terribili momenti d'un urto col salariato poliziotto o coi soldati dell'esercito e preferirà affidare la missione di difendere i suoi interessi a un rappresentante parlamentare. Gli anarchici non potranno transigere né con la rassegnazione cristiana né con la panacea marxista. Vediamo quindi che l'armonia dei lavoratori sindacati d'una corporazione cessa nel momento in cui si voglia fare più che pagare le quote e mantenere il segretario stipendiato.
I sindacalisti dicono anche che i lavoratori devono unirsi in base agli interessi di classe; non sappiamo di qual classe d'interessi si tratti, perché non è tanto facile immaginarsi di definire ciò che una classe è. Certo si è che non conosciamo interessi che non siano legati ad idee rispettive e non si può parlare d'interessi senza tener conto delle idee che essi suscitano o di quelle che li hanno fatti nascere. È possibilissimo che in qualcuno l'idea di giustizia nasca dall'interesse per il giusto, ma è anche vero che l'interesse per il giusto può nascere dall'idea di giustizia. Cioè, la libertà, per esempio, può nascere dall'interesse per la vita libera, ma essa può essere anteriore e indipendente anche da questo interesse. Non amiamo il bene solo quando questo è unito a un interesse, l'amiamo anche quando è pregiudizievole ai nostri interessi.
Noi non abbiamo mai creduto alla logica delle associazioni rivoluzionarie basate sugli interessi e non abbiamo potuto concepire che si facesse astrazione delle idee, senza le quali qualunque associazione è artificiale.
L'idea di classe esclude naturalmente l'azione delle idee nella vita delle collettività; l'idea di classe fomenta il determinismo storico, il fatalismo marxista; essi sono inseparabili. E se noi siamo convinti che la classe lavoratrice non è chiamata fatalmente a rimpiazzare la classe borghese o a muoversi in alcun senso, noi dobbiamo far entrare nel movimento sociale un nuovo fattore: la volontà umana; e se accettiamo la volontà umana nel movimento sociale, non potremo affermare che la rivoluzione sia un affare esclusivo di questa o di quella classe, perché non verificheremmo l'esistenza di questa volontà attraverso un prisma unilaterale di partito o di frazione economica. Nel secolo scorso si credeva ai Popoli-Messia; i sindacalisti hanno escogitato la leggenda delle Classi-Messia. Noi anarchici vediamo le cose da un punto di vista più vasto, ed affermiamo che la rivoluzione che deve apportare la libertà e l'eguaglianza non può essere fatta nel nome d'una classe ma nel nome dell'umanità, benché fermamente convinti che essa sarà realizzata quasi esclusivamente dai lavoratori rivoluzionari.
Protestiamo contro i sindacalisti che dicono che la rivoluzione è una questione di classe per la stessa ragione che protestiamo quando i bolscevichi o i social-democratici affermano ch'essa è una questione di partito, del loro proprio partito.
Abbiamo visto la dittatura del proletariato diventare in ultima analisi la dittatura di Lenin. Se l'esperimento sindacalista si farà un giorno noi vedremo che l'idea di classe si limiterebbe ai lavoratori sindacati, e, più, alle commissioni esecutive, e, più ancora, ai più abili, ai più astuti di queste commissioni esecutive. E come Lenin avrebbe potuto dire: «la dittatura del proletariato son io», noi potremo vedere un qualunque sindacalista dire: «la classe son io!».
Vi fu, nel 1908, sulle colonne della Protesta (Buenos Aires) una polemica interessante sulla questione delle classi; i principali protagonisti furono E.G. Gilimon, uno dei cervelli più solidi che siano passati nella redazione del vecchio quotidiano anarchico, e Antonio Loredo, allora redattore de L'Azione Operaia di Montevideo. Sarebbe interessante rileggere gli argomenti di quella polemica. Gilimon espone in quella occasione le idee che abbiamo di nuovo visto sulla Protesta una dozzina d'anni più tardi e che meriterebbero un'ancor più ampia discussione.
L'idea di classe non può soddisfare gli anarchici e noi vorremmo soltanto attirare l'attenzione dei compagni su ciò, e se ci manca un Marx che l'esamini dal punto di vista libertario, potremmo sostituire l'assenza d'un teorico col nostro sforzo comune.

[da L'Adunata dei Refrattari, anno IV, n. 36 del 5-9-1925]